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02 / MEMORIA OVER 90
 
IL PITTORE
Benvenuti Lina nasce a Montreal perché i suoi genitori nel 1912, dopo 20 giorni dalla data del matrimonio (celebrato nella provincia di Pesaro), emigrano in Canada per cercare un lavoro. Lei nasce l’anno dopo, e ricorda che al padre “non piaceva fare il contadino”, mentre la mamma, figlia di un falegname, apparteneva a una famiglia “molto povera”; quindi, spiega Lina, era d’accordo pure lei ad emigrare: “il padre avrebbe voluto andare prima lui, ma la madre non ha voluto, e così sono andati insieme”. Il padre di Lina muore a 27 anni quando lei ne ha 8, e suo fratello 2 e mezzo. Di quegli 8 anni Lina ricorda soprattutto che doveva “sempre parlare in inglese e non sapeva parlare italiano”: in italiano sentiva qualche parola in casa ma niente di più. “Ricordo poco, ogni tanto ci penso, mi ricordo che allora era selvatico, nel 1921, ancora non c’era niente davanti alle case… c’era tutta terra…andavo a giocare con la neve, con lo slittino, perché là c’era davvero la neve”. E “Con la mamma facevo l’uncinetto, e andavo a scuola in tram, avevo il mio biglietto Mrs Lina Benvenuti”. I rapporti con le rispettive famiglie d’origine, li mantiene la madre di Lina, attraverso una fitta corrispondenza epistolare e lo scambio di fotografie. Ricorda che ogni tanto andavano al cinema e al Varietà e quando ritornavano a casa, lei ballava. Lina ripensa spesso a quegli anni, e afferma: “Magari non fossi mai venuta in Italia…Ci penso, e penso al babbo che è morto in poche ore, aveva un “vespaio”, un foruncolo molto grosso dietro al collo, faceva il cameriere, e c’andava a mangiare un dottorino, glielo dice, l’avesse mai fatto: glielo ha spremuto e non doveva farlo, dopo qualche giorno si ammala, un dottore francese ha detto che era l’influenza, ma poi ha cominciato a dar di matto, hanno chiamato la croce rossa l’hanno portato all’ospedale… noi emigranti eravamo trattati malissimo, la mamma piangeva e dopo poco è morto, a 27 anni.” Appena morto il padre, ritornano subito in Italia, e questo perché, spiega Lina, il padre diceva sempre alla moglie: “Se mi capita qualcosa, ho piacere che tu vada in Italia e che vai a vivere con mia madre e la mia famiglia”. Era arrivato a Montreal un cugino di Lina da poco che si era appoggiato da loro e quindi, dice Lina, potevamo rimanere lì, invece mia madre ha obbedito al marito, e siamo ritornati in Italia, abbiamo comprato una casa a Pesaro. I genitori di Lina erano riusciti, infatti, a guadagnare abbastanza bene, la madre aveva lavorato in una sartoria, mentre il padre come cameriere, e quindi non avevano avuto problemi. Quando arriva in Italia, Lina deve ricominciare “da capo con la scuola e soprattutto studiare l’italiano”: “Ero una pasticciona… ma io non ho mai avuto il pensiero di fare un esercizio per conto mio… non riuscivo a fare i temi”. Lina si sente un po’ “immigrata”, perchè “tutte le abitudini erano diverse…andare in campagna dai nonni… tutte queste cose non le avevo mai viste”. Nei 10 anni successivi vive in “tribolazioni”, nel frattempo la madre si è riposata e ha partorito un altro figlio. Frequenta per qualche anno la scuola e poi va a lavorare da una sarta, ma il patrigno, che gestisce un negozio di macelleria, racconta Lina, la manda a chiamare di continuo da un garzone per pulire i polli, e quindi lei si ritrova sempre carica di lavoro. Svolge l’attività di sarta fino a 22 anni, e nel 1937, con i soldi della madre, assieme a lei, aprono una tabaccheria a Pesaro. Le piaceva fare la sarta, racconta Lina, e guadagnava bene, era un lavoro che le dava soddisfazione. Erano in 14/15 sarte e la “capa” divideva i lavori. C’era molto lavoro: “E poi che vestiti… erano fatti molto bene…Mi dava tanta soddisfazione questo lavoro…ma ho dovuto smettere per aiutare mia madre” in tabaccheria. Il fratello di Lina lavora con il patrigno in macelleria.
