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02 / MEMORIA OVER 90
 
LE SCARPE A TRACOLLA
Bianchi Gilberto nasce il 2 ottobre 1911 a San Giorgio di Pesaro. È il penultimo di quattro figli. “Quattro eravamo. Due maschi e due femmine. La più piccola è morta, era una femmina. Io ero il terzo, il penultimo. Mia mamma andava a servizio. I contadini la chiamavano quando c’erano gli sposalizi, a far da mangiare e dopo andava anche dal dottore a cucinare”. Il babbo era di Sant’Ippolito e lavorava in un’impresa che faceva le tubazioni. “Facevano la conduttura dell’acqua dalla montagna fino a giù a San Costanzo. Ha conosciuto a mamma quando era qui”. “Mio padre dopo”, racconta Gilberto, “è andato in America. Ha comprato qui un pezzo di terra qui di dietro”. “Quand’era in America io avevo sei, sette, anni”. “Babbo ci sarà stato dieci o dodici anni” “Ha risparmiato diciotto mila lire e con diciotto mila lire ci ha comprato la terra. Dopo ci è andato un’altra volta, ci ha fatto la casa, quella vecchia davanti, attaccata a questa dove abito. Mi ricordo quando mandava i soldi. Io, con mamma, si andava a Montemaggiore a prenderli, nella posta. Quella volta il cambio non c’era. Prendevano cinque lire qui e un dollaro là”.
“Qui a San Giorgio” spiega Gilberto “erano tutti emigranti. Chi c’ha la casa, è andato fuori per farla. In America andavano quella volta” e soprattutto in America del nord. Andavano a fare “quello che capitava. Lavoravano in quelle imprese della luce, del gas, quelle robe lì”; oppure facevano i muratori. “Qui a San Giorgio non c’era niente. Era tutta campagna. C’era solo il Castello, quella volta, e basta”.
La famiglia di Gilberto era molto religiosa. Quando era piccolo “alla sera, alla domenica, con mamma, prima si doveva andare alla benedizione. E poi il prete, ci aveva un giardino e si andava lì a giocare a bocce”.
“A sette anni” ricorda Gilberto “andavo in seconda e”, allo stesso tempo, “mamma mi mandava a imparare il mestiere da falegname, ma prima di andare alla scuola dovevo portare una capra qui a mangiare […].Quando la capra aveva mangiato, andavo su, prendevo le scarpe a tracolla, non si mettevano lì le scarpe quella volta, si mettevano nelle scale della scuola”. Il falegname che gli ha insegnato il mestiere si chiamava Luzi. “Da lui ci sono stato una ventina d’anni a lavorare da falegname”, spiega Gilberto “quella volta non davano niente agli apprendisti, cinque lire a Natale e cinque a Pasqua, senza essere in regola, senza niente. Io avrò lavorato cinquant’anni sotto gli altri, ho rimediato quindici anni per andare in pensione e poi (a fatica)”.
“Da Luzi” ricorda Gilberto “si fabbricavano le porte, le finestre” e anche i mobili su richiesta. Oppure si facevano le riparazioni, cioè “si andava in campagna a riparare le porte e le finestre”. Non ha mai pensato di fare il contadino perché “era più faticoso; in più il mio lavoro mi piaceva”.
Suo padre non aveva idee politiche perché “quella volta che politica c’era”. Riguardo la fascismo dice che “i primi tempi si pensava bene, perché c’erano meno i ladri, o almeno non lo facevano sapere se c’erano”. Gilberto ascoltava sempre i discorsi di Mussolini; “si metteva fuori la sirena là dove lavoravo io” racconta “si metteva fuori la sirena per radunare la gente. Noi eravamo di casa là, perché portavamo la sirena là. Erano i falegnami che andavano a scrivere sui muri e abbiamo fatto la testa di Mussolini qui di fianco da casa nostra. Sarà stata un metro e mezzo per due metri, prima l’abbiamo fatto con il compensato poi l’abbiamo messa su. Io non lo so se ci credevo (a quello che diceva Mussolini)”.
“Mio fratello” racconta Gilberto “faceva il meccanico e lavorava qui a Orciano. Dopo hanno comperato, parecchi, i camion per andare a lavorare giù in Africa”. Il fratello era partito con i Bielle per costruire le strade “Dopo è scoppiata la guerra, hanno perso i camion, li hanno messi in un campo di concentramento. C’è stato parecchi anni. Io il militare non l’ho fatto, perché ero piccolo di torace” .
