Università di Bologna - Polo di Rimini
Corso di Storia Sociale A.A. 2008-2009
Intervistatore: Pambianchi Dorothy
Intervistata: Vicentini Gina
Vicentini Gina è nata 65 anni fa a Mazzorno Destro di Taglio del Po’ (RO). Il padre era mugnaio e, nel tempo libero, costruiva mobili che vendeva agli abitanti del paese che, dopo la guerra, non avevano più nulla. Per problemi di salute non era andato in guerra. Parla anche della madre, che si occupava della casa e di cinque figlie (il primogenito maschio viveva con i nonni materni), ma che saltuariamente svolgeva dei lavoretti in campagna per “andare a prendere quelle due, tre mille lire in più”. La madre era solita alla sera, finita la cena, raggruppare tutte le sue figlie intorno al camino, e raccontare storie della sua vita da giovane, come la prematura scomparsa di sua madre o il suo matrimonio. Il rapporto di Gina con i genitori era buono; ricorda la necessaria severità della madre, a cui era affidata l’educazione di tutte le cinque figlie, contrapposta alla bontà del padre, che l’ha picchiata solamente due volte, la prima poiché aveva usato lo smalto sulle unghie delle mani, e la seconda poiché aveva disubbidito ad una sua proibizione. Fu la madre che, facendo semplici lavoretti destinati alle sue sorelline più piccole, le insegnò i primi rudimenti del cucito, nel quale Gina si è specializzata in seguito.
Gina parla degli usi religiosi della sua famiglia, che era credente ma non praticante per motivi di lavoro. L’abitazione in cui vivevano era stata comprata dai genitori grazie all’eredità lasciata da un nonno.
Sono ampie e dettagliate le descrizioni riguardo alla loro alimentazione, fatta soprattutto di polenta, pasta coi fagioli, carne di maiale e gallina, salami e, nelle domeniche o per qualche compleanno, anche lasagne, pasta fatta in casa, patate americane e torte di mele. Gina sottolinea spesso che il mangiare in casa sua c’era sempre e che “il bottiglione e il fiasco del vino non mancavano mai”. La sua famiglia era fortunata poiché possedevano degli animali e il padre, lavorando in un mulino, portava a casa la farina che utilizzavano poi per cucinare. Grazie a questa risorsa i suoi genitori spesso e volentieri aiutavano le famiglie del paese che si trovavano in difficoltà economica negli anni del dopoguerra. Ricorda che una volta si stava bene, anche se si facevano molti più sacrifici, i valori all’interno della famiglia erano profondi e sentiti. Non le mancava nulla, tranne i vestiti, considerati da Gina importanti, ma che per la sua famiglia erano un bisogno secondario. Sentiva, infatti, la necessità di avere vestiti nuovi e più belli di quelli che normalmente erano solite indossare lei e le sue sorelle.
Poi parla della scuola, che lei ha frequentato fino alla quinta elementare, bocciata in terza poiché non fece gli esami obbligatori. Nella sua classe erano più di trenta ragazzi, di età diverse, e il maestro doveva essere molto severo per tenerli a bada tutti, ricorrendo a severe punizioni a volte, come il granoturco sotto le ginocchia. Gina saltò gli esami della terza elementare poiché in quel mese di giugno/luglio si trovava a Vienna. Infatti, in seguito all’alluvione del novembre del ’51, molti bambini e ragazzi furono mandati via in misura precauzionale ma Gina ricorda che nel suo paese “il Pò non aveva rotto”. Nonostante ciò, i comuni dei paesi che si trovavano sul fiume Po’ speravano di ottenere qualche beneficio economico, dichiarando che molti cittadini avevano l’acqua in casa. Dell’alluvione ricorda solo alcuni particolari, come il fatto che i contadini mettevano in salvo i generi alimentari e gli animali nel punto più alto del paese, ossia l’argine; i ragazzi che facevano la guardia a salami e bestiame, approfittando della situazione, mangiavano molte di quelle provviste. Non avendo vissuto da vicino l’alluvione, Gina ignora molti aspetti drammatici di quella tragedia. Collega l’alluvione principalmente al suo viaggio a Vienna, del quale descrive, con molta attenzione, precisi dettagli e molti episodi di quel soggiorno presso la famiglia austriaca. L’arrivo nella città fu insieme alla sorella Lucia; lì loro e molti altri bambini furono accolti in un grande salone imbandito per l’occasione con tavole ricolme di cibo. Gina e la sorella avrebbero dovuto separarsi poiché destinate a due famiglie diverse, ma la sorella per una sorta di senso materno verso la sorellina più piccola, non volle lasciarla sola. Della famiglia Gina ricorda che erano buone persone, lei pasticcera e lui reduce di guerra; avevano perso la loro bambina, scomparsa in seguito ad una malattia. Molto disponibili e affettuosi verso di loro, anche se non erano loro figlie, non gli facevano mancar nulla, dall’abbigliamento (ricorda che prima di uscire era uso indossare il grembiulino e portare trecce e fiocchi nei capelli) all’alimentazione (il cibo preferito erano i wurstel e i dolci che portava a casa la padrona dal lavoro). La famiglia desiderava che le bambine prolungassero il loro soggiorno oltre i tempi stabiliti, ma la nostalgia per i genitori e per la propria casa era tanta. Al ritorno in treno, le due sorelle giungono alla stazione ferroviaria di Rovigo, con quattro valigie di cui una appesa al collo della piccola Gina, poiché molti erano i borseggiatori che approfittavano dell’ingenuità di quei bambini. Arrivate a casa, scoprirono che nelle valigie non solo c’erano vestiti e grembiuli in abbondanza, un cappotto nuovo e “qualche soldino”, ma anche molti dolci fatti dalla padrona. Fu talmente appariscente il loro ritorno, per le tante valigie che avevano, che l’intero paese si radunò nella loro casa a vedere qual’era il contenuto. Gina non ha avuto più occasione di rivedere le persone che le hanno ospitate; ha però saputo, dopo qualche anno, che erano arrivate fino al loro paese per rivederle ma avevano chiesto indicazioni a persone sbagliate che le avevano mandate altrove.
