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03 / CATTURARE LE STORIE
 
Università di Bologna - Polo di Rimini
Corso di Storia Sociale A.A. 2007-2008
Intervistatore: Sonda Chiara
Intervistato: Contessa Giovanni
Giovanni Contessa nasce a Rosà (VI) il 2 dicembre 1917, da una famiglia composta da padre, madre, una sorella e due fratelli.
A scuola, racconta, ci sono andato fino alla terza media, perché se volevi continuare bisognava andare a Bassano e non c’erano i mezzi di trasporto. La mia famiglia aveva un’osteria a Travettore e anche se i tempi erano difficili, qualche bicchiere di vino lo vendevi e si tirava avanti. Avevamo anche i campi e io aiutavo i miei genitori dove c’era bisogno. Ho anche lavorato in un negozio di generi alimentari finché non sono stato chiamato alle armi.
Ho fatto il militare, spiega Giovanni, prima a Civitavecchia perché sapevo l’alfabeto Morse e dovevo formare una squadra di radio trasmettitori, poi a Roma, dove ho prestato servizio al Quirinale, al re e alla regina e assolto compiti molto delicati. Anche per Mussolini ho lavorato. Facevo il giardiniere e il cuoco a casa sua. Sono stato perfino al matrimonio di suo figlio.
Durante la guerra, ricorda, ho combattuto in Russia. Il viaggio è stato durissimo. In Francia ci hanno lasciati chiusi dentro i vagoni sui binari morti, venti, trenta vagoni, ad aspettare che la linea fosse libera per ripartire. Ripartiti, ci abbiamo messo quattro giorni per arrivare in Romania. Lì c’erano i tedeschi che ci aspettavano. Eravamo tanti, per la precisione 229.000 soldati partiti da tutta Italia. Dovevamo andare a combattere in Russia, spiega, perché quando la Germania ha conquistato la Francia, l’ Austria, la Cecoslovacchia e la Polonia, Hitler ha detto: “ Io voglio conquistare il mondo intero” e così il 22 Giugno 1941, Hitler ha messo piede in Russia. In pochi giorni, con la sua divisione corazzata in testa ha fatto trecento chilometri di strada. Vista la decisione e il successo di Hitler, continua Giovanni, Mussolini ha detto “ed io chi sono?”, ed allora è entrato subito; ha chiesto al comando operativo di guerra della Germania di partecipare con un corpo di spedizione italiano e Hitler gli ha risposto “ vieni anche tu tanto uno più, uno meno..”. Mussolini è andato perché se la Germania avesse conquistato la Russia, l’ Italia avrebbe avuto non solo l’onore della conquista ma anche un bel capitale. L’accordo venne firmato da Hitler e dal generale Giovanni Messi e prevedeva il rifornimento ai soldati di tutto l’occorrente, cioè medicinali, armi, munizioni, trasporti. Invece, appena messo piede in Russia, era il luglio del ’41, ha detto: “Ragazzi, arrangiatevi!”. E allora abbiamo fatto una vita da matti, senza mangiare, dormendo nei campi e camminando venti, trenta chilometri ogni giorno. È stato terribile. Non eravamo attrezzati né con il vestiario, né con il cibo. Mangiavamo la pelle arrostita dei cavalli morti; “toglievamo la pelle del cavallo con la baionetta e la arrostivi con delle spighe di frumento per tirare avanti la baracca”; in più arrivato l’inverno le armi si gelavano e gli aerei non potevano volare perché l’olio del motore si congelava. Io avevo un compito, quello di andare avanti, tastare il terreno e poi avvertire, tramite il radiotrasmettitore, la stazione di comando, in modo che gli altri potessero avanzare. C’erano sempre molti prigionieri con noi e ogni tanto ci mettevamo d’accordo con i tedeschi per consegnarli. Però succedeva che durante il tragitto verso il posto stabilito morivano sotto le mitragliatrici, per cui se partivamo, ad esempio, con trecento prigionieri, arrivavamo al punto designato, con trenta, quaranta. L’obiettivo che avevamo era quello di conquistare Mosca entro dicembre del ’41, almeno questo