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03 / CATTURARE LE STORIE
 
Università di Bologna - Polo di Rimini
Corso di Storia Sociale A.A. 2007-2008
Intervistatore: Mereu Ilaria
Intervistata: Fadda Giuseppina
Giuseppina Fadda nasce a Siurgus Donigala in provincia di Cagliari il 17 febbraio 1917. Il padre lavora come guardia forestale; la mamma muore quando Giuseppina ha quattordici mesi, avvelenata dal chinino che un medico le prescrive come cura per una infezione intestinale. La bimba viene cresciuta dalla sorellastra maggiore, più grande di dieci anni. Il babbo di Giuseppina, infatti, si sposa tra volte. Con la prima moglie, morta a 36 anni, ha otto figli di cui se ne salvano tre. Con la seconda due figlie, tra cui Giuseppina. Con la terza, mamma Mascia o Speranza, quattro femmine (Manuela, morta piccola, Emmanuela, Giovanna e Teresa). “In principio del matrimonio mi trattava bene, mi voleva bene, mi portava in chiesa, mi portava in grembo; poi quando ha iniziato ad avere figli suoi a me non mi ha trattato più come una volta. Non mi picchiava, però mi pizzicava: mi dava dei pizzichi sotto le ascelle. Una volta mio padre, che mi ha visto tutti questi lividi, ha chiesto che cos’erano, se ero caduta, e io gli ho detto che erano i pizzichi di mamma Speranza, e lui arrabbiato l’ha sgridata ed è rimasto più di tre mesi che non le rivolgeva la parola”. Giuseppina inizia ad andare a scuola a otto anni a causa della malaria e ripete la terza elementare per troppe assenze: 40 contro il limite massimo di 25. Succedeva spesso, infatti, che la matrigna non mi mandasse a scuola per accudire i miei fratelli più piccoli, spiega. Per non parlare delle tante cose da fare in casa, tra cui portare al pascolo le pecore. Del periodo della scuola, aggiunge, mi ricordo che la maestra mi ha corretto il mancinismo dandomi delle bacchettate sulla mano sinistra, e anche che ogni bambino si portava da casa un barattolino pieno di brace per riscaldarsi.
Salvatore, Vitale e Anna, i fratellastri di Giuseppina, vanno a servizio a quattordici, quindici anni, perché il babbo non può tenerli in casa; la sorella buona, di due anni più grande, muore invece, nel 1918 a causa della febbre spagnola. Lei, all’età di otto anni comincia a racimolare un po’ di soldi raccogliendo la spiga in campagna. A quattordici anni poi inizia a lavorare in casa di donna Maria Teresa Demuro che era un’insegnante, poi da donna Rosa, una zia della mamma. Lì ci ho fatto quattro anni, spiega e mi trattavano come una figlia.
Quella volta, continua il racconto di Giuseppina, il bagno ce l’avevano in pochi e noi, per fare i bisogni, usavamo un angolo riservato del cortile. Per lavarsi c’era il catino, però non tutti si lavavano; per esempio, mamma Speranza non si lavava mai. Per pulire i panni, invece, si usava il sapone a pezzi lunghi, marca Stella, anche se per quelli più sporchi si faceva la lisciva con la cenere oppure li si metteva a bagno con il cloro. La biancheria intima era rara; io, ad esempio, ho messo le mutande per la prima volta che avevo otto anni. Le scarpe si, noi ce l’avevamo, però erano chiodate, così la suola non si consumava.
Ogni tanto si ballava. Il 17 gennaio alla festa di Sant’Antonio; dopo due giorni a quella di San Sebastiano. Per non parlare del Carnevale, della Pasqua, di San Teodoro il 13 giugno (dopo è stata spostata al 20 agosto perché a giugno ancora i contadini non avevano incassato niente e non davano niente per la questua), della fasta di Santa Maria in Donigala d’estate e di quella degli scapoli. La festa più bella dell’anno perché durava otto giorni. Ogni 2 novembre invece si “andava per le anime”, cioè si passava a chiedere qualcosa per le case e ognuno dava quello che poteva, soldi, caramelle, arance, fichi e noci.
Io a ballare ci andavo accompagnata da mamma Speranza, perché da sola non potevo, mentre a Carnevale non mi potevo mascherare perché mio babbo era geloso.
Del periodo del fascismo, Giuseppina parla male e bene allo stesso tempo. Perché i fascisti erano arroganti e violenti mentre Mussolini ha migliorato la qualità della vita dando, ad esempio, la pensione. Il babbo, racconta, diceva si si, no no e tirava avanti, perché non si è mai interessato davvero di politica.
Nel 1934, a diciassette anni, Giuseppina lascia il paese e va a Cagliari, perché in città si guadagnava 40 lire al posto di 25. Da principio lavora a casa di un medico del manicomio, che ha una moglie molto severa e quattro figli. Dopo si trasferisce a casa dell’avvocato Angioi. “Sono stata benissimo , avevo la mia libertà ; la domenica pomeriggio e il giovedì pomeriggio andavo con le amiche al cinema, andavamo a passeggiare in via Roma, quando avevamo qualche soldino ci compravamo qualcosa”.
