Università di Bologna - Polo di Rimini
Corso di Storia Sociale A.A. 2008-2009
Intervistatore: De Nale Martina
Intervistato: Orioli Alfredo
Orioli Alfredo nasce a Borghi, un paesino in provincia di Forlì, il 15 gennaio 1920.
Rimane orfano di entrambi i genitori all’età di tre anni: la madre morì di influenza mentre il padre, reduce della Prima guerra mondiale, morì subito dopo il ritorno dal fronte a causa delle ferite ricevute in guerra. Viene quindi accolto a casa dello zio paterno che si prende cura di lui e lo cresce come se fosse un figlio.
All’età di sei anni viene mandato in un collegio per orfani di guerra a Coriano, dove rimarrà fino a nove anni. Qui frequenta una scuola elementare comunale e vive insieme ad altri ragazzi della sua età. In questo periodo si forma il suo carattere, forte e controcorrente; si dimostra infatti un bambino vispo ed intelligente, ma anche un po’ ribelle. Cerca di sfuggire alle regole impostagli dai sacerdoti che dirigevano il collegio, e trascina con sé anche degli amici. A pranzo e a cena, per esempio, veniva servita a tutti i bambini una pietanza calda insieme ad un pezzo di pane. Ma ad Alfredo il cibo che veniva preparato ogni giorno non era sufficiente, così riesce a scoprire dove le suore tenevano il pane e inizia a rubarlo di nascosto, con l’aiuto di un compagno di gioco. Insieme rubano il pane attraverso una grata, fino a quando un giorno scopre un prete ed una suora in atteggiamenti intimi in cucina. A sua volta il prete si accorge di essere spiato e per punirlo lo picchia violentemente.
E’ in questi anni che Alfredo perde qualsiasi rispetto e devozione verso la Chiesa. Rimane deluso e amareggiato dal comportamento dei sacerdoti e quindi rifiuta qualsiasi imposizione proveniente da quel mondo. Alfredo chiama lo zio per farsi venire a prendere temendo, come lui stesso racconta, di essere ucciso. Viene così trasferito a Rimini, al collegio dei Salesiani in piazza Tripoli. Qui consegue il diploma di quinta elementare, un titolo importante che pochi ragazzi all’epoca possedevano.
La pensione del padre, morto dopo la Grande Guerra, non è però più sufficiente e lo zio, che già aveva a carico quattro figli da mantenere, decide di mandare Alfredo a Bologna come garzone in una famiglia di anziani signori che avevano bisogno di due braccia forti e giovani per svolgere alcune mansioni nella loro fattoria. Alfredo racconta che l’impatto fu durissimo, poiché fino a quel giorno di mucche ne aveva solo sentito parlare, e da un giorno all’altro si ritrova immerso in un mondo rurale totalmente diverso da quello a cui era abituato. Si sentiva un bambino di città catapultato in una realtà di campagna a lui totalmente estranea. Qui svolge le mansioni più umili, pulisce la stalla e dà da mangiare alle mucche e agli altri animali. Viene sempre trattato molto bene dalla famiglia che non gli fa mancare niente, anche se sempre con una certa freddezza e un certo distacco; non viene mai chiamato con il proprio nome dai due anziani signori, ma sempre con il titolo di “garzone”, e ai due padroni deve sempre rivolgersi con il Voi. Parla però di quel periodo come degli anni sereni, con del buon cibo sempre presente sulla tavola e un tetto caldo sotto cui dormire. I vestiti scarseggiavano e si limitavano ai poveri abiti da lavoro. Inoltre, quella dei padroni era una famiglia anticlericale quindi la domenica non era d’abitudine andare a messa, e di conseguenza non esistevano gli abiti da festa. La domenica si pranzava regolarmente e poi si svolgevano i lavori abituali come ogni altro giorno.
Di tempo libero non ce n’era praticamente mai, poiché le bestie avevano bisogno di essere nutrite e pulite ogni giorno, e di conseguenza non ci si poteva allontanare per troppo tempo dalla fattoria.
Nel 1937 a Borghi aprono una cava per la frantumazione delle pietre che venivano poi trasportate alle ferrovie. Alfredo, orfano di guerra, ha diritto ad un posto fisso. Questo diritto lo rende in un certo senso privilegiato, poiché trovare un lavoro sicuro in quegli anni era molto difficile. La sua passione per la meccanica lo inserisce con facilità nei più svariati settori: lavora al frantoio, alle macchine, come gruista e come manovale. Il contratto prevede otto ore di lavoro giornaliere, tranne il sabato in cui Alfredo frequenta la premilitare, com’era d’obbligo al tempo. Nonostante fosse di famiglia antifascista, per ottenere il posto di lavoro dovette prendere la tessera da fascista. Alfredo racconta che il regime imponeva di seguire una determinata ideologia e un determinato stile di vita; invadeva quindi qualsiasi campo della sfera personale senza dare libertà di pensiero e di espressione. Per sopravvivere si adegua alle regole che gli vengono imposte.
