Università di Bologna - Polo di Rimini
Corso di Storia Sociale A.A. 2008-2009
Intervistatore: Ortenzio Benedetta Antonella
Intervistato: Stecconi Oddo Dario
Il signor Oddo Dario Stecconi è un uomo di incommensurabile valore sotto qualsiasi punto di vista. È capace di trasmettere le sue passioni e le sue vocazioni con una semplicità e carisma tali da coinvolgere l’ascoltatore tanto da levargli il fiato.
E così quando racconta della sua vita da ragazzo, qualche volta - con l’aiuto di una sapiente enfasi quasi teatrale- sembra raccontare vecchie leggende, di un tempo molto lontano. Racconta della sua famiglia, dei suoi nonni che abitavano con lui, di suo padre, della sua maestra e della poesia. Soprattutto della poesia, che è stata il suo primo amore. Parla dei grandi della letteratura, affrontandoli a trecentosessanta gradi, passando da Carducci a Pascoli, da Manzoni a Hugo. Mi è piaciuta molto una sua frase: “La poesia è un insieme di parole giuste al posto giusto, se anche nella vita riusciamo a mettere i momenti giusti al posto giusto allora anche la vita diventa poesia”. E infatti spesso sembra parlare della sua vita come di una prosa, come quando racconta della sua prima galena e di come se la sia dovuta guadagnare, macinando chilometri su chilometri con una damigiana di cinquanta chili in spalla, solo per guadagnarsi le 102 lire necessarie a comprarla. Come se fosse accaduto quella mattina, gonfia il petto, pieno di emozione, e mi parla di lui e di suo padre che vanno fino in Ancona a piedi, per comprare la tanto agognata radiolina.
Allora sembrano davvero passati centinaia di anni, da quando quel ragazzo, la sera, armato di cuffie, cercava con un cristallo Radio Londra, perché era questo il meccanismo con cui funzionava la galena, ancora non c’era la corrente. Ancora, perché Oddo ha un racconto anche per questo! È stato lui, subito dopo la guerra, a portare la corrente nella sua zona insieme ai suoi amici, sfidando la ditta proprietaria della corrente elettrica, con il coraggio e la voglia di lottare per le cose giuste che avevano i ragazzi a quel tempo.
Quando decide di concludere il racconto di questo primo periodo della sua vita, che definisce bellissimo, passa al racconto della sua particolare esperienza della guerra. Era poco più che un ragazzo, unico figlio maschio, quando, dopo aver fatto il pre-militare e aver ottenuto - con l’aiuto di pane e salsiccia - la patente di guida, lascia la sua casa e la sua famiglia per partire per l’addestramento a Treviso. Nonostante per lui sia stato un tipo di addestramento completamente inutile, non può fare a meno di definire anche questo un periodo che lo ha fatto stare bene. Da Treviso comincia il suo viaggio verso il fronte, facilitato da un capitano che conosceva la sua famiglia e che quindi ha fatto in modo di metterlo in artiglieria, dove sarebbe stato più lontano dalla zona calda della guerra. Arrivato a Porto Palermo comincia la sua vita sul fonte, circondato da persone gentili, compreso un pescatore di polipi napoletano e i partigiani nemici che hanno “smitragliato” solo un paio di volte, ma in quei casi era l’anziano a cui era affiancato a preoccuparsi di lui. Però a Porto Palermo capita il primo degli eventi negativi della sua vita: contrae la malaria. Era devastato dalla malattia, riusciva a malapena a stare in piedi e il tenente medico decide di mandarlo all’ospedale da campo di Valona, altrimenti, se fosse rimasto lì, sarebbe morto. E così, su un’ambulanza che percorreva strade disastrate, arriva al porto di Valona, da dove lo portano all’isola di Seseno, sempre all’interno del porto. Ma la notte un bombardamento colpisce il porto e Oddo racconta, con un brivido, di aver passato la notte dietro una pietra riparato solo da una leggera coperta.
Allora la mattina seguente lo riportano a Valona, proprio all’ospedale che era situato su una spianatella sopra la città. Lì Oddo, sfinito dalla febbre oltre i quaranta, crolla in un sonno lungo tre giorni e quando si sveglia, il lunedì sera, sopra il suo cantuccio di paglia vede come prima immagine una suora che dà l’estrema unzione a un giovane prossimo a morire proprio di malaria. Quando Oddo racconta questo momento, la sua voce si stringe in un nodo in gola, la sensazione che ha provato è ancora vivida nella sua anima. Riesce ad ottenere un letto - pieno di cimici, ma pur sempre un letto- grazie al decesso di un altro ragazzo. E così continuano la cura, con medicinali i cui nomi ancora oggi Oddo rammenta, e mi dice che grazie a quelli lui stava meglio, la febbre scemava, i sintomi si affievolivano. Poi una mattina arriva il capitano, che con fare apparentemente sgarbato lo sprona ad alzarsi e ad andare a ritirare l’esito dei suoi vetrini, l’esame che definiva a che grado era la malaria. Allora lui mi racconta sarcasticamente di quel breve ma infinito tragitto fino alla baracca degli esami, tragitto “rallegrato” dalla fila di casse da morto al lato della strada. Una volta entrato chiede l’esito di suoi esami e mentre racconta, come un ottimo attore, si immedesima nel sergente con cui parlava, fa il gesto di sfogliare e con voce tranquilla e stupita domanda come fosse possibile che fosse ancora vivo. Allora subito rientra nel suo disperato personaggio, colpito da uno sconforto che sembra di quel momento, e mi dice che non posso nemmeno immaginare cosa ha provato in quel momento al suono di quelle parole. Allora ripercorre all’indietro quel tragitto che prima era infinito e che invece in quel momento dura un secondo confuso, e si affida alle braccia di una suora che decide di occuparsi personalmente di lui.
