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01 / GIARDINI DELLA MEMORIA
 
CHE VITACCIA SI FACEVA PRIMA
...Babbo faceva sempre le sbornie, mamma poveretta sempre in campagna. Quando tornava, lui era sempre ubriaco e a mamma gli dava sempre le bastonate.
Lui aveva un cavallo, andava giù nella stalla, gli dava sempre le bastonate. Allora io per la paura gli dicevo: “Babbo, vieni su”.
Era ubriaco, come arrivava per primo andava nella stalla e gran bastonate al cavallo. Io andavo giù “Babbo, vieni a letto, vieni su”, e mamma “Birbaccione, sporcaccione, tu fai sempre le sbornie e a noi ci fai tribolare”. E gli dava le bastonate.
Mamma doveva andare in campagna a rubare una fascina, a vedere se c’era qualcosa; quando si mieteva, andava a raccogliere le pecorelle e qualche volte bisognava anche prenderle.
Mi diceva mamma: “Guarda, lì ninin c’è una pecorina, valla a prendere”.
“Mamma, ma io ho paura un bel po’ se poi mi inseguono?”.
Una volta, mi ha fatto la fuga un contadino, giù per il Rì, laggiù, gli dicevano Starna.
La paura! ho buttato via tutto.
Che vitaccia si faceva prima.
Mia sorella invece mai, lei stava sempre a casa.
Il fratello di mio padre aveva dei poderi, allora diceva a mia madre: “Sta’ a sentire, io ho laggiù tutti quegli alberi che hanno la foglia per fare i bachi. Vai laggiù, metti i bachi, cogli la foglia e io non voglio niente”.
Mia sorella faceva la sarta e io facevo le faccende di casa, aiutavo così.
Mi diceva mamma: “Vienici tu con me giù a raccogliere la foglia”.
Io andavo giù con un carrettino e quando tornavo a casa ero stufa un gran bel po’. E mi diceva mamma: “Non importa, bada fare, tua sorella…”.
Ma io rispondevo: “Perché lei sta a casa? a tutti sta bene a stare a casa. A me non sta bene andare laggiù a piedi, però! e tirare la carretta!”
E allora quando tornavo a casa io urlavo sempre, facevo sempre a lite. E mia sorella non ha mai lavorato nella vita sua.
Mi diceva quel contadino laggiù, gli dicevano Morel : “Ma tanto tu da sola con tua madre a tirare questa carretta”.
C’era tutta la salita. Una salita che non finiva più.
“Ma tanto come devo fare?” gli rispondevo.
Zio non voleva niente per le foglie, ce le regalava. Noi avevamo i bachi, quella volta, e doveva andare bene, perché quando li portavo a vendere, se erano rovinati te li passavano sempre di seconda. E allora toccava stare attenti un bel po’ e ne faceva pochi.
Quelli buoni erano pochi. Se c’era anche una macchiolina appena …
Era uno sminchionato, li voleva tutti scelti e il guadagno era poco. Allora non ci siamo andati più.
Dopo mio zio aveva un podere a Roncitelli. Allora a mamma gli diceva: “Stai a sentire, sai cosa facciamo? Adesso tu vai su a Roncitelli. Mangi e dormi lassù, tu e tua figlia, tutte e due”. Dopo ci ha portato anche a mia sorella. “Quando tornate giù portate 2 quintali di grano. Già è qualcosa”. Siamo andati via, lassù, siamo state via 40 giorni. Mia sorella sai cosa faceva? C’era un giovanotto, lì dal contadino, era una famiglia grande, non andava sempre a parlare dietro all’olmo? sotto l’ombra, a parlare con lui.
Dicevo: “Mamma, ma lei sta sempre con Pasquale sotto l’albero e io mi devo schiattare qui?”. Niente, abbiamo riportato un quintale di grano. Niente, io ho lavorato sempre. Questo poi non basta. Io avevo pochi anni quella volta, non avevo tanti anni. Dopo babbo si è messo a vendere il carbone, ha preso la licenza e vendeva il carbone, ma si vendeva poco.
Io dovevo andare via con la biroccina, giù per il corso, 10 chili da uno, un altro 20 chili, un altro ancora 5 chili …
Io vendevo il carbone sciolto. Sempre tutta tinta, mi si vedevano solo gli occhi. Dicevano tutti: “Ma guarda lì, quella bambina con il carbone tutta tinta, come fa?”
Dopo babbo è emigrato e mi ha lasciato sta cosa del carbone, e io ho tirato avanti sempre da sola. Dovevo andare a Pesaro a fare l’assegnazione; quella volta c’era la tessera anche del carbone. Andavo con la bicicletta fino a Fano, da Fano a Pesaro prendevo la corriera.
Pensa tu quanto avrò lavorato nella vita.
Dopo ho detto a mamma: “Il primo che mi capita, prendo e vado via”.
E mi diceva mamma: “Ma tanto vuoi andare via, sei ancora una bambina, cosa ti vuoi fidanzare”.
Ma mi capitavano tutti che erano poveri. Io non avevo niente, ma mi volevano proprio quelli che gli dicevano una volta, che hanno le pezze nel sedere. Adesso invece ci vanno via dappertutto con le pezza nel sedere.
E mi diceva mamma: “Non prendere a quello che non ha niente. Quell’altro non ha niente…”. Mi era capitato questo qui, ho detto: “Adesso prendo a questo”.
“Non sarai matta, lui ha 30 anni e tu ne hai 18. Lui ha goduto, le ragazze del paese le ha passate tutte e tu vuoi andare a prendere a quello?”.
“Io mamma sono stanca un gran bel po’; babbo fa sempre le sbornie e tu fai sempre a cagnara, come si fa a fare una vita così?”
Mi sono messa con questo, mamma non voleva. Ho trovato l’inferno. Perché c’era una vecchia non sposata, un giovane dentro casa, in più c’era una donna paralizzata. Mamma m’ha detto: “Una ragazza come te vuole andare in una casa così?”.
“Mamma, sono stufa di tribolare e almeno di fame non muoio”.
E allora l’ho preso. Ma ho sofferto sempre da quanto l’ho preso...
Rielaborazione della testimonianza

 

Dati intervista
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Cognome Nome
Furlani Solseda
Mestiere svolto
Negoziante
Data di nascita
22/11/1923
Data intervista
16 febbraio 2006
Luogo di Nascita
San Costanzo (PU)
Durata intervista
120 min
Temi principali
Lavoro, Guerra, Famiglia, Politica, Tempo libero,
Riti e costumi

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