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01 / GIARDINI DELLA MEMORIA
 
CON LE SCARPE SULLE MANI
Al colloquio hanno partecipato il marito CURZI MARIO e il cognato CURZI AMERICO

...Io sono nata il 1° novembre del ’27, sono nata qui in via del Divino Amore e sono stata sempre lì. Babbo si chiamava Attilio, mamma Luigia, mamma è morta nel ’35, io ero piccolina, avevo 7 anni e mezzo. Avevo dei fratelli, mio fratello era del ’24 Pietro, io del ’27, Carlo del ’29, Bruno del ’31, Bruno era piccolino, è nato a settembre.
Mia madre è morta di broncopolmonite, quella volta era come il tumore adesso, perché non c’erano le medicine per curare sta malattia.
Mi sembra di vederla ancora quando stava male, sul letto, le cose vissute da piccoli non si dimenticano, specialmente la mamma.
Quando è morta la a mamma ho dovuto accudire mio fratello, ero fidanzata con lui e ancora lo accompagnavo a letto perché lui aveva paura, era grande però ancora aveva paura; forse lo shock della mamma che non c’era più. Io mi ricordo solo che lui aveva paura e non andava a letto mai da solo, lo dovevo sempre accompagnare, metterlo a letto. Sì, Bruno era piccolino, ancora facevano la pipì addosso i bambini, anche a 4 anni, perché non era come adesso che uno li accudisce, gli insegna tutte ste cose. Si mettevano in una cassetta dell’uva, gli avevo fatto le ruote come la carrozzella e stava lì. Dopo la morte di mamma e abbiamo sempre sofferto, sempre la fame. Eravamo mezzadri e con noi c’era anche mio zio, erano insieme, i due fratelli abitavano insieme.
Mio zio aveva la moglie, i figli, eravamo due famiglie insieme, quella volta si stava insieme non era come adesso. Dopo, dal piccolo, loro sono andati ad abitare in un fondo grande perché c’erano 4 maschi, uno da zio, e tre da me, c’erano i maschi così quella volta ti davano i poderi più grandi. Hanno fatto molti debiti i genitori miei e allora quando era agosto si batteva il grano e il padrone portava via tutto, ci lasciava due quintali a testa ma quei due quintali non ci bastavano. Quando era maggio non avevamo più il pane da mangiare, si mangiava sempre la fava cotta, cruda e si doveva nascondere le bucce perché il padrone non le vedesse. Dopo a settembre si mangiava l’uva e dovevi nascondere i grappoli.
Dovevamo mangiare quello che c’era ma il grano a maggio non ce l’avevamo più. La fame che abbiamo sofferto solo il Signore lo sa. Adesso perché sono così? Perché mangio sempre, ho sempre fame e penso a quanto ho sofferto. Adesso c’è tutto.
Comandavano loro, i padroni, toccava cavargli tanto di cappello.
Proprio bisognava starsene zitti perché sennò ti mandavano via e dove andavi? Un altro fondo non te lo davano.
Comunque quando mamma è morta, mia zia mi ha aiutato, ma non poteva fare molto perché lei ne aveva più di noi, lei aveva sei figli piccolini, anzi toccava a noi aiutare perché erano più piccoli. Io sono stata quella che ha aiutato più di tutti, a 11 anni facevo le tagliatelle, facevo il formaggio, mungevo le pecore, tutto, facevo tutto come una donna grande perché io ero non la più grande ma mi interessavo di più a queste cose, chiamavano sempre me.
Quella volta si teneva la cantina chiusa con il vino, il pane, perché non ci bastava e ce lo davano razionato, però a me mio zio dava sempre la chiave, ai figli no.
Sono andata a scuola fino a dieci anni, ho fatto fino alla terza. Facevo la seconda quando è morta mamma, me lo ricordo perché quando sono arrivata a scuola la maestra mi ha fatto una carezza perché avevo perso la mamma; questi me li ricordo tutti i particolari, tutti.
Non ha detto niente, solo una carezza. Avevo sette anni, me lo ricordo come fosse ieri, era la moglie del dott. Bossi il veterinario, lui faceva il veterinario e abitava nella prima casa in cima al paese sulla destra, dove sta la Tigliana de Faron.
Andavo a scuola con le scarpe sulle mani e poi le mettevo al cimitero perché mi vergognavo di metterle nel paese. Al cimitero, lì nella chiesina, lasciavamo le scarpe lì, ciabatte o scalzi, quello che era. Una volta a mio fratello ha detto la maestra: “Domani metti le calze” lui si è guardato “Ma tanto le calze ce le ho”, lui intendeva i pantaloni. Lui si è guardato ha detto: “Ma i pantaloni ce li ho” Invece non aveva i calzini, ma noi li chiamavamo i calzetti in dialetto.
Mio padre quando si è risposato nel ’40 o ’41 però ha preso una moglie giovane che non era proprio normale perché per sposare un uomo di 16 anni più grande con 4 figli... una se ci pensava un po’ non si sarebbe sposata. Non ci siamo attaccati alla matrigna, abbiamo preso magari qualche sculacciata in più, però non ci siamo attaccati alla matrigna. Era un matrimonio combinato: c’era una che era del Ponte del Rio che gliel’ha fatta conoscere a mio padre e così si sono sposati. Però noi abbiamo sempre sofferto tutti...
Rielaborazione della testimonianza

 

Dati intervista
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Cognome Nome
Girolametti Maria
Mestiere svolto
Casalinga
Data di nascita
01/11/1927
Data intervista
24 febbraio 2006
Luogo di Nascita
San Costanzo (PU)
Durata intervista
120 min
Temi principali
Lavoro, Matrimoni, Famiglia, Tempo libero, Affettività,
Riti e costumi, Emigrazione, Guerra

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