In quel momento comincia la cura -a base di uova sotto calce- che lo riabiliterà completamente nell’arco di dieci giorni. Al termine di questi dieci giorni Oddo, prende una decisione che, probabilmente, darà un cambio di direzione definitivo alla sua vita da soldato: decide di incontrare il burbero capitano, che aveva incontrato durante la sua degenza. Grazie a quell’ incontro Oddo può entrare in confidenza con il suo superiore, svolgendo per lui delle mansioni amministrative del campo, sfruttando la sua licenza elementare, e, passata una settimana, Oddo riceve dal capitano una notizia inaspettata: può ottenere la licenza per tornare a casa, per tornare dalla sua famiglia. Bastava che tornasse a Durazzo e si imbarcasse sulla Gradisca, la nave che Mussolini aveva fatto costruire per battere il record di traversata dell’ Atlantico e che, in seguito, aveva adibito a Croce Rossa. Allora Oddo sale su un ambulanza scassata e, dopo aver percorso un strada disastrata e aver incrociato alcuni tedeschi, arriva appena in tempo al porto di Durazzo dove era ormeggiata la grande Gradisca, appena arrivata dalle indie. È stato l’ultimo a salire sulla barca e ha trovato posto in una camera proprio sopra l’elica, quindi l’inizio del suo viaggio è stato accompagnato dal rumore sordo e costante dell’elica in movimento. Era una nave colma di passeggeri, molti dei quali ex prigionieri recuperati durante la circumnavigazione delle coste africane. Per Oddo è stato un viaggio lunghissimo, estenuante. Però, ad un certo punto, ha avuto come una folgorazione: decide di affacciarsi all’aperto per vedere più o meno dove erano situati. E così, dopo aver trovato un posto che permettesse un’ampia visuale, si guarda intorno e vede una cosa che finalmente scioglie in un pianto liberatorio ciò che si era scatenato in lui in quelle ultime settimane: la casa di suo padre. Erano a poche miglia dalla costa d’Ancona. Allora, dopo essersi sfogato, esausto, crolla in un sonno riparatore. Al suo risveglio, però, non era più nelle acque che conosceva, era arrivato a Venezia.
Quando finalmente la nave attracca in porto, Oddo, ultimo a salire, è il primo passeggero a scendere. Una volta a terra vede una donna, sembrava quasi che aspettasse proprio l’arrivo della loro nave, e quando è arrivato di fronte a lei, questa ha preso le mani di Oddo tra le sue e ha detto solo una parola: “Grazie”. A quel punto Oddo non capiva più cosa stava succedendo, fino a quando un uomo, vedendolo così, non ha fatto luce su tutti i suoi dubbi, spiegandogli che aveva appena dato la mano alla regina d’Italia. Dopo quest’incontro, unico nel suo genere, Oddo viene portato all’ospedale di Brescia, dove la sua permanenza è stata rallegrata da attori e medici barzellettieri. Però con l’arrivo dell’8 settembre, Oddo capisce che rimanere a Brescia non è più sicuro; uscendo dall’ospedale incontra, affacciate al loro balcone, alcune giovani ragazze con cui subito cerca di entrare in contatto per poter sfuggire a tedeschi. Allora, con l’aiuto di una cartolina, chiede alle ragazze dei vestiti borghesi per aver salva la vita. Subito le ragazze lo hanno aiutato, dandogli quello che gli serviva e accogliendolo dentro la loro casa, da cui sono partiti poco dopo per raggiungere la casa di uno zio, che avrebbe sicuramente dato più aiuto.