Poi si ammalata di tubercolosi e viene ricoverata al sanatorio di Cagliari 26 mesi. L’ospedale era bellissimo, spiega, l’aveva fatto costruire Mussolini. In ogni camera c’erano sei letti e tre bagni; fuori delle belle verande con le sdraie dove facevi il riposo di giorno; in più le suore erano bravissime. La guarigione è stata un miracolo, aggiunge. Mi avevano mandato a Roma a fare una “operazione elettrica: infilavano un ago lungo come un ferro da calza, in mezzo a un filo, mandavano la corrente elettrica a tutte le aderenze. Me ne dovevano fulminare quattro e me ne hanno fulminato ventitre; guarita subito”. “Io prima di addormentarmi ho letto la preghiera della Madonna di Pompei, e le ho chiesto la grazia di aiutarmi e di farmi guarire. Mi sono addormentata e ho sognato la Madonna poggiata alla porta, e io ero pronta per andare a fare l’operazione, e lei mi ha detto tutta sorridente: vai, vai tranquilla”.
In quel periodo Giuseppina si innamora di un ragazzo, Angelo Etzi di Cagliari, un impiegato. Anche lui era ricoverato. Il loro rapporto era bellissimo, ricorda, ma poco dopo lui muore. C’è anche un altro amore, un tranviere di Iglesias, “però quando ho saputo che aveva un’altra ragazza, non s’è fatto più niente”.
Dopo la guarigione, Giuseppina trova impiego come infermiera alla clinica pediatrica di Cagliari “Maciotta”, ove rimane per quattro anni, occupandosi della sala box che ospitava tre box di due culle ciascuno, per un totale di 6 bambini. Venivano ricoverati lì i gastroenterici, i titanici e i poliomielitici.
Durante la guerra noi siamo vissuti benissimo, racconta, perché all’ospedale non mancava il pane, non mancava niente, c’era tutto il necessario, non abbiamo sofferto niente. Io per esempio avevo la mania, quando suonava l’allarme, di spalancare la finestra e guardare. I medici mi dicevano: “Tu sei matta, qualche giorno scende qualche scheggia e ti rovina”, ma io prepotente, continuavo. Mi piaceva vedere le bombe che scendevano sul porto, come se uno buttasse giù una manciata di mandarini. Non avevamo paura in ospedale, perché c’era una grande stanza nel sottosuolo e ci rifugiavamo tutti lì. Solo nell’ultimo periodo di guerra, quando l’ospedale è dovuto sfollare ad Ales con meno posti letto e meno personale, sono ritornata in paese, dove si viveva discretamente perché ognuno faceva il raccolto e avevano sequestrato anche l’ammasso del grano.
I tedeschi Giuseppina se li ricorda bene. Racconta infatti che una volta è passata una colonna con più di mille soldati e un tedesco le ha puntato il mitra addosso perché un vicino aveva detto “caput Mussolini” e lei aveva aggiunto “caput anche Hitler”. I tedeschi erano freddi e bellissimi, aggiunge, mentre gli americani sempre ubriachi e sempre pronti a dare fastidio alle ragazze che passavano.
Finita la guerra, Giuseppina va a Roma, in casa di un generale di corpo d’armata, che prestava servizio al Ministero della Guerra, ufficio epurazioni. A Roma si stava molto bene, commenta, la gente era più solare e educata, in più con le amiche si andava al cinema e a teatro. A Roma è venuta anche mia sorella Giovanna, di 20 anni, scappata di casa. Mio padre aveva fatto la denuncia ma quando me la sono presa io in custodia si è risolto tutto. Dopo la morte del generale, ci siamo trasferiti a Napoli. Nel 1958 è morto anche mio padre.
Nel ’60 Giuseppina conosce Maurilio durante un suo ritorno in Sardegna per vacanza. È un amico di un vicino di casa e all’inizio è insopportabile. Però quando lui le dichiara il suo amore tramite un bigliettino che le viene recapitato a Napoli, lei cambia idea. Ci siamo sposati dopo poco perché ero stanca di stare in giro. Dopo le nozze abbiamo sempre abitato a Siurgus; io ho fatto l’infermiera nell’ambulatorio comunale, lui invece il muratore.
Delle mie sorelle, continua Giuseppina, due sono rimaste incinta prima del matrimonio e figuriamoci il dolore per la mia famiglia. Manuela però partorì in casa di mio padre con la promessa che si sarebbe sposata poco dopo. Invece Teresa nascose la gravidanza a tutta la famiglia tranne a mamma Speranza, andando a vivere a Roma. Dopo il parto lasciò il bambino alla balia senza più riprenderlo perché “i signori lo volevano”. “Io l’ho sgridata”, commenta Giuseppina, perché non mi ha avvertito in tempo così avremmo provveduto a farla sparire questa gravidanza”.
Nei tempi antichi, conclude, c’era più silenzio nelle cose, c’era più riservatezza, c’era più pulizia di sentimenti. Se dovessi scegliere se vivere al tempo di oggi o in quello passato, sceglierei il secondo, anche se si viveva senza acqua, luce e gas.
Riassunto della testimonianza

 

Dati intervista
< ELENCO NOMI
< ELENCO LUOGHI
Cognome Nome
Fadda Giuseppina
Mestiere svolto
Infermiera, domestica
Data di nascita
17 febbraio 1917
Data intervista
08/01/2008
Luogo di Nascita
Siurgus-Donigala (CA)
Durata intervista
120 min
intervistatore
Mereu Ilaria

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