Nel 1936 Gilberto si sposa con Bruna Santi, una ragazza di San Giorgio che abitava nel Castello e aveva due anni meno di lui. Il padre faceva il muratore. Era stato in America e al ritorno aveva comperato un fondo “insomma, se la spassavano bene”; la moglie era nata in America. Il fidanzamento è durato otto anni perché non avevano i soldi per sposarsi. “Dopo ho rimediato io mille lire, ho risparmiato mille lire, ci siamo sposati e con quelle mille lire ci ho fatto il viaggio e ci ho fatto la camera, che ancora ce l’ho. In viaggio di nozze siamo andati a Cesena perché mia moglie ci aveva dei parenti”.
“Io e mia moglie” racconta Gilberto “eravamo iscritti all’azione cattolica e quella volta non si poteva andare a ballare. Il prete infatti, quella volta mandava uno a vedere se andavi a ballare e poi lo diceva sull’altare, diceva che era peccato. A me non mi è mai piaciuto (ballare), però la Bruna, qualche volta, ci andava con il padre. Allora il prete si stizziva”. Il prete era molto severo “Era un prete che si dava da fare, però. Ogni tanto faceva il gioco del formaggio e organizzava feste. Noi non andavamo mai alle osterie perché, se volevi uscire, doveva andare a casa del prete. Andavi su, tutti i giovanotti, giocavi, si facevano le recite”.
Gilberto ricorda che gli scontri con i comunisti erano violenti “Una volta sono venuti su a bruciare la chiesa, i cattolici, due o tre, sono andati sul tetto, a buttargli giù i coppi. Era prima della guerra e c’era anche Luzi, il padrone mio, che buttava giù i coppi”.
Dopo vent’anni che lavorava da Luzi “lì lavoravano poco e sono andato al Borgaccio, vicino a Calcinelli. Dopo ho messo su per conto mio. Da lì ho cominciato a fare le camere. Facevo le camere io, tutte a meno, per chi sposava […]. Per la campagna e per gente che stava bene. Se la volevano per la campagna erano più ridotte, perché per fare una camera ci voleva un mese. Bisognava impellicciarle tutte a mano e lucidarle. Al giorno si lavorava fino alle una, le due, dopo mezzanotte. Fino a che mia moglie non lasciava andare di urlare. C’erano i disegni, dopo, quando uno ne ha fatto una, si facevano tutti uguali”. Gilberto spiega che “c’era differenza tra le camere da campagna e quelle di città. Le camere da campagna era un armadio con uno sportello solo, faceva due rotondi di qua e poi in mezzo c’era uno sportello, invece quelle un po’ più di lusso, c’erano tre sportelli e quello di mezzo con lo specchio, col comò e tutti i cassetti. Poi c’era il lavabo che si comprava fatto e tutto, di ferro”.
Durante la guerra a San Giorgio molti ragazzi vengono richiamati e molti “sono andati volontari in Spagna. Qui ce n’erano andati parecchi. Io no perché avevo quattro figli. In quegli anni chi era iscritto al fascio, lavorava un pochino di più. Quelli che non erano iscritti (meno) […]. C’era un farmacista che era un caposquadra, ha aperto le iscrizioni al fascio e mi sono iscritto. Ho deciso di iscrivermi“perché erano fortunati quelli che erano iscritti. Lavoravano se c’era qualche cosa da fare anche per il comune Se no, non facevano lavorare. Erano i primi tempi della guerra. Lui mi ha detto: “Bianchi sei passato alla milizia volontaria. Venite giù a Pesaro”, io non sono andato. Allora mi hanno scritto che venivano su loro, io non mi sono fatto trovare. Sicché quelli che erano qui, li hanno portati via e io mi sono salvato”.
Ricorda Gilberto che durante la guerra a San Giorgio “vengono tutti gli sfollati da Fano. Venivano magari il giorno prima (a chiedere). Dopo se uno ci aveva il posto glielo dava. A casa nostra è venuta una famiglia con tre figli. Di sotto stavano. Gli abbiamo fatto un bagno alla posticcia. Stavano lì. A tempo di guerra, c’erano i cannoni qua a Spinello. I tedeschi c’erano. I due figli erano andati, erano usciti fuori. Una cannonata li ha appiccicati tutti e due nel muro. Li ha ammazzati tutti e due. Noi però non eravamo qui (eravamo sfollati) e loro non ci sono voluti venire. Hanno detto: “Il destino nostro è di stare qui e restiamo qui” invece se venivano con noi (la tragedia non succedeva)”. “Io, con la mia famiglia” spiega Gilberto “stavamo laggiù, in uno scantinato. C’era mio cognato che ci dava da mangiare perché faceva lui, il macellaio. Dopo, quella volta, con le bombe ammazzavano anche le bestie e allora si andava a prenderle sulle spalle”. Le macellavano sul posto. Da mangiare, infatti, ce n’era poco quella volta, perché c’era la tessera. “Io, che facevo il falegname, c’avevo la macchina dove si fa la vernice. E allora l’avevo modificata e giravo con quella e ci mettevo il grano, per fare la farina. La facevo da me, perché non bastava la tessera e ci avevo i figli. Poi, dopo, mia moglie faceva le pizze e le cuoceva sul camino. Bisognava mangiare”.
