Università di Bologna - Polo di Rimini
Corso di Storia Sociale A.A. 2007-2008
Intervistatore: Scotese Anna
Intervistato: Lucchetti Giuseppe
Giuseppe Lucchetti nasce a Montelabbate (PU) il 3/11/1919, ultimo di 5 figli (tre maschi e due femmine).
La miseria era grossa, racconta, e ho iniziato a lavorare da piccolo. Ho fatto il pastore all’inizio, poi sono andato da un contadino come garzone. Quando facevo il pecoraio, spiega, partivo al mattino con l’ombrello a tracolla, tornavo alla sera e giravo a piedi tutti i paesi qui vicino, Rosciano, Cuccurano, Monte Giove, Fenile, Sant’Andrea, Magiotti, Carignano e Carmine. Il garzone, invece, l’ho fatto fino a 16-17 anni, perché poi abbiamo comprato una vacca da latte che bisognava accudire, anche se si continuava ad andare a lavorare in campagna dai contadini.
Il 15 marzo 1940 sono partito militare. Prima a Cuneo; poi scoppiata la guerra sulle Alpi. C’era la guerra di Francia, spiega, ma noi non abbiamo combattuto perché il nostro compito era quello di costruire una strada per andare giù in Francia. Sono stato lì sei mesi, poi ho avuto la fortuna che cercavano qualcuno da mandare a Fano, mi sono proposto e hanno accettato che fossi io ad andare. A Fano sono rimasto per sei, sette mesi, in seguito sono stato al campo di Sassoferrato dove noi anziani non facevamo niente e addirittura il sabato ritornavo sempre a casa; e poi a Nuvola, un paese vicino Livorno, fino a Pisa dove ho fatto la guardia costiera.
Lì a Pisa mi hanno chiamato per andare in Russia e sono dovuto partire.
La Russia era una terra balorda, ricorda Giuseppe, perché c’avevano tutte le materie prime ma l’ideologia staliniana era l’unica cosa da tenere presente e rispettare. In Russia, aggiunge, ci hanno tradito, così ci siamo trovati accerchiati da tutte le parti, sotto i bombardamenti, senza possibilità né di fuga né di scampo. Io mi sono salvato perché quando ci siamo buttati a terra ero sotto a tutti, coperto da altri soldati. “È stato il signor generale Gariboldi”, il comandante, a tradirci. “Lui c’ha venduto come carne da macello e poi è partito con l’apparecchio”. Fortuna “che quand’è stato in Italia che è sbarcato a Verona i partigiani gli han fatto la “buccia” perché sapevano del tradimento”.
Perciò sono stato fatto prigioniero e deportato in un campo di concentramento polacco e mi ricordo che abbiamo camminato dieci giorni, senza mangiare e dormendo fuori al freddo; addirittura a quelli che non camminavano gli sparavano. Dopo ci hanno caricato su un treno e altri undici giorni senza mangiare; solo qualche pesce salato buttato dal finestrino. Sono stato sei mesi in quel campo; dormivamo per terra, sotto una tenda, uno attaccato all’altro. Quando ci hanno spostato pesavo trenta chili. All’inizio non lavoravamo perché c’era la neve, poi abbiamo vangato e piantato le patate. Per andare nell’altro campo di concentramento abbiamo preso una barca, attraversato il fiume Kama a affiancato il Volga, ricorda Giuseppe. Lì si facevano diversi lavori, chi in cucina, chi ai forni, chi di guardia, chi a fare la legna. Io sono andato a fare la raccolta dei cavoli e dei pomodori; di cavoli ce n’erano tanti e belli che sembravano delle angurie, mentre i pomodori scarseggiavano perché era freddo. Sono stato anche un mese in una segheria, fino a che non mi sono ammalato di malaria. Mi curavano con il chinino in polvere, spiega, che riuscivo a mandare giù perché lo mischiavo alla mollica del pane. Una volta guarito, mi hanno mandato a cucinare le patate per i tedeschi. Sono rimasto in quel campo, aggiunge, fino al giorno in cui, era il ’44, non abbiamo sentito strillare e urlare da tutte le parti perché dicevano che la guerra era finita. Felici, ci siamo subito imbarcati ma il viaggio di ritorno è durato poco, perché ci hanno fermato di nuovo e portato in un altro campo di concentramento, questa volta a Kazan, dove per nove giorni siamo andati a lavorare con il fucile puntato. Dopo nove giorni a noi italiani ci hanno lasciati andare, così ci siamo recati alla stazione e abbiamo preso un treno merci.
Per ritornare in Italia, ci abbiamo messo due mesi, racconta Giuseppe, dal 9 ottobre al 9 dicembre; un viaggio pieno di soste e di pericoli. Mi ricordo però che a Pescantina di Verona, nonostante siamo stati fermi tre giorni perché la ferrovia era interrotta, ci siamo finalmente tolti gli abiti da militari e abbiamo indossato quelli da borghese.
Una volta arrivato a casa, conclude Giuseppe, ho scoperto che mio babbo era morto da due anni e la mia famiglia non era riuscita ad avvertirmi. Erano infatti tre anni e otto mesi che mancavo da casa e che non avevo notizie di loro.
Riassunto della testimonianza
|
|
Cognome Nome |
Lucchetti Giuseppe |
Mestiere svolto |
Muratore |
Data di nascita |
13 novembre 1919 |
Data intervista |
05/12/2007 |
Luogo di Nascita |
Montelabbate (PU) |
Durata intervista |
50 min |
intervistatore |
Scotese Anna
|

Installa Adobe Flash Player 9 |