Oddo, mentre racconta, sembra ancora oggi incredulo della sua fortuna e delle coincidenze con cui si è scontrato in quel periodo. La fortuna sembra essere ancora dalla sua, quando di notte arriva il lattaio che vedendolo, gli rende noto che sta tornando a Brescia e che ha un fratello addetto allo smistamento dei treni; questa potrebbe essere una buona possibilità di tornare a casa. E così ritorna a Brescia assieme al lattaio, il cui fratello si preoccupa di farlo salire sul vagone giusto che lo avrebbe portato fino ad Ancona. Il suo viaggio di ritorno quindi comincia a Brescia, ma poco dopo fa sosta a Parma. Oddo, preso dai crampi della fame, scende dal treno e si infila in una trattoria, dove lo mandano subito al piano superiore, già affollato di partigiani e soldati come lui di ritorno a casa. I proprietari della trattoria, una volta saputo quale era la destinazione di Oddo, gli consigliano di prendere un altro treno che passava alle cinque: il Milano - Lecce. Decidono poi, una volta accompagnato a prendere il treno, di dargli ancora più aiuto, consegnandogli un po’ di soldi che sicuramente sarebbero serviti durante il viaggio; viaggio durante il quale Oddo ha visto, dentro le mura del cimitero di Modena, alcuni suoi compatrioti prigionieri, tenuti sotto tiro dai tedeschi. Ma è stato nei pressi di Rimini che il viaggio di Oddo sembrava aver preso una pessima piega: un tedesco sale sul treno per fare un giro di ricognizione in cerca di soldati da fare prigionieri e per lui sarebbe potuta essere la fine se non avesse trovato, fortuitamente, uno scompartimento del treno occupata da suore. Si era nascosto tra le pieghe delle loro ampie gonne e il tedesco, aprendo la porta, non l’aveva visto. Ad oggi, quando racconta questo episodio, il suo volto si riempie di nuovo di un espressione incredula, tale è stata la fortuna che lo ha assistito. Finalmente, alle prime luci dell’alba, il viaggio di Oddo si conclude: era arrivato ad Ancona, riusciva a vedere l’amata cattedrale del Duomo fiocamente illuminata dai primi raggi del sole. Si sciolse in un pianto liberatorio, e ancora ora che lo racconta la sua voce un po’ si blocca in gola. Oddo rimane comunque sul treno, sapendo che sarebbe uscito dopo la galleria nei pressi della sua casa. Passata la galleria, si getta con un salto fuori dal treno cadendo in un fosso acquitrinoso; nonostante l’atterraggio non fosse stato dei migliori, era a casa e il resto non importava. Ma si era sentito gelare il sangue quando una mano lo aveva afferrato e una torcia gli era stata puntata negli occhi; per un momento pensava di essere perduto ma quando si era sentito chiamare per nome la paura aveva lasciato il posto alla confusione e quando Oddo riconobbe il volto amico di un carabiniere del suo paesino, la confusione aveva di nuovo lasciato il posto alla gioia.
La prima tappa del suo ritorno è stata la casa di Rosina, la sua fidanzata, che nonostante avesse visto tornare il suo amore, non si era lasciata andare a molte effusioni. Oddo, mentre racconta, sembra alludere al fatto che non si aspettasse diversamente da una giovane donna di una famiglia contadina di quel periodo. La sua casa fu la tappa successiva, dove invece le effusioni furono decisamente ampie. La vita militare di Oddo finisce così, e subito dopo inizia la sua vita da lavoratore.
Inizialmente la sua occupazione principale è stata la campagna, ha coltivato un vitigno e ha allevato bestiame assieme a sua moglie Rosina, che lui definisce “una ruspa”, tanto è atta ai lavori manuali. Affianca alla sua vita da contadino quella di pescatore con la fidata imbarcazione burchiella. Essendo ormai questa vecchia e non avendo i soldi per comperarla nuova, comincia ad interessarsi alla costruzione delle barche; spesso andava in città a guardare nei cantieri quali erano i metodi e gli strumenti necessari per realizzare un’imbarcazione. Un giorno, mentre era in un campo, vede un ramo di quercia bellissimo attorno al quale lui, con la sola immaginazione, costruisce la sua nuova barca. E così, da quel ramo, è nata una barca eccezionale, per altro ancora in uso, creata da un uomo senza nessuna conoscenza tecnica. Decide a quel punto di farsi avanti e cercare lavoro in uno dei cantieri che aveva frequentato in precedenza. Inizialmente deve affrontare alcune difficoltà dovute alla diffidenza del responsabile del cantiere e dei colleghi; questi infatti non lo ritenevano atto a fare quel lavoro perché contadino e privo di specializzazione. Nonostante tutto mostra da subito le sue capacità e rimane a lavorare lì per sette anni.
Dopo questo periodo, un rinomato e riconosciuto costruttore di barche da pesca, tra cui la Stanislava, vedendolo lavorare gli propone di mettere su insieme un cantiere per costruire le barche da traino per pescare, ovvero delle barche che trascinavano una grande rete e pescavano fino a 65.000 casse di pesce a battuta. E così avvenne. L’ultimo episodio al riguardo che Oddo decide di raccontarmi è quello in cui porta la sua barca di undici tonnellate fino in Ancona, dove - dopo un tragitto difficoltoso e interventi di addetti per spostare i cavi elettrici del tram - “ha preso la gloria”.
Oddo ha costruito grandi barche fino all’età di sessant’anni, alcune delle quali vanno ancora in mare; oggi costruisce bellissimi modellini in scala molto ricercati.
Riassunto della testimonianza
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Cognome Nome |
Stecconi Oddo
Dario
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Mestiere svolto |
Contadino,
maestro d'ascia |
Data di nascita |
4 agosto 1923 |
Data intervista |
30/12/2008 |
Luogo di nascita |
Ancona |
Durata intervista |
110 min |
Intervistatore |
Ortenzio Benedetta Antonella |

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