“Quando c’erano i tedeschi mi nascondevo” ricorda Gilberto. “Una volta, però, ci hanno visti, ci hanno portati via a fare le buche, quaggiù, sotto il paese. Un’altra volta, dovevamo portare i birocci con le bestie al campo di aviazione di Fano, sono venuti a bussare da me di notte, mi hanno preso, mi hanno portato in campagna dove c’erano tutti questi birocci. A un certo punto, uno è scappato via con il biroccio con le bestie; ci hanno messo tutti in fila, io pensavo che ci avrebbero uccisi, dice: “Mezz’ora di tempo” per andare a cercare quello che mancava. Dopo sono venuto via e a piedi sono arrivato a San Giorgio”.
“A casa mia” racconta Gilberto “al tempo di guerra, ci avevano fatto un ospedale da campo, qui dentro. Io ero giù in paese, tre volte ho provato dal paese a venire qui, ma non sono mai riuscito dalle cannonate che tiravano. Dopo, una volta, ci sono riuscito, sono arrivato qui. C’era un morto lì, nel corridoio. Ci avevamo la madia dove si faceva da mangiare. Erano tutti medicinali, tutta rossa, tutta sporca di sangue. Dopo questo morto hanno fatto una buca e l’hanno messo fuori casa, Dopo l’hanno tolto gli americani quando hanno fatto il cimitero”.
Dopo il passaggio del fronte Gilberto ricorda che le case erano quasi tutte distrutte “la casa nostra era tutta bucata. Dopo l’abbiamo risistemata, abbiamo fatto da soli, non mi ricordo se ci hanno dato niente”.
Durante la guerra i falegnami facevano le casse da morto perché “ne sono morti parecchi qui a San Giorgio”.
Dopo la guerra non c’era il lavoro “Con l’altoparlante parlavano: “Per la Germania i passi sono chiusi ma ci sono i passi aperti per il Brasile” e allora sono andato a vedere. Eravamo in quattro qui. Siamo andati alla Camera del Lavoro e ci hanno detto: “Andate in Brasile. Vi vengono a prendere nella nave”. Bruna, mia moglie mi ha consigliato di provare, e allora abbiamo rimediato duecentomila lire, perché il viaggio costava duecentomila lire con la nave e abbiamo deciso di partire. Non mi ricordo se ce l’ha dati un po’ mia cognata o chi, questi soldi; so solo che dopo li hanno rivoluti. Ci voleva il passaporto, sono andato in Comune, poi in Questura. Poi dopo, era ora che andavamo via, ma il passaporto non era pronto. Allora siamo andati da Forlani. Ha detto: “Andatelo a prendere”. Siamo andati oltre e era già pronto” Quando siamo partiti era il 1952”. “Prima di partire” ricorda Gilberto “mio padre mi ha detto: “C’è la casa qui e la terra. Prima che vai via io voglio dividerla”. Allora siamo andati dal notaio. La terra l’ha data alle femmine e a noi ci ha dato la casa con un pezzo di terra. Perché la morte o la vita non si sa, ha detto mio padre”.
