Università di Bologna - Polo di Rimini
Corso di Storia Sociale A.A. 2008-2009
Intervistatore: Marini Gaia
Intervistata: D'Annunzio Genoveffa
Genoveffa D’Annunzio è nata a Roma il 15 Settembre 1930.
Nell’intervista ci parla della sua vita durante il periodo della Seconda guerra mondiale. Prima di sette figli, sei femmine ed un maschio, ha dovuto badare sia alla casa che ai fratellini più piccoli. I suoi genitori sono sempre vissuti a Roma, ma il motivo per cui si trasferirono in Sardegna, non lo ricorda. Il padre era un ambulante e viaggiava sempre, perciò Genoveffa doveva aiutare la madre.
Molto spesso dice che la sua infanzia non era un’infanzia normale ma “un’infanzia da ragazzina vecchia” proprio perché aveva molte responsabilità: pulire la casa, aver cura di ogni cosa, lavare, asciugare e vestire i fratellini più piccoli, fare la spesa, lavare i panni e badare ai piccolini quando la madre non c’era. “Non potevo giocare, ma giocavo con la fantasia. Cantavo molto. Cantavo e piangevo”. In quel periodo non c’erano tutte le comodità che abbiamo oggi, per esempio, racconta che per lavarsi, dovevano far bollire l’acqua in grandi pentoloni. I primi a lavarsi erano i genitori, poi l’acqua veniva cambiata e nuovamente scaldata per lavare i bambini. Genoveffa sottolinea il fatto che anche se le condizioni di vita non erano delle migliori, hanno sempre vissuto nell’igiene. La madre ci teneva molto, tanto che, quando Genoveffa puliva, doveva tenere sempre le coperte alzate perché poi la madre controllava se c’era la polvere sotto i letti.
Lei racconta del suo rapporto con i genitori. Afferma che in quel periodo i bambini non dovevano interessarsi dei discorsi degli adulti proprio perché, come le dicevano: “Tu sei una bambina, quindi devi fare la bambina… sono i grandi che pensano per te”. Molte volte bisognava stare in silenzio e non chiedere nulla. Bisognava chiedere solo nel momento in cui la domanda era lecita.
A scuola, racconta, ogni volta che entrava qualcuno bisognava fare il saluto: “Viva il Duce” e ringraziare sempre. I libri, i quaderni e tutti i materiali per la scuola, venivano prestati e poi restituiti. Fu proprio in quel momento che lei iniziò a sentir parlare della guerra. Sirene che suonavano, gente che scappava; il padre venne chiamato in guerra e nel frattempo la madre aspettava la quarta femmina, Franca.
Il padre era stato trasferito al Tirso e la madre, incinta, dovette prendere il posto del marito e quindi andare in giro con la bancarella per guadagnare qualche soldo per la famiglia. A Sassari molta gente era sfollata e Genoveffa ed i suoi cari non sapevano cosa fare. Nacque Franca e il padre, che era in licenza, tornò a casa per il Battesimo della sorellina. Nello stesso giorno arrivò il Duce; ci fu una parata ma il padre non partecipò.
