Università di Bologna - Polo di Rimini
Corso di Storia Sociale A.A. 2008-2009
Intervistatore: Rosato Raffaella
Intervistato: Papandrea Raffaele
Papandrea Raffaele è nato a Procida il 9 novembre del 1926 da una famiglia composta da dieci persone: padre, madre, un fratello (Francesco, 1932) e sei sorelle (Bice, 1924; Rosetta,1928; Carmela, 1930; Maria, 1934; Libera,1936; Antonietta, 1938). Trascorse la sua infanzia in una piccola isola del Mediterraneo, in cui frequentò le scuole elementari e la scuola da motorista. Raffaele ricorda con un po’ di rancore gli anni delle scuole elementari, per il difficile rapporto che ebbe con un suo professore, a causa del quale fu rimandato due volte in seconda. Racconta, infatti, di alcuni metodi educativi molto differenti da quelli odierni, quali una lunga canna di bambù che era utilizzata per punire gli alunni distratti. Fu proprio per una simile punizione che Raffaele, da ottimo elemento che era, passò ad essere ignorato completamente dal professore, che invece si curava di seguire solo i figli dei “signorotti” procidani; questa fu la causa della sua bocciatura. Fortunatamente cambiò professore e fu promosso in maniera regolare negli anni successivi. Spiega come era differente la scuola ai suoi tempi: l’uso del calamaio, dei banchi consumati dal tempo e del rapporto con i compagni di classe.
L’organizzazione familiare era di tipo patriarcale, in quanto era il padre che lavorava sulle navi e mandava i soldi a casa per mandare avanti la famiglia.
I giovani erano abituati a stare sempre a contatto con la natura, sia con la terra, coltivando alcuni tipi di ortaggi, che con il mare: la risorsa primaria dell’isola, infatti, permetteva anche ai giovanissimi di svolgere dei lavoretti che gli permettevano di guadagnare qualcosa.
È impressionante sapere che l’unico tipo di calzatura che indossavano in qualsiasi stagione era un paio di zoccoli che l’inverno erano accompagnati da calze di lana.
Raffaele ricorda bene il freddo che sentiva quando d’inverno, la notte, usciva in mare per dare una mano, ed era costretto a rannicchiarsi vicino al fuoco per riscaldarsi un po’.
Spiega come, non essendoci ancora il porto, le barche erano trainate a mano sulla spiaggia; ricorda, sofferente, le mani sanguinanti al rientro a casa dopo una nottata in mare, ferite dalle funi che dovevano tirar su, e che erano curate solo con un po’ di acqua calda.
Il racconto si sposta sulla guerra. Ricorda in maniera riflessa la guerra dell’Africa che il padre gli aveva raccontato. Quando nel 1939 scoppiò la Seconda guerra mondiale, Raffaele era ancora giovane dunque il racconto è incentrato sulla lotta contro la fame che il testimone dovette affrontare essendo il primo figlio maschio di una famiglia principalmente al femminile, e che quindi doveva lottare per portare a casa il cibo.
Interessante è il racconto sulla trasmissione in radio del discorso di Mussolini del giugno 1940, al quale i giovani ragazzi, per ignoranza o per “spirito goliardico” (come afferma il testimone), applaudivano senza sapere cosa significasse in realtà la guerra. Raffaele, inoltre, racconta di come, lui e i suoi compagni, non avendo mai visto una radio, non riuscivano a spiegarsi come da “uno scatolone simile” potesse provenire la voce del Duce.
Racconta poi come il valore dei soldi cambiò a causa della stampa di un numero sempre più crescente di banconote: prima infatti con tredicimila lire era possibile comprare una proprietà, oppure sposare tre figlie.
Impressionante è sapere come le risorse alimentari che, sull’isola di Procida giungevano da mare, erano divise a tutti i cittadini. Ogni famiglia aveva a disposizione una tessera a punti. Tali punti venivano sottratti ogni volta che ci si recava al porto per ricevere una certa quantità di un genere alimentare. Per ogni figlio spettavano 200 g di pasta la settimana e 200 g di pane il giorno. La madre e della sorella maggiore rinunciarono per quasi tutta la guerra alla propria porzione di cibo per darla ai figli maschi che rientravano dal mare. Ricorda le “freselle” (fette di pane secco che loro mangiavano ammorbidendole sotto l’acqua), che il padre portava a casa quando rientrava per pochi giorni. Una bottiglia d’olio doveva bastare per una settimana perché spesso i bastimenti non ne disponevano.