Durante quegli anni, Alfredo frequenta alcune ragazze e descrive queste relazioni come difficoltose e completamente diverse da come vengono vissute oggi giorno. Infatti, all’epoca un ragazzo, per frequentare una ragazza, doveva prima presentarsi ai genitori di lei, per avere il permesso ed il consenso ad uscirci insieme e per farsi conoscere. Nonostante questo, gli incontri avvenivano sempre con almeno un genitore presente, solitamente la madre della ragazza. Gli incontri in casa per esempio, si tenevano nel salotto o in cucina seduti intorno al tavolo, e la comunicazione era sempre controllata dalla presenza di un genitore. Anche le uscite serali, in città o al ballo, prevedevano che la madre accompagnasse la figlia insieme al fidanzato, e che la tenesse a bada da lontano per assicurarsi che tutto rientrasse nelle regole imposte dalla famiglia. Pratica quasi completamente estranea ai giovani d’oggi, che secondo l’intervistato hanno troppa libertà e hanno perso i veri valori della vita.
Alfredo parte per la guerra a vent’anni. Nato a gennaio del 1920, viene chiamato a partire con l’ultimo scaglione del 1919. Viene destinato al 6° Bersaglieri di Bologna. Parte quindi per la Jugoslavia, poi si sposta in Bosnia e in Russia. Il giorno in cui Mussolini annunciò che l’Italia sarebbe entrata in guerra, Alfredo si trovava a Gemona, in Friuli, in un campo estivo. Viene fatto rientrare a Bologna, per poi partire verso il fronte russo.
Sfortunato da piccolo, Alfredo dice di essere stato protetto da una stella durante tutta la sua vita. Infatti, nonostante tutto è sempre riuscito a cavarsela e ad evitare le situazioni peggiori anche in guerra. Con un po’ di fortuna e un po’ di carattere è sopravissuto a quel periodo durissimo e disperato. Il reggimento a cui fu destinato era un reggimento ciclista, ma Alfredo si rifiuta di procedere in bicicletta avendo a diciotto anni sostenuto l’esame di guida per la patente. Così chiede al comandante di poter guidare un camion e insiste fino a quando non ottiene il permesso di guidare il camion che custodiva l’equipaggiamento per l’intera truppa. Ad avere la patente all’epoca non erano in molti, quindi Alfredo sfrutta questa sua abilità e si distingue dagli altri un’altra volta. In Jugoslavia l’esercito procedeva in bicicletta e lui faceva strada guidando il camion. “Sono stato fortunato”, ripete più volte. Il camion trasportava il magazzino vestiario, il magazzino viveri e l’intero equipaggiamento. Alfredo ha quindi una posizione di privilegio rispetto agli altri soldati, poiché guidando il camion non deve rischiare la vita in prima linea, come invece sono obbligati a fare i suoi compagni. Il fucile, racconta, è sempre rimasto dietro il suo sedile di guida e non ha mai sparato un colpo; non è mai stato usato.
Lui faceva rifornimento e poi scappava. Non gli è mai mancato niente, grazie alla posizione che era riuscito ad ottenere. Mentre gli altri soldati dormivano in trincea, dove capitava tra il freddo e il rischio di morire, lui ha sempre dormito al caldo. Ha girato l’Ucraina in lungo e in largo. Andava a prendere il materiale e i viveri che arrivavano dall’Italia ad Odessa, sul Mar Nero. Seguiva gli ordini del suo superiore e partiva con il suo camion passando intere giornate alla guida.
Nonostante il gelido inverno russo, l’equipaggiamento dei soldati era estivo. Alfredo passa un inverno intero a meno quaranta gradi sotto zero e i soldati dormono in trincea sulla neve mal equipaggiati con vestiti leggeri e scarpe estive.
Il magazzino viveri invece era ben fornito. L’intervistato parla di gallette, scatolette e, soprattutto, pasta. Il mangiare non è mai mancato. E soprattutto in quelle zone la cacciagione era abbondante. C’erano moltissime oche che venivano uccise e poi portate dai soldati in cucina per essere pulite e cucinate, e anche molto altri animali selvatici.
Alfredo riesce ad evitare lo scontro anche con i partigiani, grazie alla sua passione per lo sport e per la corsa. Infatti, partecipa ad una maratona e vince il secondo premio. I primi tre classificati vincevano quindici giorni di licenza, con il permesso di poter tornare in Italia. E’ proprio in questi giorni, mentre Alfredo è in Italia, che le truppe Italiane incontrano i partigiani in Russia. Tutto quello che Alfredo sa di questa vicenda gli viene raccontato a posteriori dagli amici rimasti sul fronte russo.
