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01 / GIARDINI DELLA MEMORIA |
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ROBA DA RISCHIARE LA MORTE
...Mia madre andava in campagna a falciare il fieno e lo faceva essiccare e quand’era ora di mietere andava dai contadini ad aiutare. C’era una povertà terribile, è meglio non dire niente.
Dal ’41 ci diedero una tessera con dei bollini, non c’era più grano, farina, soldi pochi e niente. Ci davano 130 grammi di una miscela a testa, sicché noi eravamo in sei ci aspettava 600-700 grammi ma era una miscela, veniva il pane come una pietra, una roba proprio da carcerati. Poi addirittura quando l’Italia ha chiesto l’armistizio quell’anno non c’era neanche più tessera, non c’era più niente, proprio si moriva di fame e quello stesso anno, del ’43, in estate hanno mietuto il grano però non sono stati capaci di portarlo a battere dalla gran acqua che ha fatto ed è rimasto tutto per i campi. Una fame! Qua da noi c’era il consorzio e la palestra che erano piene di grano, perché allora, al tempo del fascismo, quando è iniziata la guerra, quando dai contadini c’era la macchine e battevano il grano i fascisti segnavano tutti i quintali di grano e li portavano in questi locali. Era una roba rigorosissima, sicché c’erano i silos pieni. Io allora avevo 15 anni e con un amico ho fatto una cosa da matti perchè c’erano i tedeschi, i fascisti, roba da rischiare la morte. Non ci voglio pensare!
C’era la palestra che era piena di grano, c’erano 6.000 quintali di grano. Ho detto ad un amico che aveva due o tre anni più di me: “Cerchiamo di aprire la palestra”. Mi ricordo come fosse adesso: nella viuzza c’erano le finestre e il grano arrivava al pari delle finestre! E si moriva di fame perché non c’erano più tessere, era caduto tutto lo Stato, non c’era più niente. L’amico mi faceva la guardia perché passavano i tedeschi e i fascisti che giravano sempre per controllare. Lungo la parete c’erano come delle fessure, ho preso due pietre e mi sono arrampicato fino al davanzale di una finestra. Ero come una lucciola io da ragazzo, sono salito, ho spaccato il vetro e sono entrato dentro. Il problema era un portone grosso, lo dovevo aprire ma affondavo a camminare sul grano. Quando sono arrivato alla fine del mucchio mi sono accorto che il portone rimaneva un po’ lontano perché intorno c’erano tutti i sacchi ammucchiati per lasciare lo spazio per aprirlo. Allora io gli faccio: “Peppe come faccio adesso, come si fa a togliere la stanghetta?”. Insomma, dai e dai, ho provato con un salto, non ci sono arrivato e così sono risalito e ho detto: “Adesso ci riprovo.” Sono riuscito ad agganciarmi con una mano e l’ho tirata giù. Il portone si è aperto e già c’era la gente dietro la porta perchè si era vociferato in giro e tutti volevano prendere il grano. Tutti si sono buttati sul grano, era un macello. I giorni dopo io avrò macinato quasi un quintale e mezzo di grano con il macinino del caffè, perché il grano dopo che si era preso non si poteva macinare perché i fascisti sapevano e senza permesso non era possibile. Per fortuna c’è stato uno di Cerasa che dava i turni di notte: ad esempio, dalle undici a mezzanotte diceva di andare in dieci e di portare dieci chili di grano a testa, proprio per sfamare la gente. E così si è tirato avanti...
Rielaborazione della testimonianza
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Cognome Nome |
Boccarossa Dante |
Mestiere svolto |
Pescivendolo,
sindaco (1972-1975) |
Data di nascita |
26/02/1928 |
Data intervista |
27 marzo 2006
5 maggio 2006
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Luogo di Nascita |
San Costanzo (PU) |
Durata intervista |
125 min |
Temi principali |
Lavoro, Famiglia, Politica, Tempo libero, Vacanze, Affettività, Riti e costumi, Guerra
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