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03 / CATTURARE LE STORIE
 
Università di Bologna - Polo di Rimini
Corso di Storia Sociale A.A. 2008-2009
Intervistatore: Schiuma Giada
Intervistato: Brignani Giuseppe
Brignani Giuseppe nasce a San Lorenzo il 14 Novembre del 1919. La sua famiglia era di origine modesta; suo padre lavorava come domestico presso la casa dei Conti Manzoni di San Lorenzo, mentre la madre era casalinga.
Aveva due sorelle ed un fratello, il quale era andato a combattere, in gioventù, in Tunisia, durante la Seconda guerra mondiale.
Il signor Giuseppe, dopo aver terminato le elementari, si iscrisse al Fascio come Avanguardista e iniziò a svolgere alcuni lavori come meccanico, fabbro e maniscalco.
Poi, all’età di 18 anni, presa la patente grazie alla firma del padre, visto che l’età maggiore si raggiungeva solo a 21 anni. Venne assunto come meccanico nella distilleria di alcol Contessi a Lugo, alle cui dipendenze rimase fino al Marzo del 1940.
Grazie a questo lavoro e alla generosità dei datori di lavoro del padre, il signor Brignani e la sua famiglia riuscirono a condurre una vita soddisfacente fino all’arrivo della guerra.
Nel Marzo del 1940, Giuseppe partì, assieme ad alcuni suoi corregionali, per svolgere servizio militare a Trieste, nella Compagnia Cannoni 47-32 della Divisione Sassari.
Dopo un anno passato a Trieste, ricevette l’ordine di recarsi ai confini Slavi, missione nella quale aveva il compito, assieme a due amici, di guidare camion per trasportare truppe, pezzi di ricambio e munizioni; questo ruolo gli venne assegnato anche negli anni successivi.
Il 21 Luglio Giuseppe rientrò dalla Jugoslavia e, grazie ad un permesso di due giorni, riuscì a tornare a casa. I suoi genitori, avendo vissuto già l’esperienza della Prima guerra mondiale e venuti a conoscenza dei nuovi avvenimenti bellici, erano preoccupati per lui.
Terminati i due giorni di permesso, il signor Brignani raggiunse Mantova e da li partì con le Camicie Nere alla volta della Russia.
Il 9 Agosto del 1941 arrivò in Russia. Fino Bassarabia il tragitto fu praticabile ma, nei pressi del fiume Dniepr dovettero, con alcune zattere, sfuggire ai Russi che avevano sfondato il fiume e che bombardavano il fronte italiano. Riuscirono cosi ad arrivare al quartier generale, grazie all’ausilio dei tedeschi, che avevano già aperto la via. Qui le Camicie Nere furono riaggregate alla divisione Celere e il signor Giuseppe entrò a far parte del 22esimo reparto.
Nel Natale del 1941 si ritrovò, per la prima volta, a dover prendere in mano una pistola, poiché erano stati accerchiati dai Russi. I Russi, infatti, erano più avvantaggiati rispetto agli Italiani, che invece non erano sufficientemente equipaggiati per il gelo. “Le nostre scarpe si rompevano” afferma il signor Brignani, ”Oltre a dover combattere c’era il freddo. I Russi venivano avanti, perché loro erano attrezzati Portavano gli stivali in feltro e poi mettevano dentro anche della paglia per stare più caldi, avevano giacche e pantaloni imbottiti e il colbacco[…]. Noi autisti ci arrangiavamo anche per portar via i cappotti col pelo, mentre quelli che erano in linea li avevano solo per chi era di guardia […] ne avevano 5 o 6.”.
Resistettero all’accerchiamento del ’41, grazie all’aiuto dei Tedeschi e dei Bersaglieri Italiani ma, a distanza di un anno, furono nuovamente accerchiati dai Russi e li il signor Giuseppe, assieme a migliaia di soldati Italiani, fu fatto prigioniero e deportato in un campo di concentramento.
Egli racconta: “Ero rimasto solo, perché ero stato ferito da una scheggia di proiettile ad un dito del piede. E’ rimasto congelato e me ne manca un pezzo[…]. Poi mi hanno messo insieme agli altri, su una fila lunga dei chilometri […] ci siamo messi in marcia e abbiamo camminato per 12 giorni. Li in marcia ci diedero dopo 8 giorni una pagnotta da dividere in 8![…] Si beveva la neve al posto dell’acqua. Poi ci hanno messo in treno, ci hanno chiusi e abbiamo fatto circa 8 giorni di viaggio[….]. Ci hanno dato del pesce salato, senza acqua. Allora qualcuno, per la sete, andava sui bulloni a leccare il ghiaccio, per mettersi qualcosa di umido in bocca. Alcuni hanno detto di aver bevuto la loro urina”. Durante la deportazione morirono molti soldati.
