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03 / CATTURARE LE STORIE
 
Università di Bologna - Polo di Rimini
Corso di Storia Sociale A.A. 2007-2008
Intervistatore: Ruaro Giulia
Intervistato: Ruaro Domenico
Domenico Ruaro è nato a Schio (VI) il 23 febbraio 1915 da una famiglia di dodici persone: padre, madre, due sorelle (Maria del 1911 e Agnese del 1924) e sette fratelli (Francesco del 1909, Sereno del 1913, Luigi del 1919, Giuseppe del 1921, Gino del 1923, Vittorio del 1929 e Gino del 1932), di cui oggi sono rimasti solo in quattro: Domenico, Giuseppe, Agnese e Gino.
Domenico, dopo aver abitato per i primi vent’anni a Monte Magrè (VI), si trasferisce a Magrè per altrettanti anni e poi a Santorso, dove ancora vive con la moglie Ines.
Agli inizi del ‘900 era normale che le famiglie fossero numerose, spiega, e l’economia era diversa da quella attuale, era un’economia prevalentemente contadina. Con il lavoro dei campi e l’allevamento del bestiame, infatti, le famiglie erano autosufficienti, almeno dal punto di vista alimentare.
A casa nostra, racconta Domenico, si lavorava nei campi dal lunedì al sabato e tante volte anche la domenica, perché c’era sempre da fare. A quel tempo, infatti, l’agricoltura non era meccanizzata e tutto il lavoro era affidato quasi esclusivamente alle braccia umane. Perciò era importante il coinvolgimento di tutti i membri della famiglia, affinché il lavoro potesse essere svolto al meglio. Domenico nell’intervista ricorda in modo particolare la difficoltà di lavorare i terreni in pendenza, dal momento che in questi terreni la terra tendeva a scivolare sempre verso valle ed era necessario ogni anno riportarla a monte con l’uso di carriole. La vita comportava molti sacrifici, ripete spesso, perché la terra con i suoi prodotti era considerata il bene più prezioso. Non a caso, ognuno era “geloso” della sua proprietà e frequenti erano frequenti i litigi, anche violenti, tra vicini, per questioni legate al rispetto dei confini.
Oltre a lavorare nei campi, però, qualcuno lavorava anche in fabbrica: i Lanifici Rossi, Cazzola e Conte erano, le tre fabbriche principali di Schio. Comunque, chi lavorava in fabbrica era costretto ad occuparsi del lavoro dei campi il sabato e la domenica e pertanto non godeva mai di un giorno di riposo.
Domenico iniziò il servizio militare di leva nel 1936.
Nel 1940, in seguito allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, fu richiamato alle armi con il grado di tenente, fu mandato subito in Albania, poi in Jugoslavia ed infine in Italia, in Liguria, a comandare la zona di Vallecrosia e un tratto di costa. Fino al 1943 perché, dopo la firma dell’armistizio, l’esercito italiano era allo sbando e Domenico, con dei documenti falsi, fece ritorno a casa ed entrò a far parte delle formazioni partigiane: prima a Posina (VI) e poi a Raga (VI). Da partigiano, Domenico comandò una brigata partigiana con il nome di battaglia di “Guido”. In questo periodo, racconta, erano in contatto con una delegazione americana e per le richieste di aiuto (armi, cibo, coperte, vestiti) usavano dei codici segreti.
In particolare, c’è un episodio che Domenico si ricorda bene, accaduto mentre era commissario a Terragnolo (TN). Un tedesco (dell’Alto Adige) era stato fatto prigioniero e il comandante della formazione lo voleva far uccidere. Domenico allora, facendo valere il suo grado di commissario, si oppose al comandante, prese in consegna il prigioniero (e quindi gli salvò la vita) e successivamente lo liberò mandandolo a casa, tanto che questi, terminata la guerra, ritornò a fargli visita per ringraziarlo del suo gesto. Questo perché, sottolinea Domenico, nonostante le situazioni drammatiche della guerra, c’era sempre posto per atti di grande umanità.
