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01 / GIARDINI DELLA MEMORIA
 
A ME PIACEVA UN ALTRO
...Sono nata nel 21 e da ragazza avevo un’amica con cui andavo a spasso insieme e parlavamo: “A te piace quello… a me piace quell’altro”. Andavamo a spasso un bel po’ quella volta, la prima domenica di ottobre mettevamo i vestiti nuovi e ti guardavano. Adesso tutti nella macchina, brum, non vedi più nessuno: è cambiato tutto!
Mi voleva uno che aveva i capelli rossi ma a me non piaceva: “Io non lo voglio per niente”. Una volta la cognata mi ha detto la cognata: “Io con te vado molto d’accordo perché a te piace parlare. Noi saremmo state due cognate ideali. Invece a te non è piaciuto e hai smesso tutto”. Invece l’amica mia era molto innamorata del moroso, perché lui era una bella persona. C’era anche uno di Fano che vendeva i cappelli che la voleva, ma è stato sfortunato perchè è morto. Andavo a spasso anche con la Libertaria. Cucivamo le camice per i militari e lei aveva portato la macchina da cucire a casa mia. quella volta ci davano il lavoro, allora cucivamo. Lei ha portato la macchina qui da me, io la macchina ce l’avevo lo stesso. Lei era un’amica proprio intima ma dopo è andata in Argentina. Il fidanzato si chiamava Aldebrando, lei lo baciava per strada, era innamorata un bel po’ di lui. Io le dicevo: “Come si fa ad essere così, innamorati che io non sono per niente innamorata?”. Io non ero innamorata anche se molti ragazzi correvano dietro me. “Tu, Libertaria, lo baci sempre, sei arabita nei budelli! Io non bacio nessuno”. Ma i miei genitori erano troppo ritrosi, troppo rigidi, ti mettevano paura, allora io non mi azzardavo. Perché poi i genitori ti menavano quella volta. Una volta sono uscita dalla chiesa che era Pasqua e andavo a prendere la crescia, ero davanti al forno ed è arrivato un giovane che stava a Roma. Mi ha chiesto: “Come stai?” e mi ha dato la mano. Mio padre era lì, ha visto e mi ha dato uno schiaffo nella faccia. Io non ho pianto perché mi vergognavo di farmi vedere da qual giovane ma ci sono rimasta male e mi è dispiaciuto un bel po’. E lui, mio padre, ha detto: “Stai zitta, quella è una famiglia che a me non piace, hai capito? Sono tutte mezze matte, mezze puttanelle. E lui ha la faccia di venire a salutarti? Ma io ti dò uno schiaffo nella faccia e se uno non basta te ne dò due”. E io quel giovane non l’ho più visto.
I genitori erano buoni, mamma ci voleva molto bene, era attaccata ai figli ma era gente fatta così. Una volta mio moroso è tornato in licenza alle due dopo mezzanotte. Lui era alto e aveva dei calzoni corti corti. Mi ha detto: “Mi dispiace, sono venuto a disturbare il tuo sonno ideale”. “Ma io sono contenta lo stesso perché almeno ti ho visto”. Eravamo sulla porta e mamma era in cima alle scale: “Cosa fai? Cosa stai a fare disotto? Hai la faccia tutta rossa”. E io: “Tanto la faccia rossa! Cosa c’entra la faccia rossa? Mamma quanto sei disgustosa!”. Allora si era troppo controllate: mia madre aveva notato la faccia rossa! Cosa mai avrò fatto, non so, mi avrà dato un bacio! Mica mi aveva ammazzato!?
Mamma andava alla messa con lo scaldino sotto il grembiule ma lo portava anche quando mi accompagnava a ballare. Quella volta mica ti mandavano a ballare da sola, ci volevano i genitori! Ma io non guardavo mai dalla parte dov’era lei perché sennò mi diceva : “Andiamo a casa?”. Io avevo promesso quattro, cinque balli e non volevo andar via perché si ballava soltanto tre volte all’anno, non è come adesso che ballano tutte le sere.
Io ballavo, però con quel ragazzo dai capelli rossi non ci ho mai ballato: non mi piaceva. Ballavo con chi mi pareva ma quello mi è sempre sembrato stupido e una volta mi ha detto: “M’ hai rovinato”. Io gli ho risposto: “Perché a me piaceva un altro”.
Da ragazze dovevamo fare la ginnastica con il cerchio e avevamo una gonna nera e una blusa bianca. C’hanno fatto una fotografia e lui l’ha vista e l’ha comperata perché c’ero io. “Perché l’hai comprata? – gli ho detto - tanto io con te non ci sto”.
Ballavamo tre volte all’anno, ballava anche mia madre con mio padre, ballavano molto bene. Mamma quando stacciava la farina - allora si faceva il pane in casa – cantava ed era molto intonata. Di razza siamo stati sempre mezzi rossi. Tutti, anche mio fratello. I fascisti erano cattivi e prepotenti ma dovevamo stare zitti sennò ti menavano anche. Una cognata di mio marito che era un po’ grossa di cervello, diceva al podestà che abitava davanti a casa nostra: “Guarda un po’ chi ho nelle tasche?”. “Chi c’hai?”. “C’ho il Duce. Guarda, adesso lo faccio a pezzi”. Prendeva la fotografia e la strappava davanti alla faccia del podestà ...
Rielaborazione della testimonianza

 

Dati intervista
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Cognome Nome
Martinelli Valentina
Mestiere svolto
Ricamatrice
Data di nascita
28/10/1921
Data intervista
4 gennaio 2006
Luogo di Nascita
San Costanzo (PU)
Durata intervista
120 min
Temi principali
Politica, Emigrazione, Guerra, Famiglia, Tempo libero

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