Il sabato non si andava a scuola e bisognava andare alla Gil a fare ginnastica e a marciare. Era una giornata in cui si cantava, si giocava, si sfilava. Le femmine dovevano indossare una camicetta bianca con lo stemma, il fazzoletto in testa ed una mantella nera, mentre i maschi erano vestiti in verde. Nel frattempo scoppiò la guerra ed il padre decise di chiamare il fratello che viveva in Abruzzo. Genoveffa partì con la madre ed i suoi fratellini. Racconta di un viaggio faticoso, pieno di difficoltà. I bagagli, che venivano caricati dalla seconda sorella, Rita, erano molti e pesanti: valigie vecchie con grandi teloni legati a mo’ di fazzolettone. Un viaggio pesante. La madre era sola con sei bambini intorno, spaventati e stanchi. Genoveffa salì sul treno con i suoi fratellini. Aveva in braccio l’ultima sorellina, Franca, e gli altri la seguivano. Tutti aspettavano l’arrivo della madre. Intanto il treno iniziò a muoversi perché doveva attaccare altre carrozze e i bambini avevano paura che la madre non arrivasse perciò, spaventati, iniziarono ad urlare. La madre arrivò. Il treno era pieno di gente, le stazioni affollate, file per ogni cosa. Il tragitto che dovevano fare era Sassari - Olbia. Un signore gentilissimo fece sedere la madre, che aveva in braccio la più piccola e gli altri figli erano “tutti attaccati alla sua gonna”, perché avevano “una paura matta” in quanto non si erano mai spostati da soli. “Ma come abbiamo fatto a fare una cosa del genere?” Genoveffa si chiede. Arrivati ad Olbia, si imbarcarono. Un marinaio chiamò il nome della madre: “Saba Tempera!” Genoveffa alzò la mano mentre la madre stava arrivando, e il marinaio li fece salire. Tutto era molto difficile. “Naturalmente questi marinai ci hanno accolto come pulcini…” dice Genoveffa. Dopo questo lungo viaggio arrivarono a Civitavecchia dove videro soldati armati. “Noi quando li vedevamo ci prendevamo un accidente perché tutti i soldati con i mitra, con le baionette, con le cose… che ci attaccavamo a mamma… piangevamo, piangevamo. Questi poveretti come ci vedevano ci dicevano: “AVANTI… ANDATE AVANTI… AVANTI”. Dopo lunghe file e controlli salirono su una camionetta piena di persone, tutte ammassate e strette. “Io… mamma aveva sempre da fare quindi io c’avevo sempre Franca in braccio. Oh Dio… mi viene da piangere…”. Alla fine riuscirono a prendere un pullman per gli Abruzzi.
La fame si faceva sentire sempre di più. Tutto era razionato. A Roma persero anche la tessera annonaria. Erano davvero avviliti. La madre continuava a lavorare, ma senza tessera non poteva comprare da mangiare, perciò andava al mercato nero. “Era roba di contrabbando, c’era poi il contrabbando che ti davano, ti facevano pagare il doppio di quello che costava e tu però avevi… il pane, quello che ti serviva, il latte… e poi c’era anche chi non voleva soldi però voleva robe oro… come si dice, molto… molto raffinata”. Arrivarono a casa della nonna in campagna, tutti sporchi, stanchi e stremati. Ma purtroppo, la convivenza portò a lunghe lamentele cosicché la madre trovò un appartamento tutto per loro.
Si trasferirono a Campli, in Abruzzo. Sistemò la casa in modo tale da poter avere tutte le condizioni igieniche possibili. “Ha fatto mettere il lavandino, ha fatto mettere il water sotto nella fogna e… ci ha fatto mettere l’acqua in casa perché noi con la conca arrivavamo a casa abbastanza bagnati”. Sembrava che la guerra si fosse placata ma non era così. Un giorno, improvvisamente, iniziò a suonare l’allarme, tutti dovettero ritirarsi in casa perché sarebbero passati gli aerei. “Non c’era pace da nessuna parte. Io sempre con…poi non…non arrivava più posta. Quindi mamma sempre più demoralizzata, non aveva notizie di papà. Noi… eravamo bambini, un momento piangevamo, un momento stavamo allegri, però quella che aveva tutta la responsabilità era mamma.”, racconta Genoveffa. Mentre la madre andava a lavorare, lei doveva prendersi cura della casa e dei fratellini, infatti racconta di aver imparato a fare molte cose tra le quali: fare la pasta, accendere il camino, lavare, stendere il grano e metterlo nei sacchi, portarlo nel mulino e passare al setaccio la farina. Genoveffa era piena di responsabilità, tutto era a suo carico. La sorella un giorno trovò un fiume d’acqua salata, con la quale fecero del sale. In quei tempi si cercava di fare tutto in casa. Creavano il sapone e le sigarette, e poi rivendevano tutto illegalmente.
