Università di Bologna - Polo di Rimini
Corso di Storia Sociale A.A. 2007-2008
Intervistatore: Legnaioli Margherita
Intervistato: Aliverti Francesco
Francesco Aliverti è nato il 27 agosto 1922 a Lovere, “un luogo molto piacevole con degli interessi culturali;c’era un museo e una certa quantità di scuole dunque non vi era una chiusura mentale, come d’altronde nemmeno oggi”.
Dell’infanzia ricorda i giorni passati all’asilo, le vacanze estive passate a La Spezia, a casa dei nonni, e il suo essere stato balilla: “esperienza che durava dalla prima elementare fino ai 14 anni di età. La divisa consisteva in dei pantaloncini, delle scarpe, la blusa nera, un fazzoletto azzurro intorno al collo e una specie di fez col distintivo dell’opera balilla […] ci insegnavano a marciare in fila, poi avevamo un prototipo del fucile regolamentare delle forze armate, il fucile 91, e tramite questo ci spiegavano com’era fatto il moschetto e come smontarlo, ripulirlo e rimontarlo”.
Terminate le scuole medie, Aliverti si trasferisce a Bergamo, in collegio, per frequentare il liceo Lussana. Una scuola “eccezionalmente efficiente con dei buonissimi insegnanti che erano degli educatori non solo sotto l’aspetto scientifico ma anche sotto l’aspetto che potremmo definire delle qualità personali”. Poi arriva l’ingresso nell’accademia navale di Livorno sancito dal superamento di un esame di ammissione molto duro: “Prima bisognava fare una visita medica severissima per la quale ci presentammo in molti, su ogni posto a disposizione eravamo in 10-20, e tanti vennero eliminati. Nelle eliminazioni la causa principale fu la vista: c’erano dei marchingegni simili a quelli che oggi vengono usati per l’esame della patente ma più duri. Secondariamente c’era un tema di italiano , un compito di matematica e un interrogazione”.
Dei due anni e mezzo trascorso in Accademia, Terenzi ricorda lo svolgimento delle giornate, scandite dallo studio, dalle esercitazioni e, in qualche occasione, dalle temute punizioni, distinte in tre gradi: “il più basso,era la consegna, con questa veniva impedita una possibilità di libera uscita (ne avevamo due alla settimana : una il giovedì e l’altra la domenica) il secondo era la prigione semplice e il terzo era la prigione di rigore. Nell’Accademia c’era una palazzetta dov’ era situata la prigione; che consisteva in un piano terra e in un primo piano con dieci- dodici celle ciascuno; queste erano di piccole dimensioni contenevano: un letto ribaltabile , un tavolino e una sedia. La porta aveva uno spioncino di vetro da cui il sottufficiale ,ogni 10-15 minuti,guardava per accertarsi che le persone stessero studiando e non si fossero messe a dormire (a chi dormiva veniva fatto rapporto e secondariamente veniva punito). Nella prigione venivano portati dei vassoi e si mangiava là, però non si poteva avere ne la frutta ne il dolce ne quel bicchiere di vino che veniva concesso a mensa”.
Nell’aprile del ’43, terminato il corso, viene imbarcato sul Doria, “una corazzata in seconda linea perché era una delle meno moderne” dove segue un corso pratico di impiego delle armi. Il 6 settembre viene mandato sull’incrociatore Scipione Africano. “L’8 settembre del ’43 io stavo appena incominciando a capire com’era questa nave poiché presentava degli aspetti di maggiore modernità rispetto a quelle da cui provenivo. Avevo un incarico preciso e dei dipendenti!! La sera stessa scoppia la notizia dell’armistizio. Fu una grande tragedia nazionale, ma la marina, al contrario dell’esercito, non si sfasciò poiché nella nave si viveva tutti insieme, i comandanti erano uniti agli equipaggi, era come una famiglia”.
Alla mezzanotte del 10 settembre l’incrociatore Scipione Africano arriva a Pescara, poco ore dopo raggiunge Ottona. “Ci dirigemmo – ricorda l’ufficiale Aliverti - verso la corvetta, qui c’era sua Maestà, il capo del governo Badoglio, il Ministro della marina, insomma tutto lo stato italiano. Demmo gli onori, ci mettemmo a prua della corvetta e continuammo verso sud scortandoli. Verso l’una, le due un bombardiere tedesco ci girò attorno, un heinkel, noi lo controllammo: se si arrischiava ad attaccarci si, ci avrebbe fatto qualche danno o ci avrebbe persino distrutto, ma lui non ne sarebbe uscito vivo, quindi eravamo pronti a fare fuoco. Alle due passammo davanti a Bari. Alle due e mezzo arrivammo davanti a Brindisi, la corvetta entrò in portò si dispose davanti al campo d’aviazione e successivamente vi entrammo anche noi. Mentre avveniva lo sbarco della corvetta noi eravamo nei posti di combattimento; ad un certo punto vedemmo arrivare sei aerei da caccia che puntano a volo radente sulla direttrice nostra e della corvetta dove c’era sua Maestà, a quel punto io ordinai il fuoco e gli aerei cambiarono direzione”.
Il 30 settembre l’incrociatore di Aliverti riprende il largo per scortare Badoglio e parte del governo a Malta “dove il capo del governo doveva firmare l’armistizio (quello che era stato firmato in precedenza era il corto-armistizio)”. “In questo periodo – prosegue Aliverti - era cominciata la guerra di liberazione, noi navigavamo a servizio degli alleati. Arrivammo fino alle Canarie per portare degli equipaggi o per armare dei piroscafi italiani internati li. Giungemmo ad Algeri, Gibilterra, Tunisi, Malta, Alessandrina D’Egitto e anche ai Laghi Amari (a metà del canale di Suez) dove c’erano le corazzate italiane. Insomma la solita vita di guerra di marina, che ormai era alla fine”.
Terminata la guerra, Aliverti è rimasto in marina. Nel 1948 si è sposato. Nei suoi vari spostamenti, la famiglia lo ha sempre seguito: Livorno, Venezia, Taranto e Ancona..
Riassunto della testimonianza
|
|
Cognome Nome |
Aliverti Francesco |
Mestiere svolto |
Ufficiale della
marina militare |
Data di nascita |
27 Agosto 1922 |
Data intervista |
27/12/2007 |
Luogo di Nascita |
Lovere (BG) |
Durata intervista |
92 min |
intervistatore |
Legnaioli Margherita |

Installa Adobe Flash Player 9 |