Università di Bologna - Polo di Rimini
Corso di Storia Sociale A.A. 2008-2009
Intervistatore: Rinaldini Priscilla
Intervistato: Esposito Salvatore
Salvatore Esposito nasce il 2 maggio del 1921 a S.Anastasia (NA).
Primo figlio di una famiglia numerosa, composta da undici persone (i genitori e nove fratelli), studiò al liceo classico e, dopo aver preso la maturità, fu chiamato alle armi. I primi sei mesi di istruzione militare si svolsero a Torre Annunziata. Qui avvenne la sua formazione di soldato e la sua specializzazione in Trigonometria, materia che “serviva per il puntamento dei pezzi, in tempo di guerra ”. La sua bravura in questa disciplina lo fece subito salire di grado, infatti “fui promosso subito dal Colonnello: artigliere scelto! perché il mio pezzo puntò esattamente il bersaglio”. Arrivò poi, intorno ai vent’anni, la chiamata per i vari fronti “prima di Natale dovemmo partire tutti quanti” e a lui capitò la Grecia. Nel ricordarlo, Salvatore ancora se ne rallegra “io fortunatamente, e dico fortunatamente, fui assegnato in Grecia, sul fronte greco. Ho detto fortunatamente, perché l’altra metà che fu spostata, mandata sul fronte africano… non tornò quasi nessuno”.
Al momento di partire, viene però a conoscenza di un drammatico episodio: “Morì un mio fratello … caro fratello […]. Questo ragazzo mangiava la frutta acerba, specialmente le albicocche, e … si beccò un bel tifo!”. Durante il viaggio per raggiungere la Grecia, assieme al dolore per la scomparsa del fratello, prova il dispiacere per la lontananza dalla famiglia e dalla fidanzata, nonché le inquietudini riguardanti la guerra, celate da “un po’ di ottimismo” e patriottismo, “ero militare e servivo anche l’amor di patria, lo sentivo molto! ma purtroppo … era d’ uopo … se uno se la prende con gioia, la supera abbastanza bene”.
Salvatore vive un’ulteriore sofferenza, ma di tipo fisico “nel treno non mi sentivo bene, mi venivano i brividi, dei brividi di freddo”. Aveva un’escoriazione sul piede, diventata in breve tempo “sanguinante quasi nera, quasi nera!”. Questa, assieme ad una temperatura corporea alta, fecero sì che venne consegnato alla tappa militare di Roma, dove verrà visitato dal medico, o meglio, dal tenente-medico, che “incominciò ad avere paura” poiché, con gli altri sintomi, si verificò la comparsa di ghiandole all’inguine e sotto le braccia: “questo qua è indice di Setticemia”. Dunque, fu trasportato d’urgenza all’ospedale dove gli venne diagnosticata un’infezione locale ed un’adenite inguinale. Tutto ciò ritardò così il suo arrivo in Grecia, che avvenne dopo qualche mese. Per un breve periodo fu anche trattenuto nuovamente a Torre Annunziata “in attesa di essere rispedito in Grecia”. In questa circostanza, conobbe il Sergente Maggiore, di cui conosceva il fratello, che lo prese in simpatia “mi mandava tutte le sere a casa, con una bella pagnottella, che mi davano perché in casa i fratelli miei non avevano da mangiare[…]. Certe volte portavo anche il rancio, che me lo facevo dare abbondantemente”; questo aiutò lui e la sua famiglia.
Venne poi il momento di ripartire e, con altri cinque o sei uomini che “avevano avuto il congedo, avevano avuto il permesso”, salì su un’altra tradotta militare che, percorrendo l’Adriatico, arrivò a Salonicco dopo tre giorni. Ma qui non si trattenne a lungo; infatti, con gli altri, dovette prendere non una tradotta, ma dei “trenini”, per arrivare a Larisa, ove era il ritrovo. A La risa, Salvatore, in attesa del “trenino” che doveva portarli a Giannina, decise di visitare il cimitero dei caduti di guerra militare “molto ben tenuto, pieno di fiori, veramente molto ben tenuto.”. Del viaggio verso Giannina, paese dove si trovava il suo reggimento, ricorda molto bene che il mezzo “attraversò delle montagne impervie, pericolosissime, alte a picco così! E il conducente abbordava delle curve in modo tale che io, guardando nel vuoto, mi sembrava che… che il mezzo volasse e precipitasse in quegli abissi”.