Genoveffa ricorda in particolare un episodio accaduto mentre i bombardamenti continuavano: la madre era andata a lavoro e non rientrava a casa. Lei e i suoi fratelli erano molto preoccupati e spaventati, finché, finalmente, la videro tornare senza scarpe, stremata… era scappata ai bombardamenti, e nella fretta aveva dimenticato le scarpe.
Nel frattempo Genoveffa, nonostante fosse molto impegnata a badare alla casa e ai fratelli, decise di prendere la licenza media con la seconda sorella. Si impegnò molto e passò l’esame che in quei tempi valeva come una laurea, dice.
Poi venne proclamato l’Armistizio. I tedeschi e le SS cercavano uomini da reclutare. Inoltre, entravano nelle case, dove facevano da padroni e prendevano tutto ciò che volevano.
“Comunque una cosa è certa… la guerra non… non ti dà niente… ti leva tutto… ti… ti spoglia di… è brutto… è brutto. Uno contro l’altro proprio brutto. Una famiglia come la nostra… uno qua… uno là.” Genoveffa racconta che un giorno le accadde qualcosa di molto particolare. Mentre stava pulendo vide un moscone che le iniziò a ronzare intorno. Credeva, per superstizione, che fosse portatore di buone notizie. Infatti qualche giorno dopo, arrivò il postino con una lettera di suo padre. In quel periodo, la posta veniva controllata, quindi il padre non scrisse nulla di esplicito, ma Genoveffa e sua madre capirono, dalle sue parole, che dovevano prendere una decisione: tornare a Sassari da lui, o aspettarlo a Campli. Decisero di tornare a Sassari. Fecero il viaggio su un camioncino insieme a Giovanni, un vedovo sardo, che aveva un figlio. Durante il tragitto si vedevano città distrutte: la guerra lasciava i suoi drammatici segni non solo nelle macerie, ma anche nell’animo della gente. Dopo tanti giorni arrivarono a Napoli in un casermone, dove c’erano tanti altri sfollati come loro. Li fecero sistemare in un angolo e diedero loro gavette e coperte. Usarono queste ultime per fare un materasso. Ogni giorno scendevano giù per lavarsi, ma l’acqua era talmente fredda che potevano sciacquarsi solo il viso. Il pranzo era sempre a base di fagioli, ma sua madre riuscì a comprare della legna e cucinava loro della pasta, cosicché poterono regalare i fagioli alla famiglia vicino, che ringraziava baciando le mani. Nel frattempo era giunto gennaio e finalmente riuscirono ad imbarcarsi. Giunsero a Cagliari ma per un disguido, la sorella Rita e il signor Giovanni partirono subito con il treno per Sassari, mentre loro rimasero in stazione e riuscirono a partire il giorno dopo. Una volta giunti in città, i genitori litigarono perché il padre aveva venduto i mobili e la madre era in disaccordo. Ma tanto la casa non c’era più e andarono a vivere nel magazzino del padre.
Qui Genoveffa termina il racconto relativo alla guerra, ma continua parlando del marito, un uomo molto determinato, con cui ha vissuto per ben quarantotto anni. Ma, come dice lei, “questa è un’altra storia”…
Genoveffa si ritiene molto fortunata perché ha ancora la possibilità di raccontare la sua esperienza. Un’esperienza terribile, ma allo stesso tempo importante, perché grazie ad essa ha capito quali sono i veri valori della vita: i sentimenti, gli affetti e i cari.
Riassunto della testimonianza
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Cognome Nome |
D'Annunzio Genoveffa |
Mestiere svolto |
Casalinga |
Data di nascita |
15 settembre 1930 |
Data intervista |
01/12/2008 |
Luogo di nascita |
Roma |
Durata intervista |
70 min |
Intervistatore |
Marini Gaia |

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