Arrivarono al primo campo di concentramento il Gennaio del ’43; il signor Giuseppe fu portato in una sorta di infermeria, nella quale rimase fino a marzo, dopo di che iniziò a lavorare. D’estate zappava la terra; ogni giorno i Russi dicevano loro quanto zappare e, se i prigionieri superavano il limite, la razione di cibo aumentava leggermente. Il signor Giuseppe afferma che alla fine erano arrivati a 900 metri, tanta era la voglia di mangiare; egli infatti al termine degli anni di prigionia pesava 48 chili, un peso estremamente basso per un signore dell’altezza di circa 190 cm.
D’inverno, invece, lavorava nelle fabbriche di zoccoli e di cucchiai.
Il signor Giuseppe fece tre campi di concentramento: il 58 centrale, il 58-3 e il 58-6.
“La vita” dice, ”era secondo chi comandava”.
Mentre nel primo campo c’era un colonnello che odiava gli Italiani più dei Russi stessi, in un altro facevano parte dell’organizzazione del campo alcuni Italiani fuoriusciti, che facevano si che i propri connazionali non fossero trattati eccessivamente male.
La maggiore causa delle morti nei campi era il Tifo petecchiale, dovuto allo stesso parassita che era stato oggetto delle “distrazioni” descritte da Giuseppe: “[i pidocchi] li mettevamo in fila, quelli chiari e quelli scuri, per vedere chi andava più forte!” .
Ai prigionieri che tentavano la fuga era destinata l’esecuzione.
Il cibo era “brodaglia” e la pulizia piuttosto scarsa, facevano il bagno una volta al mese. Egli non subiva violenza fisica, ma sapeva che in alcuni campi, comandati da Mongoli, i prigionieri erano miseramente maltrattati.
Ogni 15 giorni avevano una giornata di riposo, nella quale egli si riuniva coi suoi corregionali e immaginavano quanto sarebbe stato bello mangiare davvero qualcosa di sostanzioso; si davano sostegno l’un l’altro e, proprio grazie a ciò, riuscivano a mantenere i nervi saldi.
Il signor Brignani non ebbe alcuna notizia dei suoi cari durante gli anni di prigionia e il Ministero della Guerra lo dette per morto.
L’8 Settembre del 1943 si trovava ancora in Russia come prigioniero e alla notizia che l’Italia aveva cambiato alleanza, la reazione fu pressoché nulla. I tedeschi, prigionieri con gli italiani nel campo, infatti, erano talmente sfiniti che non reagirono minimamente e i Russi decisero di non liberare i prigionieri italiani, che erano diventati i loro nuovi alleati.
Giuseppe Brignani riuscì a passare il confine italiano il 14 Novembre del 1945; molti prigionieri, invece, rimasero in Russia per alcuni anni ancora. Altri, compreso un cugino dell’intervistato, non fecero più ritorno a casa e di loro non si seppe più nulla.
Quando arrivò a casa le cose erano radicalmente cambiate: il Fascio era crollato, vigeva lo stesso “Falce e Martello” dal quale egli era scappato ed il suo paese era stato raso al suolo dai Tedeschi.
Nonostante ciò la gioia di tornare a casa fu unica. La sua famiglia fu piacevolmente sorpresa quando seppe che egli non era morto e tutto il paese era presente al suo ritorno per dargli il “Bentornato”.
Dopo esser stato curato dalla pleurite, che aveva contratto in Russia, tornò a lavorare come meccanico a Lugo e si riabituò ben presto alla vita comune, nonostante il tenore di vita fosse notevolmente cambiato, a causa della crisi e della perdita della propria casa. Anche le donne della famiglia, così, dovettero lavorare per contribuire alle spese.
Fortunatamente però la sua famiglia era nuovamente riunita e la voglia di sentirsi a casa era talmente forte che vi si trasferirono nel ’46, nonostante le condizioni non fossero delle migliori.
Infine, intorno agli anni ’50, il tenore di vita migliorò.
Negli anni che seguirono, Giuseppe organizzò diversi raduni con gli ex compagni sopravvissuti e con il loro ex tenente, per commemorare la loro esperienza in Russia .
Si sposò all’età di 40 anni; il matrimonio durò fino al ’96, quando morì sua moglie, dalla quale ha avuto una figlia.
Oggi il Signor Brignani vive solo, nella sua casa a San Lorenzo. Nonostante l’età, guida ancora la macchina ed inganna il tempo svolgendo qualche lavoretto o recandosi a Firenze per andare a trovare la figlia.
Per quanto riguarda l’esperienze che ha segnato la sua vita afferma: “Fintanto che campo, quegli anni non li posso dimenticare!”.
Riassunto della testimonianza

 

Dati intervista
< ELENCO NOMI
< ELENCO LUOGHI
Cognome Nome
Brignani Giuseppe
Mestiere svolto
Meccanico, fabbro
maniscalco
Data di nascita
14 novembre 1919
Data intervista
03/01/2009
Luogo di nascita
San Lorenzo (RA)
Durata intervista
75 min
Intervistatore
Schiuma Giada

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