Arrivato a Giannina, fu sottoposto alla visita medica consueta. Nell’infermeria incontrò un tenente-medico devoto alla Madonna dell’Arco. Alla Vergine era dedicato un santuario vicino ad Ercolano, zona cui Salvatore disse di provenire. Allora il medico gli domandò: “Vuoi rimanere qua a fare l’infermiere?” e lui prontamente rispose: “Come no, mi farebbe veramente piacere”. Si trovò così ad imparare un nuovo mestiere. “Il medico mi insegnava tutto ed io apprendevo tutto con sua grande soddisfazione”. Ben presto egli divenne la sua “mano destra” e, quando arrivò una disposizione ministeriale che “disponeva che tutti i medici che operavano oltremare avevano la possibilità di aiutare le popolazioni locali”, Salvatore si trovò ad assumere un ruolo di notevole importanza: fu infatti, dopo essere stato capo-infermiere, nominato ostetrico. Nell’infermeria arrivarono numerosissime donne incinte e, ad un certo punto, vi fu bisogno di ulteriori spazi. Il dottore adibì un locale vuoto a “seconda infermeria” o, come sorridendo lo definiva Salvatore, “reparto ostetricia, reparto tecnico”. La bravura di Salvatore lo rese famoso fra la popolazione locale e così sempre più donne richiesero di essere assistite dal “Micros iatros” (o piccolo dottore) come lo chiamavano in greco; il dottore invece era solito chiamarlo col vezzeggiativo di “Burbetta”, il cui significato è simile a “soldato alle prime armi”. Questa esperienza di “ostetrico officiante” gli fu utile molto tempo dopo, quando, ricorda, “dovetti per forza, e in extremis, seguire il parto di mia figlia perché l’ostetrica addetta non veniva”. Nel ricordare il momento in cui aiutò a partorire la moglie, si sofferma, con grande enfasi, a descrivere l’attimo in cui il feto viene alla luce “allorquando il cordone ombelicale viene diviso, staccato dalla madre, il bambino, man mano, con una piccola sollecitudine, si prende fra le dita così…dei piedi; a testa in giù si batte sul culetto… e il bambino incomincia a fremere… il bambino comincia a fremere… incomincia la vita! E’ una cosa stupenda, è una cosa meravigliosa”.
Mentre era dunque in Grecia in qualità di ostetrico, cercò di mantenere i rapporti con i familiari e con la fidanzata Angela mediante la corrispondenza epistolare. Quando, per un certo periodo, non riuscì ad avere notizie da Angela, impaurito, scrisse una lettera alla madre chiedendo di lei; apprese così che Angela era terribilmente addolorata per la recente morte del suo unico fratello. La notizia creò anche in lui un grande dispiacere; riuscì per questo ad ottenere un esonero di cinque giorni. Durante l’esonero si recava ogni mattina presso un fiume che scorreva a non più di cento metri dall’infermeria; fu qui che accadde un episodio spaventoso: Salvatore, attratto dalla limpidezza e dalla trasparenza di quelle acque, sentì il desiderio di farsi un bagno “l’ acqua era gelida; subito mi accorsi che, mentre in superficie l’acqua sembrava calma, sotto v’era una corrente tale…”; venne così travolto. Dopo numerosi tentativi non riusciti, per la forza delle acque, di raggiungere la sponda più vicina a nuoto, “solo, con la mente e con il cuore” iniziò ad invocare la Vergine dell’Arco e, poco dopo, scorse un grosso ramo, grazie al quale si salvò.
Un’altro episodio terribile, accaduto in Grecia, è la morte di un ribelle; “lo fucilammo. Io l’ho assistito nella morte”; Salvatore si trovò a dover constatare la morte di quest’ uomo, il quale, ricorda: “è diventato un grande eroe greco”.
Parla anche del 10 agosto del 1943 “giorno di S. Lorenzo e notte delle stelle filanti”. Ci fu un terribile rogo presso la sede della fureria, dove si trovava in qualità di furiere. L’aiutante furiere aveva dimenticato una candela abusiva accesa. Le candele abusive erano utilizzate da coloro che non possedevano una determinata autorizzazione ed erano in uso per la scarsità di energia elettrica, e quindi per illuminare nelle ore notturne. Le fiamme vennero alimentate da un “venticello di tramontana”, la zona fu evacuata e iniziarono a scoppiare “bombe a mano, piccoli proiettili per fucili, razzi da segnalazione”; il maggiore urlò: “Si salvi chi può!”. Solo Salvatore rimase lì “in preda ad un indescrivibile panico, senza rendermi conto del pericolo che correvo, cercavo ancora di spegnere l’immenso rogo […]. Il materiale esplosivo saltava in aria con immenso fragore, sembrava un bel finale di una gara pirotecnica”.
Ha parlato invece meno di quando fu portato in Germania, “tutto il periodo in Germania non è che è stato sempre… la prima parte è stato terribile, terrificante… secchi così, macilenti, morti di fame, di freddo, venti gradi sottozero. La seconda parte, quando il signor Hitler ci concesse… non dipendevamo più dal… dai militari tedeschi dell’esercito, ma dipendevamo dal… municipio… dalla polizia locale… allora si aprirono le porte! Non c’ erano più i fili spinati che c’erano una volta”. E riguardo a questa seconda parte Salvatore ricorderà “avevamo finanche il piacere di andare al cinema. Prima non capivo niente, poi dalle immagini…” riusciva a trarre il senso di ciò che vedeva.
Oggi Salvatore Esposito ha raccolto i suoi ricordi nel libro intitolato: “Frammenti di memoria”.
Riassunto della testimonianza
|
|
Cognome Nome |
Esposito Salvatore |
Mestiere svolto |
Funzionario Sip |
Data di nascita |
1 maggio 1921 |
Data intervista |
26/12/2008 |
Luogo di nascita |
Napoli |
Durata intervista |
58 min ca. |
Intervistatore |
Rinaldini Priscilla |

Installa Adobe Flash Player 9 |