Nell’aprile del 1945 avvenne la liberazione di Schio (VI) con un attacco “a tenaglia” da parte di tre battaglioni partigiani: il battaglione Barbieri, comandato da Domenico che partiva dalla zona di Raga (a ovest di Schio), il battaglione Apolloni che partiva da Valli del Pasubio e il battaglione Ramina che partiva dalla zona di Ressecco (a nord di Schio). Dopo la liberazione, vi fu una grande festa per tutti, anche se purtroppo però subito dopo avvenne il drammatico “Eccidio di Schio”, compiuto da un gruppo di partigiani della ex-divisione garibaldina "Ateo Garemi" e della polizia ausiliaria (istituita alla fine della guerra e composta da partigiani). Domenico in quel periodo dormiva rifugiato presso la Villa Scotti di Schio e venne messo al corrente dell’accaduto solo il giorno dopo. Gli autori dell’eccidio sono poi scappati in Jugoslavia, in Cecoslovacchia e in altri Paesi che all’epoca erano sotto il controllo russo, mentre tra le vittime ci fu anche un parente di sua moglie: il capitano degli alpini Sante Tomasi. Sante era stato fatto prigioniero e messo in carcere assieme al figlio Alfredo e quando i partigiani stavano per ucciderli, la notte dell’eccidio, si parò davanti al figlio, coprendolo e salvandogli la vita.
Secondo Domenico la responsabilità dell’eccidio di Schio e di altri fatti analoghi fu del movimento comunista della Resistenza. A suo dire, infatti, il comunismo di quel periodo obbediva alla “legge russa” ed era quindi violento.
Non è vero, infatti, commenta Domenico, che tutti i partigiani erano comunisti, come si è solito dire. Anche lui, ad esempio, era contrario alle idee del movimento comunista e proprio per questo rischiò più volte di essere ucciso dai suoi stessi compagni di lotta. In particolare, una volta hanno tentato di ucciderlo mentre andava a trovare la fidanzata Ines che abitava a Monte Magrè, poco distante da casa sua. Alcuni partigiani comunisti, infatti, gli avevano preparato un’imboscata per strada, ma per fortuna non si mossero perché quel giorno con lui c’era anche il futuro suocero. Poco dopo, seppi i nomi di tutti, aggiunge Domenico; nonostante tutto, però, uno di loro è attualmente uno dei miei migliori amici.
La politica di quel tempo era molto diversa da quella di oggi, continua. Domenico. L’opposizione attuale, infatti, non è costruttiva e all’interno del governo ci sono solo discussioni, mentre bisognerebbe collaborare, come dice il Presidente della Repubblica Napolitano, per correggere le cose e farle andare al meglio.
Domenico ha studiato e si è diplomato alla scuola magistrale “Fogazzaro” di Vicenza. Nel suo racconto, ricorda che partiva alla domenica sera in bicicletta per andare a Vicenza (distante circa 25 km) e tornava a casa il sabato, perché durante la settimana aveva la possibilità di alloggiare da alcuni parenti.
Diversi i lavori svolti nella sua lunga vita: prima della Seconda Guerra Mondiale fu assunto alla dogana di Fortezza (BZ); conclusa la guerra insegnò come supplente, poi fu impiegato presso la fabbrica Lanerossi, ove rimase fino alla pensione.
Domenico si è sposato con Ines nel 1947. I due hanno vissuto per alcuni anni a Magrè, poi hanno deciso di trasferirsi nel tranquillo paese di Santorso, in una zona di campagna poco abitata.
Dopo sessant’anni di matrimonio, Domenico e Ines vivono ancora assieme nella stessa casa scelta da loro quarant’anni fa.
Riassunto della testimonianza

 

Dati intervista
< ELENCO NOMI
< ELENCO LUOGHI
Cognome Nome
Ruaro Domenico
Mestiere svolto
Impiegato
Data di nascita
23 febbraio 1915
Data intervista
29/12/2007
Luogo di Nascita
Schio (VI)
Durata intervista
127 min
intervistatore
Ruaro Giulia

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