E’ mentre lavora con la madre in tabaccheria, che Lina conosce colui che diventerà suo marito, Enzo Bonetti, un ragazzo di Fano, che in quel momento sta svolgendo il servizio militare al Distretto militare di Pesaro. Enzo è un ragazzo che ama pitturare e ha già molto chiara in sé la passione artistica, quella passione che lo renderà famoso soprattutto a partire dagli anni Sessanta in poi. “Lo chiamavo il figlio del generale Granati, perché era lui che l’aveva fatto pitturare queste cose…era a due passi, faceva il militare, poi è rimasto lì, ma era un tipo che parlava poco, non raccontava tante cose… quando ci siamo conosciuti la sua strada era già quella, tanto è vero che doveva andare a Roma, era figlio di calzolaio, erano poveri, aveva una borsa di studio per questa pittura, il professore lo portava con lui .. era un ragazzo che prometteva bene, ma siccome al sabato il professore lo portava via non ha fatto il premilitare … e quindi gli hanno bocciato la borsa di studio… dipingeva già al distretto… a me piaceva molto, ma all’inizio non sapevo cosa facesse, era un militare di Fano, di qui, ma niente di più…dopo un anno ci siamo sposati”, nel 1939 circa, e vivono assieme alla mamma di Lina.
La prima volta che Lina vede un quadro del futuro marito, è una sera quando entra di nascosto al distretto, ma nel buio, con poca luce, ricorda, “ho visto … questi bell’elefanti, belli”. Durante la guerra, Lina è sfollata a Ginestreto, dove suo marito le dipinge un ritratto perché “non sapeva cosa fare…si annoiava”, poi ne ha fatto un altro, aveva già questa passione forte: dov’era dipingeva. Era molto bravo anche come decoratore. “Questa cosa della pittura gli ha consentito di non andare al fronte, a differenza dei suoi amici che sono andati tutti in Russia. E’ stato il generale Granati, che gli voleva bene come a un figlio a salvarlo”.
L’8 settembre, ricorda Lina, “tutti erano contenti…sembrava un mercato, mi raccontava se vede fuori sembra un manicomio, la gente che strilla, che fugge, che va di qua di là. Ma ragazzi dite sul serio?...siete diventati tutti matti? Non so, o che io sono cretina o che siete matti voi, come si fa? Prima era il nostro alleato, oggi è il nostro nemico, è in casa, come si fa a essere contenti? Lo pensate voi?”. Questo è il mio pensiero, dice Lina. Il marito raccontava che gli ufficiali erano tutti sbandati e che non sapevano più cosa fare, ognuno è andato per conto suo, “però poverini molti per fuggire dai tedeschi sono morti mangiati dai topi” perché si erano nascosti nelle fogne.
Dopo l’8 settembre c’è stata una gran confusione: “Nessuno sapeva più niente, nessuno comandava… erano sbandati”, e allora Enzo va su a Ginestreto dalla moglie e dai suoi bambini. Sfollano ancora una volta, e vanno a S. Angelo in Lizzola, dove alloggiano presso contadini. Lina ogni tanto scende in città in bicicletta, e ogni volta è sempre un gran rischio per lei. Assieme alla zia, cercano le cose necessarie, come la stufa, il lardo per far da mangiare. “Sono sfollata in fretta e furia” e soprattutto ricorda la paura dei bombardamenti: un giorno, mentre è alla ricerca delle cose necessarie, sente l’allarme: “ero rimasta dal mugnaio, era notte, si sentivano i tedeschi, tutti sono fuggiti nel rifugio, ma io non riuscivo a starci, mi sentivo soffocare”, e dicevo “Come possiamo fare”, ho aspettato il mattino, racconta, e sono riuscita ad andare a casa, dove c’era mio marito, i bambini, mia madre e mia nonna. Intanto i tedeschi, giù a Pesaro, hanno portato “hanno portato via tutto” dalla tabaccheria: “da me non hanno avuto una sigaretta!”. Lina non ha praticato il mercato nero: “bisogna nascerci per fare certe cose”, “se l’avessi fatto però avrei fatto i soldi”. La casa di Pesaro rimane in piedi, e vi ritorneranno poi alla fine della guerra. “Non avevo paura dei tedeschi, ma degli aerei quando stavo a Ginestreto… non mangiavo più, la paura mi sfiniva. Un giorno mi sono sentita male e hanno dovuto chiamare il dottore, mi hanno preso per un pelo… avevo paura un bel po’”, “è brutta la guerra”.
Il ritorno a Pesaro per Lina e la sua famiglia è stato come per tutti “un po’ duro”, c’erano gli americani, “gente tranquilla”, che ci dicevano: “noi avere avuto Mussolini, non ammazzare Mussolini”. Lina non parlava più inglese, perché il patrigno da sempre glielo aveva impedito. E quindi lei se lo era completamente dimenticato.
