Home Archivio delle voci  
  Giardini della memoria   Memoria over 90   Catturare le storie                  
Ecofox
imaGo online
ENGLISH
CONTATTI
PUBBLICAZIONI
CREDITS
ATTIVITA'
DATABASE
database
 

 

 
03 / CATTURARE LE STORIE
 
Università di Bologna - Polo di Rimini
Corso di Storia Sociale A.A. 2008-2009
Intervistatore: Rinaldini Priscilla
Intervistato: Rinaldini Antonio
Antonio Rinaldini nasce il 2 Gennaio del 1925 a Napoli.
La sua giovinezza è quasi interamente dedicata agli studi e al lavoro. Nei primi anni ’40 inizia il percorso nel quale viene indirizzato dai genitori, ovvero l’iscrizione al liceo classico, al quale seguiranno gli studi di giurisprudenza ed un lavoro prima da impiegato, poi da dirigente presso l’ INPS.
Il ricordo più forte, che riaffiora alla sua memoria quasi nell’immediato, è di un pomeriggio lontano, quello del 10 Giugno 1940: “..ero a sostenere gli esami di ammissione al liceo classico nel frattempo dall’altoparlante che era situato in aula, una voce…”. E’ così, all’ interno di quell’aula scolastica, che inizierà a realizzare che l’Italia era entrata in guerra. Il ricordo di quella misteriosa, stentorea voce, degli inni nazionali e del discorso “Agl’italiani e al mondo intero.” di Benito Mussolini che la seguirono, si intreccerà più tardi ai racconti di un’esperienza diretta. Ci sarà, infatti, intorno agli anni ’60 l’incontro con L. A., il quale, fidanzatosi con la sorella, ricorderà quello stesso mese di giugno, in maniera totalmente differente, dalla parte “di chi la guerra l’ha fatta”.
Antonio, con assoluta chiarezza, ricorda i momenti di guerra vissuti e poi raccontati da L. A., quasi come si fosse imposto il compito di conservare e tramandare la memoria di quei fatti lontani. L. A., terminato il servizio di leva, venne trattenuto alle armi; fu inviato, assieme alla sua Divisione, la Torino, sulle Alpi Occidentali, dove dovette combattere contro le truppe francesi, poi sul fronte orientale, contro le truppe jugoslave.
Racconta dell’impreparazione dell’esercito: “I soldati non erano sufficientemente armati. Avevano spesso armi del primo conflitto mondiale, inoltre non erano adeguatamente vestiti per una guerra, specie in Russia […]. Mantenevamo ancora un criterio di guerra di posizione” ed allo stesso tempo ricorda i disagi dei civili dei quali invece Antonio faceva parte: “Bombardamenti sulle nostre città, le morti, le distruzioni, la mancanza di cibo[…]; furono tesserati i generi di prima necessità”. Racconta anche di quando “la Germania invase l’Unione Sovietica, per cui anche l’Italia inviò un Corpo di Spedizione, formato da sessantaduemila soldati, tra cui la Divisione Pasubio, la Celere e la Torino, in cui militava mio cognato”; ricorda inoltre come le corrispondenze epistolari tra i soldati in Unione Sovietica e i familiari rimasti in Italia fossero rigidamente sorvegliate e censurate dalle autorità militari italiane “aprivano le lettere per leggere se vi erano cenni circa posizioni di militari, spostamenti, eccetera, eccetera, per evitare che tutto tornasse di danno alle truppe operanti…”.
