NON SONO ANDATO VOLONTARIO
“Sono nato a Colbordolo, a casa mia, i miei genitori lavoravano nel campo, erano contadini”, racconta Aristide, “ed eravamo 7 fratelli, 4 figli maschi e 3 figlie femmine, più i nonni”; “facevo i lavori che c’erano da fare in campagna, qualsiasi lavoro… facevamo quello che era necessario… Mi piaceva, ma lavorare purtroppo non era un grande divertimento. Perché si lavorava e si guadagnava poco. Si andava avanti così…”. Il podere, che la sua famiglia gestiva a mezzadria, era di 8/9 ettari, ma i lavori “si facevano da soli”, perché altrimenti non rimaneva niente, come guadagno. Ci si scambiava l’opera qualche volta quando si poteva fare, ma non sempre. Durante il lavoro estivo, le donne organizzavano il pranzo che festeggiava la fine della trebbiatura, mentre con il padrone i rapporti erano abbastanza buoni, anche se “portavano via la roba più bella” e “a noi rimaneva tanto poco”. “Toccava anche dargli”, le cose migliori, “se portavi la roba cattiva, magari non la voleva”. Aristide non frequenta molto la scuola, perché “quella volta non usava andare a scuola… dopo ho preso un diploma… mi piaceva andare a scuola, ma quella volta non si poteva andare, non c’era tempo, non è come adesso”. A casa quella volta si usava il telaio, ricorda Aristide, e “c’era sempre da lavorare…per fare quello e quell’altro, quello che era necessario”. “Andavo a Colbordolo quando era necessario, per fare un certificato…”. “Sono rimasto sempre lì… poi a un certo momento ci hanno portati via i tedeschi, assassini, vigliacchi, c’hanno tenuto due anni là per cosa? Quando è finita la guerra, perché ci hanno mandato a casa nostra? Noi stavamo qua, non è che sono andato volontario, ci hanno tenuti là, non ci hanno dato da mangiare, se non facevamo il nostro dovere, ci davano con il manganello … non scherzavano loro, lavorare sempre di festa, di notte, ho lavorato un anno in miniera, a 500 metri sotto terra, si andava giù senza mangiare, senza dormire, e lì se non facevi quello che dovevi fare e camminare con i ginocchi …e toccava fare quello che dicevano loro, se facevi quello che loro ti comandavano non ti toccavano, ma se ti muovevi un po’ loro se ne accorgevano che li volevi portare in giro… ti arrivavano nella schiena”. “Non potevi andare a prendere niente in giro, sebbene che era necessario, perché la fame era grossa, ma se ti scoprivano a prendere la roba dei capi, ti davano 4 svergate con il manganello, e toccava prenderle. E da mangiare perché non ce lo davano? Io non sono andato là volontario! Avevo bisogno di mangiare, bere e di quello che ci voleva, no, non ci hanno dato niente, almeno ci avessero dato qualcosa di riconoscimento che siamo stati là due anni a soffrire”. “C’hanno fatto fare i lavori in giro per la campagna fino in Olanda”, “al freddo e alla fame, con la neve, le scarpe rotte e i panni consumati da tanto che li avevamo addosso”. “Non c’hanno dato niente, quella non è una gran civiltà, penso che loro vogliono essere civili, ma civili fino a un certo limite, dopo non sono più civili, sono dei delinquenti. Se tu non facevi il tuo lavoro ti davano le botte, e perché da mangiare non ce lo davano? Perché è colpa nostra se siamo andati a fare la guerra? C’hanno chiamati loro, gli altri, mica sono andato volontario, ma tribolare così soffrire non è una gran civiltà… non sono civili”. Nei due anni di prigionia nei campi tedeschi, Aristide non riceve più notizie da casa, né lui stesso può inviarle.
Aristide viene fatto prigioniero l’8 settembre del 1943 dai tedeschi, mentre è a Creta e quel giorno, ricorda, “è successo uno schifo. Dopo c’erano quelli che sono stati più schifosi, che hanno punito la gente…uno dava dietro all’altro. L’ufficiale dava dietro al soldato, il soldato andava dietro all’ufficiale. Era diventata una guerriglia, era la guerra più grossa di prima. Non si capiva più niente, la paura era grossa perché era un momento lì che si poteva morire da una briscola, da qualcuno… non si capiva più un cavolo di niente ”. Poi dall’8 settembre li tengono lì per 15 giorni e svolgono servizi di guardia assieme ai tedeschi; un giorno arrivano 5 navi dalla Grecia per trasferirli non si sa dove, dice Aristide, senza mangiare, senza bere senza dormire. “E diventava uno schifo sempre più grosso”. Sembrava che si fossero allontanati da Creta e invece erano ancora lì. Piano, piano li portano in Grecia, e da lì vengono “buttati in una tradotta…ci hanno buttato lì dentro, nei cassoni vuoti… e di lì trum trum trum… avanti attraversando la Grecia, attraversando un pezzo dell’Albania, di Bulgaria, di Ungheria, poi sono passati in Austria… e poi siamo arrivati, ci hanno tenuti sempre senza mangiare”. A mezzanotte quando arrivano in Austria gli danno “una broda”, e poi li portano ai confini con l’Olanda nel campo di prigionia: “un bel campo grande, eravamo tutti lì, avanti in dietro, sempre senza mangiare e dormire poco, poi ci portavano a lavorare nei campi a fare le trincee… in inverno con il freddo, non c’hanno dato niente perché? Non meritavamo niente?”. In quel campo c’erano tutte “le razze”, tutti venivano portati lì, ma poi li smistavano. I più fortunati sono stati quelli che sono andati dai contadini, a noi invece non hanno dato niente. Se non dei bollini, che sono durati 8-10 giorni, e poi “nessuno ti dava più niente”; “devi morire di fame”, alcuni amici sono morti di fame. “Gli italiani hanno fatto una cosa brutta, brutta”. “Ci hanno portato in Germania”, racconta Aristide, “in un posto, eravamo 50 persone… c’erano i nostri comandanti, un sergente, un interprete e un altro…loro facevano i comandanti per noi lì in Germania, ma ci portavano da mangiare in baracca… ogni mercoledì ci facevano una marmitta di piselli… i nostri italiani per non soffrire la fame, avevano fregato una marmitta vecchia e la tenevano nascosta…poi quando volevano la mangiavano, e il mercoledì successivo ne riempivano un’altra e quindi loro mangiavano sempre. Al contrario di noi che morivamo di fame. Come è successo a uno, poverino, di Fossombrone. Quei tre italiani non ci pensavano a dare da mangiare a noi”. “Ma la fame era brutta, era grossa”.