Ad un certo momento in Russia vengono a mancare alcuni mezzi a motore, ne viene lasciato uno ogni due compagnie, e anche il camion di Alfredo viene meno.
Per la prima volta è obbligato a dormire al freddo e a bere l’acqua del fiume Don per un inverno intero. La sua mansione ora è quella di assistere il suo comandante al bunker, ricevendo le telefonate che arrivavano all’unico telefono presente nel campo. In trincea Alfredo dirige anche un gruppo di prigionieri. Racconta che il trattamento a loro riservato dall’esercito italiano era decoroso e rispettoso, a differenza di quello che riservavano loro i tedeschi. Alfredo ogni giorno va a prendere i prigionieri al campo tedesco e li accompagna al campo dove i prigionieri russi dovevano svolgere i lavori di linea, come ad esempio spaccare la legna per il bunker. I russi consideravano gli italiani della brava gente. Infatti, l’esercito italiano trattava decorosamente i prigionieri russi, dava loro da mangiare e tutto il necessario per la loro sopravvivenza.
Italiani e tedeschi, racconta Alfredo, non andavano d’accordo. Gli italiani erano considerati dai tedeschi dei garzoni, e per questo motivo questi ultimi cercavano in tutti i modi di sottometterli. Ma l’esercito italiano non era disposto a subire questo trattamento e quindi ad ogni incontro era una guerra, sia verbale che fisica.
Nelle grandi città, nei dintorni del campo militare, si organizzavano ogni sera degli spettacoli teatrali per intrattenere e far divertire i soldati. Si alternavano spettacoli in lingua tedesca, italiana, rumena, ungherese, e così via per ogni gruppo di militari. Alfredo una sera organizza una rivolta, poiché i tedeschi pretendevano sempre di avere il teatro a loro disposizione cacciando via gli altri eserciti. Quella sera, racconta Alfredo, volarono panchine, sedie, tavoli... ma gli italiani riuscirono ad avere la meglio ottenendo i rispetto desiderato.
Guidando il camion con l’equipaggiamento della truppa, Alfredo si sposta di città in città. Inizia a conoscere tutte le strade, da quelle non agibili a quelle asfaltate e percorribili. Una sera, passando per l’unica strada asfaltata che portava a Kiev, la Stalinorostow, vede una casetta illuminata vicino alla città di Bobrowisk; si ferma e bussa alla porta. Apre una ragazza, Alfredo si presenta come soldato italiano e chiede di poter avere rifugio per quella notte. Gli italiani erano ben visti dai russi, e la madre della ragazza gli dà il permesso di entrare. In questa casa conosce Ivan, un signore russo con cui Alfredo stringe amicizia. Qui Alfredo ha un tetto caldo sotto cui dormire e un letto comodo e sicuro, nonostante sul camion ci fosse una brandina. Dopo aver capito di essere ben accetto, Alfredo ogni sera si ferma a dormire da questa famiglia di russi, dove può anche fare un bagno caldo a differenza dei suoi compagni, costretti a stare in trincea dove capitava. La figlia dei due anziani signori, una giovane ragazza, gli preparava il bagno in una grande botte di legno ogni sera. Poi Alfredo andava a dormire in un letto al caldo vicino al fuoco e la mattina ripartiva con il camion. Per sdebitarsi con la famiglia era lui che portava in tavola il mangiare, lo stesso che era destinato ai soldati e che trasportava sul camion. Con la giovane ragazza Alfredo racconta di aver avuto una relazione durata un anno, poiché con il passare dei giorni e dei mesi si era inevitabilmente creato un forte legame. Quando è stata ora di partire e fuggire dalla Russia, la ragazza ha pregato Alfredo di non andarsene, ma lui, temendo per la sua stessa vita, l’ha dovuta abbandonare insieme alla casa che l’aveva accolto per un anno. Ivan, il capofamiglia padre della giovane, lo aveva avvertito che non appena il fiume Don si fosse ghiacciato i russi sarebbero partiti all’attacco contro l’esercito italiano. Ha consigliato ad Alfredo di scappare, altrimenti i sovietici li avrebbero mandati in Siberia. Alfredo trova un treno a Bobrowisk, vicino Minsk, e insieme ai suoi compagni parte verso l’Italia.
Il 17 dicembre 1941 i russi attaccano l’esercito italiano attraverso il Don che si era ghiacciato e aveva un metro e mezzo di ghiaccio sotto la superficie. Ma Alfredo era già scappato, avvertito da Ivan che gli salvò la vita.
Il viaggio in treno è stata per i soldati un’esperienza durissima e angosciante. L’esercito, chiuso dall’esterno in un vagone merci, non aveva nulla di cui cibarsi. Il freddo entrava nelle ossa e le ore di attesa erano un’incognita che lottava con le possibilità di sopravvivenza degli uomini rinchiusi.
