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03 / CATTURARE LE STORIE
 
Università di Bologna - Polo di Rimini
Corso di Storia Sociale A.A. 2007-2008
Intervistatore: Dallari Stefania
Intervistato: Terenziani Renato
Renato Terenziani è nato a San Martino in Rio il 13 luglio 1921. Suo padre era proprietario di un piccolo fondo “messo insieme con dei sacrifici”. Negli anni ’20 e ’30, racconta Terenziani, “c’era più miseria, ma la gente era più tranquilla e contenta di adesso”. I ricordi della scuola sono molto vividi nella sua memoria: “ci si andava poi a tempo pieno, dalla mattina al pomeriggio e si stava a casa il giovedì pomeriggio e via via.[…] a scuola insegnavano un po’ di tutto. Perché mi ricordo io di quando insegnava la geografia, magari anche in seconda o terza, la passavo come leggere un giornale, per dire, avevo messo nella testa tutto”.
Gran parte dell’intervista è legata al ricordo degli anni di guerra, a partire dall’8 settembre 1943. Nelle ore successive all’annuncio dell’armistizio, Renato, soldato in Jugoslavia, viene fatto prigioniero e tradotto in un campo di prigionia tedesco ai confini con l’Olanda: “sai quanti ce n’erano nel campo di concentramento là in fondo al confine dell’Olanda? Mamma mia! C’erano ufficiali e militari ma i tedeschi non facevano come fa l’italiano che fa la differenza tra ufficiale e militare. Nella prigionia, per loro, eri un prigioniero te che eri un militare oppure un generale”. Dopo l’arrivo viene subito assegnato al lavoro in una miniera di carbone: “Là sotto si faceva otto, nove,dieci, dodici ore. Incominciava dal primo tempo e quando partiamo con l’adunata poi andiamo al lavoro. Ci avevano dato una camicia a quadrettino sottile con i pantaloni a quadrettino anche loro sottili. Le scarpe io ho usato sempre quelle che avevo e ho avuto la fortuna che non ho mai avuto quelle di legno fatte a navicella perché rompevano i piedi […]. La lampada era sette chili, con un gancio tipo rampino e se avvitavi si accendeva e se svitavi si spegneva e c’era l’acido dentro. Alè in fila e giù, andiamo sull’ascensore e poi iniziamo a scendere. Eravamo circa in una ventina e quando arrivi giù mamma mia! Te vedi era un buco fatto nella roccia nel quale scendeva l’ascensore con delle funi e quando arrivi giù senti l’oscillazione perché la corda tira. Andiamo fuori e prendiamo una galleria. Là sotto, a trecentocinquanta metri, la prima volta, te vai sotto e ci sono delle galleria come in stazione a Modena, però le pareti sono fatte di roccia che stanno su con dei puntali (una sorta di impalcatura)”. L’alimentazione quotidiana era così articolata: il mattino “un goccino di te che sembrava l’acqua dei piatti sporchi”; a pranzo “ti davano un filone di pane piccolo, eravamo in sei o sette, e un po’ di margarina che poteva essere come un dado circa”; la sera “un mescolo di sbobba”.
Quindici mesi dopo il suo arrivo viene ricoverato a causa di una fastidiosa nefrite che lo costringe a letto in un’apposita baracca nella quale vengono sistemati i malati. “Passato un po’ di tempo, una bella volta, arriva uno…ma va a pensare te…cos’abbia in mano, cosa fa. Mi sento sfregare la gamba, proprio qua (sulla coscia) che quando si lavorava era duro perché i muscoli erano contratti e mi pianta un ago e mi è stato fatto come una flebo. Allora era proprio come una specie di flebo e poi dopo un po’ di tempo mi cambiano e mi mandano nel campo per gli invalidi dove c’erano quelli a cui mancava una gamba, un braccio. Poi da lì, dopo un periodo passano quelli della SS perché in quei momenti lì te non capisci, sembra sempre un sogno una cosa strana, ma non realtà. Non le capita che delle notti sogna qualcosa e al mattino non lo ricorda più? E allora via, adunata e fuori dalla baracca. Hanno scelto quelli che magari un po’ riuscivano a stare in piedi e a camminare ma…appena un po’. Alè, “commst commst commst” adunata. Eravamo sette o otto e ci mandano a prendere delle cariole”.
Con l’arrivo degli americani, una volta avvenuta la loro liberazione, i prigionieri del campo vengono abbandonati a se stessi; “Un bel momento è arrivato un colonnello degli alpini e dice: “Ragazzi facciamo un’adunata?” ma eravamo rimasti in pochi perché in un modo o nell’altro eravamo morti quasi tutti e poi aggiunge: “Noi dobbiamo cercare di stare uniti” e siamo andati in un campo e ci siamo presi le baracche rimaste, quelle migliori ovviamente perché i tedeschi prima di andare via hanno saccheggiato tutto […]. “Dunque, noi bisogna che ci mettiamo d’accordo e ognuno deve metterci la buona volontà e lavorare in base a quello che sa fare come se fossimo fratelli. Da oggi non ci sarà più distinzione, un colonnello vale come un soldato semplice. Chi è capace di lavorare lo dica, chi è capace di cucire per farci qualche vestito, chi è capace di lavorare come scarpolino, chi è capace di fare il falegname per aggiustare le porte e le finestre perché sicuramente bisognerà stare qua un po’ e potrebbe venire freddo.”
Terenziani svolge il ruolo di falegname aggiustando “le baracche vecchie per sentire meno freddo durante la notte” e realizzando casse da morto perché in molti muoiono nei mesi successivi alla Liberazione a causa del troppo cibo ingerito: “Perché quando ti danno da mangiare ed è tanto che non mangi il corpo non è più abituato. Il medico, Bonini, che era ancora con noi, diceva: “Ragazzi bisogna mangiare pochino e spesso perché il nostro corpo è debole e se facciamo dei pasti troppo grossi potete morire!” e infatti molti ci hanno lasciato la pelle”. Al suo rientro a casa, avvenuto nel settembre 1945, Terenziani pesa ben 85 Kg
Riassunto della testimonianza

 

Dati intervista
< ELENCO NOMI
< ELENCO LUOGHI
Cognome Nome
Terenziani Renato
Mestiere svolto
Operaio e contadino
Data di nascita
13 Luglio 1921
Data intervista
25/11/2007
Luogo di Nascita
San Martino in Rio
(RE)
Durata intervista
90 min
intervistatore
Dallari Stefania

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