era l’ordine di Hitler. Ma era un’impresa impossibile perché non si era tenuto conto del freddo, della fame e della distanza. Pensa che a Natale del ‘41, mi ricordo perché ho ancora le fotografie, siamo arrivati a 45-50 gradi sotto lo zero. E poi i nostri carri armati facevano pietà, sembravano le carrozze di Babbo Natale a confronto di quelle dei russi. Era il 20 dicembre del ’42, mi ricordo, quando siamo arrivati al Don . Eravamo finiti. I ragazzi gridavano “voglio morire, voglio morire”, quelli che avevano moglie e figli piangevano disperati. Il fiume non siamo riusciti ad attraversarlo però, continua Giovanni, a causa dei pochi mezzi a disposizione rispetto alle forze russe. Allora siamo ritornati in patria attraversando l’ Ucraina che era una zona minata e un rischio enorme per le truppe.
I tedeschi io li ho visti, commenta Giovanni; li ho visti uccidere la povera gente per soddisfazione; li ho visti distruggere le donne ebree. “Le mettevano tutti in fila con i bambini in braccio e passava l’ ufficiale tedesco a ucciderli, un colpo ai bambini, un colpo alla mamma, cadevano a terra. E per risparmiare una pallottola, mettevano la testina del bambino vicino a quella della mamma perché con un colpo solo ne ammazzavano due”.
Sono arrivato in Italia il 15 gennaio del 1943. A casa mi hanno fatto una gran festa perché non ci credevano che ero tornato. Dei 15.000 soldati partiti per la Russia, infatti, eravamo rimasti solo in 700.
Quella licenza è stata breve, mi ricordo, solo 15 giorni. Il 31 gennaio del ’43 sono venuti a prendermi i carabinieri e mi hanno mandato in Sicilia a combattere l’ arrivo degli americani che stavano sbarcando nell’isola da Pantelleria e Lampedusa. Anche il quel caso, però, ci fu la ritirata; anche in quel caso, i nemici erano molto più equipaggiati.
Tornato, ho fatto domanda per un concorso in ferrovia, perché mio fratello era capostazione a Pergine sulla Valsugana. Sono andato a Venezia a fare gli esami e me la sono cavata abbastanza bene, così sono stato promosso capostazione anche io.
Non sono stato mai partigiano, spiega Giovanni. Io facevo il mio lavoro e basta, però una volta mi hanno accusato di essere un loro collaboratore perché i tedeschi avevano trovato un vagone, fermo nella mia stazione, con il sigillo rotto, dove dentro c’ era una stazione radio della marina militare e un arsenale. Vado al comando di Treviso, mi offendono chiamandomi collaboratore dei partigiani, dopo due o tre giorni mi conducono nelle carceri di Trento. Sono stato condannato a disinnescare bombe per sei mesi; fortunatamente non mi è successo niente.
Dopo la liberazione, sono tornato a casa e ho cominciato a lavorare come elettricista. Sotto padrone all’inizio, poi ho aperto una bottega a Rosà.
Nel ’49 poi mi sono sposato. All’inizio io e mia moglie abitavamo a Travettore, spiega Giovanni; poi quando siamo riusciti a finire di costruire la casa ci siamo trasferiti a Rosà.
La vita è cambiata tanto oggi. Oggi c’è solamente spreco: si va negli alberghi, nei locali notturni, nei nigth-club. Una volta noi andavamo nelle stalle in mezzo alle mucche e giocavamo a tombola con i semi di grano. Facevamo una vita così, accontentandoci. Pensa che la prima macchina in paese l’ho comperata io. Oggi i giovani hanno tutto e buttano tutto: “ non mi piace questo, non mi piace quello”. Noi, al contrario, raccoglievamo anche quello che trovavamo per terra pur di mangiare qualcosa.
Riassunto della testimonianza

 

Dati intervista
< ELENCO NOMI
< ELENCO LUOGHI
Cognome Nome
Contessa Giovanni
Mestiere svolto
Elettricista
Data di nascita
02 dicembre 1917
Data intervista
21/10/2007
Luogo di Nascita
Rosà (VI)
Durata intervista
95 min
intervistatore
Sonda Chiara

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