Alfredo ricorda la sensazione terribile di vuoto e fame. Ma, prima della fame, arrivava la sete, il palato si seccava e le forze diminuivano. La temperatura era scesa a meno quaranta gradi sotto lo zero e le lamiere con cui erano fatti i vagoni “sudavano” dal freddo. L’acqua che colava era l’unico liquido che i soldati avevano a disposizione, così iniziano a leccare le lamiere per cercare sollievo.
Dopo una settimana rinchiusi nel vagone, finalmente il treno arriva in Italia, a Tarvisio, sopra la città di Osoppo. Alfredo inizia ad urlare per farsi sentire. Qualcuno apre e finalmente i soldati vedono la luce. Tra le fredde lamiere vengono trovati degli uomini morti per il freddo e la fame.
I sopravissuti vengono portati in una caserma ad Osoppo per essere lavati e, lentamente, reidratati e nutriti. Quest’operazione doveva essere svolta con cautela, poiché lo stomaco degli uomini non era più abituato al cibo e quindi tutto doveva essere somministrato a piccole dosi, per non creare danni fisici. Alfredo racconta di essere stato lavato e nutrito molte volte durante quei giorni. Ricorda inoltre dei pidocchi che aveva in tutto il corpo, e della disinfestazione che i medici hanno dovuto fare nelle caserme agli uomini. Dopo qualche giorno, viene trasferito a Miramare di Rimini, dove rimane per quaranta giorni. La stella di cui ha sempre parlato, la stella che lo ha protetto, forse ha davvero vegliato su di lui.
Alfredo torna a casa e ritrova la donna che qualche mese dopo diventerà sua moglie. Erano già insieme prima che lui partisse per la guerra e lei lo ha sempre aspettato a casa. Si sposano nel 1945 e hanno due figli maschi. Alfredo, mentre la moglie rimane a casa a badare ai bambini, trova lavoro all’aeroporto di Malpensa a Milano, per una ditta di Bologna. La sua conoscenza della meccanica lo agevola ancora una volta nella ricerca di un lavoro ben retribuito. Da Milano si sposta poi a Pavia, dove è addetto alla costruzione dell’autostrada dei Fiori Milano-Genova. Qui ci rimane per ben diciannove anni, instaura un ottimo rapporto con il padrone della ditta che compra ad Alfredo anche un’automobile, per rendere i suoi spostamenti di lavoro più semplici.
Un giorno, incontra sul treno il proprietario della SNAM Petroli che, conoscendo le abilità e le conoscenze di Alfredo, gli propone un lavoro nella sua ditta promettendogli una retribuzione tre volte maggiore rispetto a quella che percepiva. Alfredo chiede consiglio alla moglie e insieme decidono di accettare la proposta poiché era da anni che posticipavano l’inizio dei lavori per la costruzione della loro casa per mancanza di soldi.
Da quel momento lavora per ventuno anni in giro per l’Italia, a costruire pozzi di petrolio lungo la Riviera Adriatica, sullo stretto di Messina e lungo tutto il Mediterraneo. Un lavoro faticoso ma che ha fruttato molti soldi e ha permesso ad Alfredo di costruire la casa dove ha fatto crescere i suoi figli e dove vive tutt’ora.
Per i suoi figli sceglie un lavoro adatto alle loro capacità e alla richiesta occupazionale dell’Italia in quegli anni. Dopo averli mandati a scuola fino alla quinta elementare, li inserisce cioè nel mondo della meccanica ed entrambi diventano due meccanici molto conosciuti e stimati.
Aprono insieme un’officina a Rimini che oggi dà lavoro oltre che a diversi operai, anche a tutti i membri della famiglia, comprese le mogli e le figlie che si occupano della contabilità in ufficio.
Alfredo è molto fiero della sua famiglia oggi, ed è felice di essere riuscito ad assicurare un futuro solido e sicuro ai suoi figli e alle rispettive famiglie.
Dopo la morte della moglie è rimasto a vivere da solo nella casa di famiglia.
Una signora moldava lo aiuta nei lavori domestici e convive con lui per appoggiarlo nelle mansioni più pesanti.
Oggi è un padre, un nonno ed un bisnonno felice e presente, con nel cuore molto dolore ma anche moltissima gioia per gli innumerevoli successi ottenuti in tutti i campi, a partire dalla sua bella e numerosa famiglia.
Riassunto della testimonianza
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Cognome Nome |
Orioli Alfredo |
Mestiere svolto |
Operaio |
Data di nascita |
15 gennaio 1920 |
Data intervista |
02/12/2008 |
Luogo di nascita |
Borghi (FC) |
Durata intervista |
70 min ca. |
Intervistatore |
De Nale Martina |

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