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03 / CATTURARE LE STORIE
 
Università di Bologna - Polo di Rimini
Corso di Storia Sociale A.A. 2008-2009
Intervistatore: Scoleri Karien
Intervistata: Romeo Maria Antonia
Romeo Maria Antonia è nata a Galatro, in provincia di Reggio Calabria, il 9 giugno 1930.
La sua famiglia era composta da 8 persone: i genitori, 4 sorelle e 2 fratelli. Era una famiglia relativamente agiata e benestante per quei tempi: dal racconto della nonna emerge un ricordo quasi sacrale della famiglia. La madre era una grande donna di casa: sapeva far tutto ciò che poteva servire a una famiglia numerosa. La giornata si svolgeva a ritmo frenetico, con tante cose da fare: il bucato, la pasta, il pane, ecc. In casa veniva preparato anche il corredo per le femmine, con il telaio. Le ragazze avevano ognuna un proprio ruolo: chi filava, chi ricamava, chi lavorava all’uncinetto.
Il padre era proprietario terriero, commerciante di agrumi e produttore di distillati. “Dalle arance faceva lo spirito (dalla buccia si estraeva l’essenza), aveva l’attrezzo che serviva per farne la lavorazione, che si chiamava “limbicco” (L’alambicco, distillatore). Faceva alcool di tutte le qualità, magari di nascosto perché questo non si poteva fare liberamente e lui lavorava di nascosto nelle nostre casette di campagna”.
Il padre coltivava tutto ciò che serviva per il sostentamento della famiglia con l’aiuto anche di altre persone che davano un grande contributo al lavoro da svolgere, “allevavano i maiali, i tacchini, i conigli e le galline” e seminavano i lupini; era importante la raccolta e la lavorazione dei lupini, che venivano, alla fine, consumati “come se fosse un frutto”.
L’uccisione del maiale era veramente un rito. Avveniva nel mese di febbraio, a Carnevale “Si faceva tutto: il salame, la carne da appendere, la carne salata, i “frittuli”. Del maiale non si buttava niente, si adoperava tutto”.
Nel periodo invernale si effettuava la raccolta delle olive che era un lavoro faticoso. Erano le donne più bisognose a raccoglierle, al freddo e al gelo, piegate per terra e con le mani nude, “le olive le raccoglievano a mano, per terra con la schiena piegata tutta la giornata”.
Dal racconto di Antonia si evidenzia anche il clima di disponibilità, di carità e di collaborazione all’interno della piccola comunità Galatrese.
La madre si faceva aiutare da altre donne poiché era una famiglia numerosa, specialmente quando doveva fare il bucato; “mia mamma aveva una famiglia numerosa, aveva sei figli e allora tutte le mattine raccoglieva i panni sporchi, li metteva in una canestra e li portava al fiume a lavarli, perché una volta non c’erano le lavatrici come adesso”. Per lavare i panni si usava il sapone fatto in casa. Le donne si ingegnavano, si organizzavano bene nelle faccende domestiche, utilizzando, nel migliore dei modi, tutto ciò che avevano a disposizione. Il sapone, infatti, era un misto di olio, “quello che non si mangiava”, soda caustica e acqua.
Per il matrimonio c’era la preparazione dei dolci fatti in casa con la farina e altri ingredienti.
Le donne non smettevano mai di lavorare, erano instancabili, “erano più forti di adesso”, dice Antonia. Portavano “in testa” al mulino il grano da macinare e con la farina ricavata si faceva il pane, la pasta, le tagliatelle, i maccheroni e gli gnocchi.
Antonia descrive minuziosamente la preparazione del pane e gli attrezzi che servivano: “Crivu, maida, cadipu, sirti e scupa di bruvera”. E’ con grande gioia che ricorda le “pizze avanti furnu” preparate per i ragazzi che vivevano questo momento in allegria. Non dimentica gli altri dolci che si preparavano a Natale: “le pittepie”, che richiedevano, comunque, la preparazione di alcuni ingredienti già al tempo della vendemmia: “ i passuli e il vino cotto”.
Con grande tristezza ricorda l’alluvione del ’35 che ha arrecato molti danni al paese, distruggendo “cinque frantoi, cinque-sei mulini, case e persino l’oro” che apparteneva alla Madonna della montagna; il giorno della sua festa, l’8 settembre, veniva portata in processione con tutto quest’oro davanti al petto.
Durante la guerra la vita era diventata ancora più dura e per paura dei bombardamenti i familiari si erano trasferiti nella casetta della campagna vicina al paese. Qui venivano ospitati anche le persone che scappavano dai paesi vicini. “Nella campagna, il nonno prima trasportava noi, poi ha sistemato pure altre persone che erano scappate da altri paesi come Gioia Tauro, in cui c’era il porto, Rosarno. Davanti alla casetta c’era un pezzettino di largo (spazio) e mio papà non sapeva come chiuderlo per sistemare tutte queste persone. Alcuni dicevano: ‘andate là, andate là, che vi sistemano’. Avevamo paura, eravamo bambini e vedevamo in cielo i “razzi luminosi”. La nonna, che portava la gonna molto larga e lunga, come si usava allora, ci faceva mettere sotto questa per nasconderci e ripararci. Diceva che così i bombardamenti non ci prendevano”.