Dopo il ritorno a casa, Gina concluse le scuole elementari e fu poi mandata dalla madre ad imparare a cucire da una ragazza del paese che, quando si sposò, la lasciò senza occupazione. Così un giorno accettò l’offerta fatta a sua madre da una compaesana trasferita a Milano, di andare ad aiutarla nella sua attività di lavasecco. A quindici anni partì per Milano, senza avere mai visto quella città che era il centro del boom economico di quegli anni. Per tre anni soggiornò da questa signora che, in cambio delle sue prestazioni lavorative, la manteneva e mandava a casa dalla famiglia quattro mila lire al mese. Ma a diciotto anni Gina sentì il dovere di dare un aiuto più significativo alla famiglia. Andò a lavorare in una fabbrica che produceva calze (tramite un’amica che l’aiutò a trovare questo impiego). Lì la nuova padrona aveva bisogno di altre ragazze, così da Mazzorno arrivò Maria, la sorella dodicenne di Gina. Insieme per tre mesi vissero a casa della padrona che aveva offerto loro una stanza, fino a che trovarono “una stanzetta” in viale Monza, priva di elettrodomestici, con il bagno privato e una stufa a legna e carbone, che la madre di Gina dava alle figlie quando tornavano a casa. La vita a Milano era completamente diversa rispetto a Mazzorno. In quegli anni iniziava a diffondersi il progresso che si vedeva dal cambiamento della città; arrivavano dal sud molte persone in cerca di fortuna e si diffondevano nuove mode che facevano nascere nelle ragazze l’esigenza di adeguarsi ad un modello.
Grazie alla sua abilità sartoriale, Gina confezionava vestiti per se stessa, per la sorella e, in seguito, per le amiche e colleghe di lavoro, guadagnando una piccola cifra in più oltre al suo stipendio di otto mila lire settimanali.
Queste poche lire in più però le permettevano di uscire la domenica e recarsi alla Upim, la catena di grandi magazzini (che nasceva proprio in quegli anni) oppure andare a ballare con gli amici, o ancora recarsi ad ascoltare le esibizioni dei cantanti allora emergenti come Rita Pavone, Don Bachi o Celentano (il cantante che Gina preferiva). E’ in una di queste occasioni che conobbe un ragazzo, con il quale si fidanzò ma che non mantenne le promesse fatte e lasciò Gina dopo la nascita di due figlie. Così fu costretta a ritornare a casa. La famiglia accolse la figlia e le due nipoti benevolmente infatti, come ripete Gina citando suo padre, “Dove mangiano due mangiano anche tre”. Più severa fu la reazione del paese, che rivolse un’amara critica alla giovane ragazza madre. Ma grazie all’aiuto della sua famiglia (che non smette mai di ringraziare, ricordando quanto era unita), Gina ricominciò a lavorare in casa come sarta e ad aiutare il padre e la madre nel mantenimento non solo delle sorelle, che ancora si trovavano in casa, ma anche delle figlie, Paola e Marina. Vissero tutti insieme anche dopo la morte della madre di Gina. Suo padre, nonostante fosse pensionato, continuò a produrre mobili e Gina ebbe anch’essa presto la pensione potendo così prendersi cura della famiglia e permettere alla sorella minore di svolgere in casa il lavoro di sarta. Tutti insieme condivisero la stessa casa sino al matrimonio della sorella minore, la morte del padre e l’uscita di casa delle figlie. Il racconto termina parlando del ricordo più bello dell’infanzia di Gina, che sottolinea nuovamente l’aspetto positivo delle famiglie del passato: l’unione che esisteva tra i suoi membri. Oggi la rende felice pensare di avere avuto dei figli affettuosi e presenti nella vita della loro madre.
Riassunto della testimonianza
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Cognome Nome |
Vicentini Gina |
Mestiere svolto |
Operaia, Sarta |
Data di nascita |
8 novembre 1943 |
Data intervista |
06/12/2008 |
Luogo di nascita |
Taglio di Pò (RO)
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Durata intervista |
60 min ca. |
Intervistatore |
Pambianchi Dorothy |

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