Lina si ricorda del il 2 giugno 1946, ma né in casa né in tabaccheria parlava di politica, “perché non si sa mai che gente è”. Serviva i clienti gentilmente e basta. Con il marito: “Avevamo la stessa idea”, ma non si interessavano troppo di politica. A Pesaro, nel frattempo, il marito riprende a dipingere piano, piano, come tintore, e continua intanto a ritrarre i figli piccoli e a vendere i quadri. La vita era dura, ma, dice Lina, lui non ha mai pensato di lasciare la sua carriera artistica, “noi abbiamo lavorato e l’abbiamo aiutato”, con il lavoro della tabaccheria: che gestirà per 40 anni, fino al 1977. Il lavoro, dice Lina, era pesante, perché non è come ora che ci sono gli orari di apertura e di chiusura, quella volta l’orario era continuato e ci aiutavamo con mia mamma. Chiudevo a Natale, un po’ per le feste ma non si poteva. A riguardo, Lina sottolinea che ha avuto un grande sostegno sempre da sua madre: che è sempre stata il nostro appoggio…ci siamo sempre aiutate insieme”. Nel 1951 nasce il terzo figlio di Lina, che ora purtroppo non c’è più. Il marito nel frattempo riesce a crearsi una buona posizione come pittore, e soprattutto a partire dal 1968 circa vende molti quadri a Pesaro, e comincia ad allestire mostre ovunque, in tutte le città italiane: “Lui li faceva e la gente li comperava”. Di Enzo, Lina sottolinea che: “Era un tipo così lui, non si esponeva molto… era restio”. Quanto al suo lavoro di pittore: “Cominciava alla mattina, smetteva a ora di pranzo e poi continuava…”, ma “Parlava poco”. I suoi amici erano artisti, scrittori, altri pittori che venivano a imparare. I colori e il fondo erano speciale. “Era di una sveltezza…”. A tavola, per esempio, chiedeva alla moglie e ai figli di vedere quello che stava dipingendo, voleva conoscere il loro parere, soprattutto quello della moglie a proposito dei colori, e diceva “Sei bravissima”. “Ci coinvolgeva” tutti, ricorda la figlia. “Voleva essere sicuro” di quello che stava facendo. Sia la moglie che i figli hanno posato per lui numerose volte. Lina racconta di aver posato sia per il San Giovanni Battista che per il S. Francesco a Ginestreto, e spiega le difficoltà che si incontrano a riguardo: quando è un pezzo che si posa, il viso si irrigidisce, e quindi bisogna fermarsi per riposarsi e poi si riprende. “Mi stancavo sì e dicevo adesso basta perché mi sento dura… sono stata molto paziente, però mi è piaciuto molto posare”. “A volte facevo l’intervallo dalla tabaccheria, facevo venire la mamma, e io posavo per lui”. I figli, racconta Lina, non stavano fermi mentre posavano e lui si arrabbiava, e allora “spaccava tutto”, buttava via tutto. “Se c’era qualcosa che non gli piaceva, che non andava” buttava via tutto, “eliminato come se non l’avesse mai fatto”. Gli artisti “sono così in genere, lo devono sentire quello che fanno”.
Avere come marito un artista così, la rende “orgogliosa”, ma dice Lina “non sono vanitosa” e “non mi do arie”, a lei non importava niente di nessuno: “A me interessava me stessa per mio marito e per i miei figli”. Anche avere un babbo famoso è una “bella soddisfazione, una gioia immensa”, dichiara la figlia. Della vendita dei quadri se ne occupava solo lui, la gestiva lui, ma in casa era Lina che gestiva tutto, assieme a sua madre. “Noi non lo toccavamo,” lo lasciavamo lavorare in pace, “lo lasciavamo tranquillo…lui era per la sua pittura e basta”. La vita pubblica del marito è intensa, ma non ha mai organizzato feste a casa: gli amici li incontrava fuori, “ha sempre tenuto separate le cose”. I rapporti con l’ “esterno” avvenivano in tabaccheria, che era “un punto di riferimento anche per mio padre”, racconta la figlia, “lì si incontravano tutti con mio padre”. “A me è mancato molto” anche se era “una prigione d’oro”, perché “eravamo sempre lì” però, oggi è tutto cambiato, l’ambiente, non è più come una volta. Non ci sono più gallerie…Non so cos’è successo, ma questo dispiace”. A Lina e alla figlia è dispiaciuto moltissimo lasciare Pesaro, per trasferirsi a S. Andrea in Villis, dove risiedono tutt’ora, è un posto bellissimo, ma l’anima è rimasta là. Nel 1977, infatti, devono lasciare per forza la casa in affitto in centro a Pesaro, e decidono quindi di costruire in collina una casa adatta anche alle esigenze di Enzo, che muore nel 1987. Nel ricordare i 5 anni di malattia del marito, Lina si commuove e soprattutto pensando, contemporaneamente, a suo figlio deceduto 5 anni fa, racconta: “Almeno ci fosse stato mio figlio, era ammalato… e c’era un quadro in cui ero ritratta io che gli piaceva tanto, e allora gliel’ho regalato”. Il figlio le ha chiesto: “perché me lo regali? E’ perché sono ammalato?”. Lina gli ha risposto: “No, è tanto che me lo chiedi…e lui diceva ‘vedi mamma? ti vedo da tutte le parti ”.

 

Dati intervista
   
< ELENCO NOMI
< ELENCO LUOGHI
Cognome Nome
Benvenuti Lina
Mestiere svolto
Tabaccaia
Data di nascita
08/05/1913
Data intervista
20 novembre 2007
Luogo di
nascita
Montréal (Canada)
Durata intervista
75 min
Temi principali
Emigrazione, Guerra, Famiglia, Lavoro

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