Emerge di nuovo la figura paterna: “Mio padre, un padre caritatevole, aveva tutte queste persone e poverine non avevano niente da mangiare, allora andava al paese, a casa mia, e portava tutto quello che trovava; a casa mia, grazie a Dio, qualcosa sempre trovava e lo portava: salame, fichi, olio, patate, fagioli, verdura che trovava sul terreno e quando non c’era niente, con la farina ci faceva persino le frittelle nella padella e diceva: ‘Prendete, mangiate’. E poi: ‘Tu hai mangiato? Tu hai mangiato?’. ”Il fuoco era sempre acceso, perché le persone erano molte”. “Mio padre andava e veniva dalla campagna a casa, dalla campagna a casa e quello che trovava lo portava. Erano giornate di dispiacere!”. Con questo racconto Antonia esalta la grande umanità del padre; nonostante la fame e la tristezza di quei momenti, ne parla quasi con un pizzico di nostalgia e con moderato tono di compiacimento nel rievocare la figura di questo padre generoso. “Io sono orgogliosa, molto orgogliosa e contenta di avere avuto un padre così, e prego sempre per mio papà, perché lo merita. Perché mio papà era un uomo caritatevole, non solo con la famiglia, ma anche con le persone che lo conoscevano, erano tempi tristi! E mio papà non sapeva che cosa fare per aiutare le persone che avevano bisogno. Mi sento orgogliosa e contenta, prego il Signore che l’ha portato in paradiso; non penso che non l’ha portato in paradiso, perché lui era un uomo molto buono e caritatevole; si toglieva la sua camicia per darla a chi non l’aveva, pronto a rimanere lui senza camicia”.
Alla domanda se persone di Galatro erano state chiamate in guerra, lei risponde: “Si, ci sono state, due, proprio del mio paese; un mio intimo cugino, era un carabiniere, un bel giovane, era quasi finita la guerra, erano pronti per rientrare a casa perché erano prigionieri e poi li avevano liberati ed erano pronti per prendere il mezzo per venire a casa tutti contenti. A casa li aspettavano, invece, gli artigiani ( i partigiani) che li hanno uccisi, al mio cugino e uno del nostro paese”.
La vita è stata dura anche dopo la guerra, si continuava a lavorare poiché non c’era niente. La ginestra, la canapa e il lino seminati, raccolti e lavorati, servivano per il corredo e i vestiti. Questi, di colore scuro, erano diversi a seconda del ceto sociale e del sesso. Gli uomini “più elevati” portavano pantaloni non molto lunghi, fin sotto il ginocchio, di lana tessuta al telaio, con giacca anch’essa di lana. Gli altri vestivano con stoffa di ginestra. Tutti portavano il gilet con tre bottoni e la camicia sempre bianca. Le donne portavano le gonne molto larghe e lunghe fino ai piedi, mutandoni lunghi che fuoriuscivano dalla gonna, il corpetto stretto e ben lavorato, un fazzoletto grande in testa che si girava dietro fino ai piedi, chiamato “randedu”, un grembiule con la pettina e le “tirante” e gli scarponi come quelli degli uomini. Le giovinette vestivano con vestitini interi, gonna, maglioncino e camicia.
Quando si andava in chiesa, si doveva portare la “veletta” e le “persone benestanti” portavano il “cappello con la veletta”.
Antonia parla poi di un mestiere ormai scomparso, la lavorazione del baco da seta, “una cosa molto delicata, importante e preziosa”, che ricorda con ricchezza di particolari, descrivendo minuziosamente come avveniva tale lavorazione.
Antonia racconta una curiosità particolare sulla preparazione dei materassi “questi venivano riempiti con le foglie tagliuzzate che si ricavavano dal “vidozzu”, cioè la pannocchia del granturco”.
La scarsa libertà che avevano le giovinette viene dimostrata dall’evento del matrimonio (il suo è avvenuto all’età di diciassette anni). Erano i genitori a decidere il futuro marito della figlia. La richiesta veniva fatta dal giovane tramite un amico al padre della ragazza; questi “parlava con la moglie, mai con la ragazza. Se si riteneva un buon partito, si richiamava di nuovo l’amico e si comunicava che il ragazzo era ben accetto”, altrimenti, se la risposta doveva essere negativa, si diceva che la ragazza non era ancora da sposare; “si diceva così per non offendere il pretendente” precisa Antonia.
Durante il periodo del fidanzamento, i fidanzati, quelle poche volte che si incontravano (sempre in casa della ragazza), dovevano stare distanti l’uno dall’altra e non c’erano manifestazioni di affetto e di tenerezza come si fa oggi. “Avete visto come è cambiato il tempo? A me dicono che non capisco, ma che devo pensare? Queste cose non mi piacciono, il mondo è cambiato, ma non si può esagerare”.
Antonia, nonostante abbia vissuto la sua prima giovinezza durante il Fascismo, nel ripercorrere i fatti salienti della sua vita quasi lo ignora; rievoca, con evidente nostalgia, i rapporti di umanità fra le persone, ma non menziona mai il regime.
Riassunto della testimonianza

 

Dati intervista
< ELENCO NOMI
< ELENCO LUOGHI
Cognome Nome
Romeo Maria Antonia
Mestiere svolto
Artigiana
Data di nascita
9 giugno 1930
Data intervista
02/01/2009
Luogo di nascita
Galatro (RC)
Durata intervista
84 min
Intervistatore
Scoleri Karien

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