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03 / CATTURARE LE STORIE
 
Università di Bologna - Polo di Rimini
Corso di Storia Sociale A.A. 2008-2009
Intervistatore: Cocchi Valentina
Intervistato: Cocchi Giovanni
Cocchi Giovanni nasce il 22 agosto 1923 a Le Budrie, piccolo sobborgo agricolo e frazione di San Giovanni in Persiceto, cittadina della provincia di Bologna. Appartiene ad una famiglia di modeste origini: il padre, Pietro, è carrettiere, mentre la madre, Angela, si occupa della casa. Giovanni è l’ultimo di quattro figli ma vive solo con i genitori e il fratello Virginio, perché le due sorelle si sposano in giovane età e si trasferiscono dai rispettivi mariti. Abita nella casa in cui tuttora risiede: ampio casale rurale che, a quel tempo, era privo di servizi igienici interni e di acqua corrente potabile, ma dotato di impianto elettrico d’illuminazione. La famiglia era autosufficiente, infatti comprava al negozio solo poche cose come sale, zucchero, frutta e affettato; e possedeva numerosi animali: galline, maiali, ma soprattutto cavalli, la cui importanza era celebrata il 17 gennaio, giorno di Sant’Antonio, protettore degli animali.
La vita di Giovanni si caratterizza fin da subito come una vita di sacrifici e lavoro: a soli otto anni infatti, per necessità materiali, comincia ad aiutare il padre al lavoro, andando con lui nei letti dei fiumi in secca a caricare ghiaia e sabbia. Questa prematura responsabilità lavorativa gli preclude l’opportunità di ricevere una buona istruzione: Giovanni infatti non frequenta volentieri le scuole comunali perché, non avendo il tempo di studiare ed essendo spesso impreparato, riceve dure punizioni dal severo e intransigente maestro.
A quattordici anni comincia a lavorare da solo: ogni notte, stanco e spaventato, percorre a piedi circa venti chilometri per essere pronto al mattino presto a fare consegne di ghiaia e sabbia nella comunità di Palata Pepoli. Sempre a quattordici anni, in un’Italia molto vicina allo scoppio della guerra, è obbligato dal regime fascista a prendere parte alle riunioni degli Avanguardisti: ogni sabato pomeriggio si reca a San Giovanni in Persiceto per imparare a marciare e a maneggiare le armi.
Nel 1942 arriva la chiamata dall’esercito: dopo un breve periodo di reclutamento a Forlì e ventidue giorni di viaggio via terra, Giovanni, a soli diciannove anni, nell’aprile del ’43, è già in zona d’operazione in Grecia, nei pressi di Patrasso. Qui le sue giornate sono scandite da lunghe, estenuanti, quanto apparentemente inutili marce e da una pesante guerriglia contro i partigiani greci, fatta di attacchi sorpresa e imprevedibili imboscate. Sembra esserci un po’ di disorganizzazione da parte dei comandanti e i soldati devono cavarsela da soli in ogni situazione: possono usufruire di libere, ma pericolosissime uscite di gruppo, alle quali Giovanni non ha mai partecipato, tentando così di tutelarsi da ulteriori rischi. Purtroppo però, l’8 settembre, giorno dell’annuncio dell’armistizio italiano con gli Alleati, Giovanni e i suoi compagni, credendo di essere rimpatriati, si recano al porto della gola di Astakos, dove invece cadono in un’imboscata tedesca. Costretti a consegnare le armi, sono fatti prigionieri e caricati su treni diretti in Germania.
Dopo ventiquattro interminabili giorni rinchiuso in un affollato carro bestiame, Giovanni giunge a Bocholt già spossato da una pesante intercolite: passa così i primi undici mesi di campo di concentramento in una baracca allestita a infermeria, in cui viene curato e aiutato a sfamarsi da un soldato, di cui però non ricorda il nome. Riprese un po’ le forze, anche se ancora sensibilmente indebolito, viene mandato a fare scavi per tubazioni acquifere. Ma il lavoro è troppo pesante: Giovanni è sempre più debilitato per scarsa igiene, vestiario inadeguato al freddo, e inconsistente regime alimentare, fatto di pane nero, crauti e mangime per uccelli. Fortunatamente allora un onesto tedesco decide di mandarlo a fare un lavoro meno faticoso: Giovanni è trasferito a Neobecunt, dove, in una fabbrica di cisterne ferroviarie, lavora alla gru in coppia con una deportata russa.
Le cose migliorano ancora quando, cambiato nuovamente lavoro, è mandato a fare le pulizie presso un gentile fornaio del posto. Questi gli consente non solo di sfamarsi a sufficienza, ma anche di portare pane agli altri prigionieri del campo.
Nel ’45 arriva finalmente la liberazione da parte degli inglesi e, dopo un paio di mesi sotto la bendisposta protezione dei russi, Giovanni fa rientro in Italia il giorno del suo compleanno. Ricorda ancora bene come, appena sceso dal treno in lento transito a Ponte Samoggia, abbia subito incontrato uno zio e poi, la sorpresa e la gioia di rivedere una sorella e la moglie di suo fratello, Ultima, venirgli incontro correndo. Ricorda bene anche però, con dolore e un pizzico di rabbia, la difficoltà nel reperire informazioni su suo fratello Virginio, partito prima di lui per il fronte africano e mai più tornato.
Ma, finita la guerra, la vita riprende e pian piano Giovanni si innamora di Ultima, sua cognata ormai rimasta vedova, donna che sposa il 4 giugno 1949 con una semplice e intima cerimonia, confezionando il suo abito con la stoffa di quello nuziale del fratello.
Nel frattempo ricomincia subito a lavorare per la prestigiosa scuderia bolognese Orsi Mangelli: dopo un breve periodo di servizio come carrettiere, viene mandato a prendersi cura delle fattrici e poi dei cavalli da corsa, iniziando, ancora molto giovane, quel lavoro di artiere ippico che nel corso degli anni lo avrebbe portato ad ottenere numerose soddisfazioni. Giovanni lavora infatti instancabilmente e con passione: gira tutti gli ippodromi da trotto d’Italia, da Trieste a Palermo, e i suoi cavalli ottengono sempre buoni risultati. E’ costretto ad assentarsi da casa per lunghi periodi, ma non prende quasi mai giorni di ferie perché vuole assicurare alla famiglia ormai formatasi la stabilità economica di cui ha bisogno, dimostrando così di avere un forte senso del dovere. Compiuti i sessant’anni, non potendo più lavorare per Mangelli perché ormai in età da pensione, lavora ancora qualche anno per gli amici Guzzinati: questo è il periodo dove prende parte anche a competizioni estere: infatti, si reca in Francia con il cavallo Darioz.
Giovanni ha condotto una vita intensa: a volte dura, ma piena di appagamenti, lavorativi e familiari; e oggi, da pensionato ottantacinquenne, non è ancora stanco di godersela.
Riassunto della testimonianza

 

Dati intervista
< ELENCO NOMI
< ELENCO LUOGHI
Cognome Nome
Cocchi Giovanni
Mestiere svolto
Artiere ippico
Data di nascita
22 agosto 1923
Data intervista
14/12/2008
Luogo di nascita
San Giovanni in
Persiceto (BO)
Durata intervista
82 min
Intervistatore
Cocchi Valentina

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