Università di Bologna - Polo di Rimini
Corso di Storia Sociale A.A. 2008-2009
Intervistatore: Olivieri Francesca
Intervistata: Arpinati Filomena
Filomena Arpinati nasce a Galeata , un piccolo comune in provincia di Forlì, il 5 aprile del 1957, da una famiglia benestante composta da undici persone: il padre, Natale Arpinati, impiegato in comune, la madre casalinga e nove fratelli, cinque maschi e quattro femmine, due dei quali morti prima che lei nascesse. Filomena è l’ultima arrivata e vive un’infanzia allegra e spensierata. La sua è una famiglia unita e senza discriminazioni sessuali, ma all’età di quattro anni la sua serenità finisce con la perdita del padre; è un duro colpo per tutta la famiglia, sia morale che economico. Dopo un breve periodo burrascoso, la situazione familiare torna ad essere favorevole, grazie al sostegno finanziario di uno zio che era onorevole. E’una figura di forte rilievo quella dell’onorevole, sia dal punto di vista storico che politico. Difatti, oltre ad essere podestà di Bologna, è stato Primo Consigliere e amico fraterno di Benito Mussolini, il Duce. Era un uomo estremamente ricco e generoso, come racconta Mina “era pieno di marenghi l’Onorevole” e “grazie a lui abbiamo potuto studiare”; era raro all’epoca avere una formazione elementare, e lei ha avuto la fortuna di arrivare a prendere il Diploma frequentando le scuole serali. Ma la vita di Mina è burrascosa, lo zio adotta una bambina e, quando lui muore, tutti i suoi averi vanno a quest’ ultima. Mina si ritrova nuovamente orfana di padre ma non demorde, è forte e ha con sé il suo più grande punto di riferimento: la madre.
Esplode proprio in quegli anni la Seconda guerra mondiale. “Durante la guerra” racconta “prima i fascisti poi i partigiani venivano sempre nella mia casa, mi prendevano come ostaggio e mi puntavano il fucile dietro la schiena ordinandomi di raccogliere le rose dal mio giardino per portarle al cimitero ai loro compagni deceduti in guerra”; Racconta poi lo stupore nell’apprendere che aveva un fratello fascista, Domenico, e uno partigiano, Armando, il più piccolo. Si sofferma più su quest’ ultimo e parla di quando andava a portargli del cibo nel suo nascondiglio a Mercatale, dietro un enorme sasso. Racconta poi dell’incendio nella sua casa: la madre di Filomena, donna forte e buona, ospitava in casa donne e bambini senza più dimora; una sera si riunirono tutti davanti al “fuocone” per ripararsi dal freddo; ognuno doveva aiutare e due bambini andarono a prendere la legna nel giardino ma, ingenuamente, si confusero e raccolsero da terra della dinamite; la buttarono nel camino ed esplose tutto. La madre rimase ferita alle gambe. Mina fortunatamente quel giorno non era in casa, era rimasta bloccata a Bagno di Romagna, dalla sorella; infatti allora non si poteva viaggiare liberamente perché i partigiani bloccavano le strade.
All’età di ventitre anni, dopo la morte della madre, Mina si trasferisce a Bologna dai parenti, dove incontra quello che un anno dopo diventerà suo marito, Giorgio Mazzoleni, un uomo ricco e di famiglia nobile. Il padre, Conte di Corinaldo, era direttore di Banca a Bologna e la madre era ricca ereditiera di dodici poderi, perché figlia unica. Il matrimonio di Mina e Giorgio non è stato combinato, bensì d’amore.
Grazie alla parentela di Mina col defunto onorevole, assassinato dopo la caduta di Mussolini, i genitori di Giorgio acconsentono al matrimonio; così, nel 1952, all’età di ventiquattro anni, Mina convola a nozze con Giovanni. La cerimonia viene celebrata nella chiesa di Montegiove, che era a metà strada tra i parenti dello sposo e quelli della sposa. L’abito da sposa, confessa amareggiata Filomena, non è stato come avrebbe voluto; infatti ha dovuto assecondare le imposizioni del marito. Un tempo gli abiti da cerimonia dello sposo e della sposa erano abbinati: se la sposa indossava l’abito lungo col velo, lo sposo doveva indossare lo smoking. Visto che il marito si rifiutò di mettere lo smoking, lei dovette indossare il tailleur. Dopo la cerimonia vanno in viaggio di nozze a Perugia.
“Il matrimonio non è come pensate, ragazze” confessa Mina; infatti dopo essersi sposata racconta di essersi sentita come una principessa, rinchiusa dentro una gabbia d’oro, servita e riverita da tre donne, una cuoca, una cameriera e, dopo la nascita del primo figlio nel 1953, una baby-sitter.
Parla della figura dittatoriale del marito, dello smarrimento e della solitudine nel essere stata costretta a vivere in una città che non le appartiene, Fano, dove a suo dire un tempo la mentalità della gente era tanto chiusa da farla sentire una “bestia rara”, mentre “la mia Romagna era la mia Romagna”. Ma Mina aveva una gran forza, era una donna intraprendente, una donna che metteva le minigonne e i pantaloni, una donna che aveva la patente di guida e che, nonostante le mille sventure, è sempre riuscita a ridere.
Dopo la morte della madre, i tre figli sono il suo nuovo punto di riferimento; Racconta di sua sorella, che era riuscita a scappare dal marito con la bambine “ma io” dice ”era contro i miei principi. Tanto gli uomini di una volta erano tutti uguali, non come oggi che comandano le donne. Mi sarebbe piaciuto anche a me nascere oggi”.
Riassunto della testimonianza
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Cognome Nome |
Arpinati Filomena |
Mestiere svolto |
Casalinga |
Data di nascita |
5 aprile 1927 |
Data intervista |
24/12/2008 |
Luogo di nascita |
Galatea (FC) |
Durata intervista |
105 min ca. |
Intervistatore |
Olivieri Francesca |

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