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01 / GIARDINI DELLA MEMORIA
 
SI FACEVA UN BEL LAVORO
Al colloquio ha partecipato la moglie MATTIOLI LOREDANA

...Ho fatto il militare lì a Palermo e quando sono tornato ho trovato lavoro da Mantini. Era il ’64.
La fabbrica aveva aperto l’anno prima e la mia futura moglie era già lì con altre tre ragazze del paese, il padrone e la moglie. Lei aveva 17 anni ed erano tutte apprendiste e nessuna sapeva fare le scarpe. Il proprietario aveva lavorato a Fano nel calzaturificio Serafini poi ha deciso di mettersi in proprio. Era uno che si arrangiava a fare i modelli e per un po’ di tempo è anche andato a fare i modelli a Forlì. Poi ha cominciato a casa con la moglie e una ragazza e poi nel 1963 è venuto qui. Il laboratorio era in una villetta e in poco tempo siamo cresciuti: al pianoterra sotto eravamo in cinque o sei, si tagliava con le trance; al piano superiore c’erano parecchie ragazze, venti o venticinque, variavano perchè c’era sempre il giro. C’era chi si stancava, chi si sposava, quindi smettevano di lavorare e ne arrivavano delle altre.
All’inizio c’era una ragazza che tagliava, una che cuciva e così via: ognuna aveva il suo lavoro e lui faceva i modelli, ma lavorava anche per ditte che davano i modelli già pronti. All’inizio facevamo soltanto le tomaie per i calzaturifici, abbiamo conciato a fare le scarpe intere verso il 1968, quando siamo andati nel capannone. All’inizio eravamo come in una famiglia, eravamo pochi, loro ci volevano bene, poi non c’era l’esigenza della precisione, dopo, con il tempo, bisognava fare la roba perfetta, all’inizio invece il lavoro era tanto e a gente prendeva tutto. C’era molto lavoro e non è che si stava a vedere l’orario, per una decina d’anni il lavoro ce n’era un bel po’, non c’era sabato, non c’era domenica, non c’erano festività, né infrasettimanali, si lavorava sempre ma gli straordinari venivano pagati. Io c’ho lavorato trentunanni e mia moglie diciotto (ha smesso nell’ ’80) e poi altri per altri diciotto ha lavorato in casa, sempre sulle scarpe.
Nel primo laboratorio eravamo artigiani, quando siamo andati nel nuovo capannone il lavoro è diventato a catena. Ognuno faceva il suo pezzo e c’erano diversi reparti, quello del taglio, quello del montaggio … praticamente la pelle partiva dall’inizio della catena e arrivava in fondo e mentre camminava ognuno faceva la sua parte: alla fine ti ritrovavi la scarpa nella scatola.
Prima era un tomaificio e praticamente si lavorava per conto di altre fabbriche che poi facevano le scarpe, dopo c’è stato il governo che dava i contributi a chi iniziava una nuova attività e allora è nato il calzaturificio, si è incominciata a produrre di scarpe Si vendevano soprattutto in America, all’ Intershoe e l’Intershoe alla fine gli ha fregato i soldi. Ma mica li ha fregati solo a noi! C’erano più di venti calzaturifici, nelle Marche, in Toscana, in Iugoslavia che facevano il lavoro per gli americani, 25-30.000 paia di scarpe al giorno! È successo che per alcuni mesi l’Intershoe ha preso le scarpe e poi ha fallito senza pagare nessuno. Noi facevamo 1.100-1.200 paia di scarpe al giorno a 40.000 lire al paio, gli hanno fregato quattro miliardi e mezzo. Lui è andato anche in America, ma cosa fai? Era gente che le rivendeva e dopo là non è come in Italia.
Così ha iniziato a pagare a trenta, poi a quaranta, cinquanta, sessanta giorni, alla fine ha ritardato i pagamenti fino a novanta giorni e poi ha fallito. Nel ’94 ha mandato tutti in mobilità per due anni, poi ha chiuso, poi ha riaperto sotto il nome della moglie, poi con il nome di un’altra persona. Ci sono state un po’ di traversie ma non c’è stato niente da fare.
Il problema, quando uno fallisce, è che prima pagano le banche e poi se avanzano…
Il capannone è stato venduto a poco, 6-700 milioni, le macchine (che valevano più di un miliardo) sono state vendute a 150 milioni e sono finite in Romania, comunque un miliardo ce l’avevano però a noi nessuno ha dato niente: se non hai nessuna rappresentanza a te non danno niente, hanno preso tutto le banche. Ci fosse stato l’accordo la fabbrica l’avrebbero potuto prendere gli operai, anche noi dovevamo avere i soldi, non c’era bisogno dell’asta, si sarebbe potuta fare una cooperativa, però cinquanta persone è difficile metterle d’accordo. C’era anche qualcuno che la voleva rilevare: c’era uno di Civitanova, un altro di Arcevia … chi la voleva prendere c’era, però non è andato in porto niente …
Forse lui si era allargato troppo perchè la fabbrica faceva un buon lavoro: si facevano le scarpe da donna con i tacchi rivestiti in pelle, con le suole in cuoio, insomma non era roba in gomma. Si faceva un bel lavoro...
Rielaborazione della testimonianza

 

Dati intervista
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Cognome Nome
Facchini Sandro
Mestiere svolto
Capo operaio
Data di nascita
19/10/1939
Data intervista
11 dicembre 2006
Luogo di Nascita
San Costanzo (PU)
Durata intervista
100 min
Temi principali
Lavoro, Famiglia, Emigrazione, Guerra

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