Università di Bologna – Polo di Rimini
Corso di Storia Sociale A.A. 2009–2010
Intervistatore: Bellavista Alessia
Intervistato: Locatelli Giovanni
Giovanni Locatelli, in paese Giannino, è sorprendente innanzitutto nel suo modo di esprimersi e raccontare, come se recitasse una storia scritta per lui da qualcun altro. Nessuno potrebbe immaginare che, durante il suo quarto anno di elementari, il maestro Caratini, che ricorda con un pizzico di rancore poiché, racconta, discriminava i poveri, l’aveva addirittura rimandato a settembre.
Giannino nasce il 3/3/30 a San Piero in Bagno da madre nubile. Quello del bastardo è un appellativo che lo rincorre fin dall’infanzia e che, dice lui stesso, lo segna profondamente, rendendolo irrequieto e alla ricerca di qualcosa durante la sua fase adolescenziale.
E’ affidato, subito dopo la nascita, alla nonna materna, con la quale rimarrà per quattro anni essendo sua madre costretta, come altre donne del paese, a lavorare a Firenze.
Passa l’intero periodo della guerra a Pistoia, in collegio, al quale può accedere solo dopo aver ricevuto dal marito di sua madre il cognome Locatelli. Della guerra vissuta in collegio ricorda soprattutto la fame “la cosa che ci ha martoriato di più, perché mentre un ragazzo fuori prendeva un frutto, un qualche cosa che trovava in campagna, lì non trovavi niente, lì c’era quello che ti davano, punto e basta.”, ma allo stesso tempo un ambiente veramente sano “ Io che sono ateo, ateo convinto ora, mi guarderei bene dal dire una parola contro quei frati, perché sono stati veramente ammirevoli sotto tutti gli aspetti. Loro mangiavano quello che mangiavamo noi e mangiavano con noi”.
Quando, di rientro al collegio dopo una visita medica, si imbatte nei corpi di sette impiccati lungo la strada, decide, con fermezza, di assumere una posizione di rifiuto assoluto nei confronti della guerra.
Dopo il collegio, l’incontro con il padre naturale e poi, successivamente, l’anno che passa da lui a Viterbo, “tollerato” dalla moglie, non lo convince probabilmente come aveva sperato. Anno in cui si ritrova anche a lavorare, suo malgrado, in “un covo di fascisti” (il padre stesso lo era), poiché Giannino, e lo ripeterà più volte durante il corso del racconto, è un convinto comunista, iscritto al partito.
Di ritorno a casa, in San Piero, trova un paese lacerato dalla miseria, in cui non c’è possibilità di trovare un’occupazione. “Tornai e trovai la situazione di prima: la disoccupazione [..]. io mi impegnai subito. Ero un po’ per natura rivoluzionario, recalcitrante alle ingiustizie ed ero già iscritto al Partito Comunista e incominciai ad impegnarmi fortemente e cominciarono ad arrivarmi le denunce”. Passa due anni in carcere, accusato di una serie di reati contro la legge, e in particolare per aver rispedito al presidente della Repubblica le cartoline rosa arrivate negli anni ’50 ad alcuni suoi compaesani. Lui stesso compila infatti quello che chiama biglietto di spiegazioni: “L’atto che stiamo compiendo non vuol dimostrare che ci rifiutiamo davanti ai doveri quali cittadini italiani, ma solo per far presente a Lei, quale autorità massima dello Stato, quello che potrebbe essere un nuovo macello, una nuova guerra. Noi siamo per la pace, perché Lei intervenga ad evitare tutto questo”.
Parla anche lungamente di un lavoro molto delicato e pericoloso che lo coinvolge mentre è funzionario del Partito a Mercato.
Giannino, per non smentirsi, si sposerà per procura poiché lui, pur volendo tranquillizzare la coscienza della moglie, cattolica, non è intenzionato a sposarsi in Chiesa: “Loro si sposarono e i bevevo con gli amici al Circolo”.
Negli ultimi minuti dell’intervista racconta di alcuni aneddoti riguardanti il suo paese e si dilunga in affascinanti considerazioni sul mondo di oggi.
Riassunto della testimonianza
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Cognome Nome |
Locatelli Giovanni
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Mestiere svolto |
Dipendente USL |
Data di nascita |
8 marzo 1930 |
Data intervista |
09/01/2010 |
Luogo di nascita |
Bagno di Romagna
(FC) |
Durata intervista |
90 min. ca. |
Intervistatore |
Bellavista Alessia |

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