Le truppe italiane intanto vivevano momenti di difficoltà causati dalle temperature che ruotavano attorno ai -40°C , “la benzina ghiacciò nelle taniche, nei motori, l’acqua, il vino e le altre bevande ghiacciavano nei recipienti, la temperatura era insostenibile, il vestiario inadeguato”; inoltre l’alimentazione era “pessima, erano costretti molto spesso ad arrangiarsi con gallette e scatolette di carne che avevano nello zaino” e gli automezzi erano insufficienti “le tre divisioni erano servite da mezzi necessari per trasportare una sola divisione, quindi, quando a turno una divisione veniva trasportata, le altre due dovevano proseguire il cammino a piedi, con marcia forzata”; inoltre vi furono molti morti, e ciò fecero sì che “nell’ estate del 1942 si ritenne necessario inviare altre truppe, per cui il Corpo di Spedizione Italiani in Russia divenne ARMIR, cioè Armata Italiana in Russia, e tra le divisioni inviate vi furono la Tridentina e la Julia”. L’Italia, che percepì il dramma dei combattenti in Russia, si mobilitò con qualche aiuto: “furono raccolti molti indumenti di lana, sciarpe, guanti, e tutto ciò che potesse essere utile per difendersi dal freddo”. Ma a tutto questo seguirà anche la perdita di molti soldati appartenenti alle divisioni alleate, per mano dell’esercito sovietico: “si accanirono contro le divisioni ungheresi e romene che erano alla cerniera del fronte. Da tutte le parti irruppero siberiani, mongoli, tartari, cosacchi e le truppe romene ed ungheresi cedettero, ripiegarono, furono travolte”. In tale circostanza, le divisioni italiane si trovarono “senza le ali, quindi scoperte, per cui dovettero arretrare”; e, nonostante ciò, dai comandi non giunsero ordini, cosicché “ci fu sgomento, sbandamento, corsa agli automezzi”. A questo punto fu facile per una carica di cosacchi assalire la compagnia di soldati in cui si trovava L. A.. Antonio racconta il tragico momento con durezza nei toni: “Furono fatti prigionieri. Fu privato di tutto, gli fu tolto il portafoglio, gli estrassero le fotografie dei suoi cari, le strapparono, le buttarono nella neve”; in seguito vennero poi portati in un campo di concentramento, in cui il cognato ebbe il compito di trainare uno slittino pieno di legna, che sarebbe servita al riscaldamento dell’ambiente. Il suo lavoro era sorvegliato da un mongolo, il quale un giorno “gli sferrò una legnata nella schiena. Si svegliò dopo alcuni giorni in ospedale dove, dopo, lo trattennero con funzione di infermiere”. Antonio con un lieve sorriso dice: “Questo forse gli servì a stare meglio, in quanto si nutriva delle stesse compressine di vitamine che dava ai soldati”. Ma lo aspetteranno altri momenti di sofferenza: sarà successivamente inviato nel profondo sud dell’ Unione Sovietica ove la temperatura poteva arrivare fino ai 50° sottozero. Intanto alla sua famiglia arrivò la notizia che era da considerarsi disperso, ovvero probabilmente morto e, seppur nei familiari fosse rimasto “un lumicino di speranza”, venne celebrata una messa per defunti in cui compariva anche il suo nome. Ma L. A., distrutto fisicamente e psicologicamente ( “i disagi di ogni genere, pidocchi, altri insetti, i ricordi degli orrori vissuti, nessuna notizia della sua famiglia, tormentarono i suoi giorni”), farà ritorno in Italia nell’autunno del 1946. Trova una Napoli violentata dai bombardamenti, resa “muta”, “senza volto”, “senza anima” dal passaggio di eserciti di “marocchini, algerini, tunisini, africani, francesi”, e che stava però lentamente rinascendo ed elaborando i lutti, come testimonia la canzone “Monastero di Santa Chiara”.
Riassunto della testimonianza

 

Dati intervista
< ELENCO NOMI
< ELENCO LUOGHI
Cognome Nome
Rinaldini Antonio
Mestiere svolto
Impiegato
Data di nascita
2 gennaio 1925
Data intervista
26/12/2008
Luogo di nascita
Napoli
Durata intervista
25 min
Intervistatore
Rinaldini Priscilla

Guarda il video

Installa Adobe Flash Player 9


Piazza Tre Martiri, 43 - 47921 Rimini / tel. 0541.434059 - 0541.434023 / fax 0541.434060