Aristide riesce ad imparare qualche parola di tedesco, ma “ci trattavano male e … ci facevano schifo i tedeschi per come ci trattavano”. “Non ho imparato tante cose belle, perché mi facevano schifo quando loro parlavano, a trattarci così…”. C’era uno di Modena, bravo, gentile, elegante, che aveva imparato bene il tedesco, ma “io come facevo ad imparare, che mi facevano schifo?”. “Allora io ho tirato avanti così”. Venivano date le cartoline, ma per Aristide queste non erano necessarie: “era necessario mandarci a casa”. Era già sposato e pensava a casa, ma “ad un certo momento… non è che si pensava proprio, perché oramai tutto quel distacco…Piano, piano, dopo si smentisce, e si capiva che il mondo era ed è un o schifo”.
Riguardo al momento in cui viene liberato dagli americani, Aristide dice: “non ci posso ripensare… avevo tanta paura”, e ci potevano ammazzare come niente, e si commuove molto. “Sto tranquillo, ma è il momento di quella volta che ti fa così”. “Perché ci hanno tenuto là? Dovevano mandarci a casa prima!”.
Di Mussolini dice che “l’hanno ammazzato si, ma non dovevano, era una persona che avrà sbagliato, ma se era ancora vivo forse poteva contare ancora qualcosa”. I ricordi di Aristide sono centrati soprattutto sulla sua permanenza nel campo di prigionia tedesco, un’esperienza che ovviamente ha segnato la sua vita, e di cui vuole raccontare a tutti. Di altre situazioni della sua vita, quali il fidanzamento, il lavoro, ecc., non pare aver voglia di ricordare, non lo ritiene molto importante. Gli interessa maggiormente l’invettiva contro il mondo attuale, che “è tutto uno schifo”.
Quanto alla sua vita matrimoniale, Aristide racconta che aveva conosciuto la moglie stando in giro, e che “faceva la poretta come facevo io”, era cioè di una famiglia contadina. Quando Aristide torna dal campo di prigionia, ritrova tutti e piano, piano, cominciano a riorganizzarsi tutti insieme. Continuano a lavorare la terra a Bottega, fino al 1955, anno in cui si trasferisce con la famiglia a Pesaro. “Non c’era niente di guadagno… eravamo sempre dei disgraziati come quella volta”. “Ho fatto un po’ di tutto, è toccato sempre di lavorare, se non si lavorava, …”, “sono stato uno che ha giocato al lotto, io non sapevo come andava a finire, ho saltato a occhi chiusi”. “E così sono sempre andato avanti “trambalando” un po’ di qua e un po’ di là”. All’inizio lavora dove capita, gli servono i soldi per mantenere la famiglia, poi diventa usciere all’Ufficio del Lavoro: un lavoro “faticoso”, perché dovevo “fare il servo agli altri, era fatica sopportare certe birichinate che si vedevano”. “Se tu non facevi quello che volevano gli altri”, racconta, “non facevi mai bene, dovevi fare sempre il cagnolino, a dire sempre sì, queste sono le cose difficili”.
Ma “non mi sono arricchito per niente, l’ho fatto solo per vivere” ma non ha mai pensato di cambiare. Stava bene a casa sua con la famiglia, usciva poco e aveva pochi amici in città: la domenica ritornava sempre in campagna “per scappare… stare sempre qui a cosa fare tra i mattoni?”. Aveva piacere di ritornare tra i familiari, dove c’era l’aria buona e le persone erano migliori. Oggi va poco in chiesa, anche perché i preti la fanno tanto lunga e lui si “stufa”.
In ogni caso, “E’ meglio essere più tranquilli e godersi la vita, cosa si corre a fare? Poi si perde la salute… il mondo va male, ci vorrebbe un po’ più stretto è tanto grande… poi alla fine ognuno fa quello che gli pare”.
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Dati intervista |
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Cognome Nome |
Baldelli Aristide |
Mestiere svolto |
Contadino,
usciere |
Data di nascita |
12 giugno 1915 |
Data intervista |
13/11/2007 |
Luogo di nascita |
Colbordolo (PU)
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Durata intervista |
85 min |
Temi principali |
Lavoro, Guerra
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