Raffaele spiega come gli abitanti dell’isola venissero avvertiti dell’arrivo di un bastimento alimentare: un uomo munito di un campanaccio si aggirava per tutta l’isola avvertendo con la voce i cittadini.
Afferma che Procida divenne il rifugio di centinaia di sfollati, in quanto non fu mai bombardata. Così i napoletani che occupavano l’isola si appropriavano di quasi tutte le risorse alimentari che giungevano da mare e così loro erano costretti a recarsi fino a Napoli. Di Napoli descrive la difficile realtà: ricorda di come il buon grano e altri alimenti invece di essere trasportati venivano sotterrati; racconta dei bombardamenti che a Napoli avvenivano tutti i giorni. Le poche persone che vi erano rimaste a causa dell’impossibilità economica, al suono dell’allarme si riparavano sotto la galleria. Riporta un suo personale episodio: insieme al cugino si era riparato, durante un bombardamento, in un palazzo. Il palazzo a fianco fu colpito, investendo in parte anche il loro rifugio. I due scapparono spaventati, ma in seguito furono costretti a tornarci per combattere la fame.
Finita la guerra, nel 1946, Raffaele partì, alla ricerca di un lavoro, per Trieste. Fece il viaggio insieme a ventiquattro persone prima in barca e poi con un camion. A Trieste c’erano gli americani, quindi dovettero recarsi a Monfalcone, e giungere a Trieste con la barca. Arrivati in città, stanchi, affamati e sofferti, riuscirono a mangiare ben 25 kg di pane bianco. È impressionante osservare l’espressione del testimone mentre ricorda quel pane che aveva dimenticato. Da Trieste partì per Genova, cercando di ottenere il nullaosta per l’America, che però non ottenne mai. A Genova la situazione era ben più dura che a Trieste. Il lavoro era poco perché uscire in mare era difficile per la presenza delle mine. Fece cosi presto ritorno a Trieste dove riuscì ad ottenere il suo primo imbarco sulla nave che si chiamava “Il Modico di Longobardo”.
Raffaele preferisce non parlare della moglie Celeste, sposata nel 1953, poiché è ancora molto provato per la sua perdita avvenuta qualche anno fa. Il discorso passa così all’ignoranza che c’era durante la guerra. L’intervistato ricorda infatti che, quando era a Trieste, era costretto a scrivere per ventiquattro persone analfabete.
Racconta poi delle innovazioni che Mussolini apportò a Procida durante il suo governo: la banchina del porto, i muri contenitivi ecc.
Ricorda con rabbia il suo incontro con uno dei capitani fascisti dell’isola durante la guerra. La crudeltà di quell’uomo che uccideva senza pensarci due volte e che, soprattutto, abusava del suo potere. Racconta di quando due condannati riuscirono a scappare dal carcere e uno di loro venne ucciso da A. senza pietà.
Il sabato i famigliari dovevano portare Raffaele con la forza al Fascio ma lui, pur di non andarci, inventava qualsiasi scusa. Afferma “si toglievano tutte le soddisfazioni, è abuso di potere”. Un giorno il comandante A. non volle giustificarlo a scuola. Lui si recò così dal comandante del porto che litigò con A. perché si era permesso di strappare la sua firma.
Ricorda le punizioni che venivano date al fascio: marciare fino a tardi e per lunghe distanze, l’obbligo di saper maneggiare bene il fucile. Lui per non ricevere tali punizioni un giorno diede un nome falso, ma poi fu smascherato e punito ugualmente. Conclude raccontando come suo nonno fosse intervenuto a suo favore contro A. che altrimenti, prima o poi, lo avrebbe sicuramente portato in carcere.
Riassunto della testimonianza
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Cognome Nome |
Papandrea Raffaele |
Mestiere svolto |
Navigante |
Data di nascita |
9 novembre 1926 |
Data intervista |
20/12/2008 |
Luogo di nascita |
Procida (NA) |
Durata intervista |
60 min |
Intervistatore |
Rosato Raffaella |

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