“Abbiamo preso il treno a Fano, direzione Genova. Era la prima volta che prendevo, il treno” racconta Gilberto “faceva l’impressione un po’. Ci siamo imbarcati a Genova su una nave che si chiamava Anna C. Il viaggio è durato quattordici giorni. Eravamo tutti assieme, c’erano le brandine per terra, mi ricordo c’era una puzza dentro. Arrivati a San Paolo, ci siamo messi seduti sulla valigia, lì fuori della dogana, senza sapere dove andavi; oltretutto, non sapevi ne parlare, niente. Noi aspettavamo che qualcuno ci venisse a prendere, invece non ci è venuto nessuno. Ad aspettare ce n’erano parecchi. C’era anche una squadra di tornitori toscani. Prima è capitato uno che vendeva le figurine, un toscano”, cioè vendeva i santini “c’ha detto: “Dove siete venuti, in brasile. Volete un consiglio? Buttatevi nel porto”. Poi è arrivato un italiano che aveva un albergo, ristorante a Juliai. Ci ha detto: “Vi appoggiate lì da me, poi cercate lavoro”. Gilberto ricorda che ha cominciato a cercare lavoro “dopo tre, quattro giorni. Si partiva alla mattina, ci dava lui due fette di pane e stavi fino alla sera. Lui ci teneva lì, con la speranza dopo di stare lì. All’inizioavevo trovato il lavoro in una fabbrica, erano ventiquattro chilometri da lì. Avevo fatto ventiquattro chilometri a piedi per cercare dove erano le falegnamerie, mi ha detto: “Sì, vieni, che il lavoro c’è qui” e mi ha dato sessanta tavoli da fare. Ma ho capito subito che non avrei guadagnato niente. Ho incominciato, tre giorni ho fatto, poi ho detto che io avevo trovato uno zio che mi voleva”. “A dire la verità” commenta Gilberto “io ce l’avevo uno zio, ma non si è trovato” era il fratello della mamma ma non si è rintracciato. Neanche i suoi due figli, perché il maschio è morto in mare quando andavano giù e la femmina si era sposata. “Sono andato via da lì perché avevo visto un annuncio sul giornale della Vigorelli. Il padrone era un ebreo e voleva mettere in piedi il reparto falegnameria. C’era uno di Seregno, abbiamo cominciato a fare qualcosa, i banchi, ci hanno dato una macchina e poi ci hanno dato i disegni per sei mobiletti per le macchine da cucire. Gli sono piaciuti e poi da lì siamo andati avanti. Quando sono venuto via, dopo otto anni, eravamo quattrocento. In questa azienda ho lavorato fino al 1959, ricorda Gilberto. I primi due anni sono stato da solo, poi mi ha raggiunto la famiglia. Era una vita da matti perché eri solo. Oltretutto, io dopo lì, prima che arrivasse la famiglia, ho avuto una sciatica e sono stato un mese tra ospedale e letto, non c’era nessuno che mi aiutava”. Dentro la fabbrica c’era il ristorante “e (da mangiare) me lo portava uno che non conoscevo per niente. Me lo portava a mezzogiorno e c’avevo due sangiorgesi che dormivano con me e non mi hanno aiutato perché erano tutti presi dalle donne e giravano tutta la notte. A un certo punto, un negro che lavorava al ristorante mi ha detto: “Non ci andare più a mangiare lì, perché le mosche le levano sopra” nella minestra, da quanto ne cadevano. E così, dopo, mangiavo un uovo al giorno”. In quei due anni Gilberto scriveva a casa. “Dicevo che stavo bene ma i soldi li avevamo pochi, perché i soldi li dovevi dare al padrone e il padrone, quando veniva la Vigorelli in Italia, li dava alla Vigorelli e la Vigorelli li spediva a casa”. Questo succedeva due o tre volte all’anno. “Quando ho avuto la sciatica, non ho detto niente a mia moglie. Il padrone mi è venuto a trovare una volta. Mi ha detto: “Adesso vado dal professore mio a San Paolo”, mi ha portato delle medicine che mi hanno fatto subito bene”.
“Un giorno” continua Gilberto “mi ha detto il padrone: “Vai dal ragioniere e ti fai assegnare una casa che io ti faccio la domanda per fare venire giù la famiglia”, perché lì c’erano trenta, quaranta case tutte incomincie per i capi, e c’era un albergo grande duecento persone, per gli scapoli. Quando sono andato là, il ragioniere si è messo a ridere “Ci sono centocinquanta domande prima di te” mi ha risposto. Allora ho preso e sono andato via, l’ho detto al padrone e lui: “Vieni con me. Domani incominci la casa che la famiglia tra un mese è qui”. Ha finito la casa e ha fatto venire la famiglia. Ha fatto tutto lui. Mi ha passato subito a mesalista, cioè mi pagavano ogni mese Gli operai prendevano seimila cruseiros e a noi ce ne davano venti. C’era una grande differenza. I primi tempi con un cruseiros si prendeva venti lire, dopo c’è stata la svalutazione e, dopo un anno-due, era alla pari”.
La moglie di Gilberto non ha pagato il viaggio che ha pagato il governo, perché “quella volta cercavano di mandare via. Gli ha pagato anche il viaggio da qui a Fano. L’hanno mandata con quattro figli, in Toscana, a Firenze, alla visita. Tutto pagato. Lei ha viaggiato con l’Andrea Doria e ha fatto 24 giorni di infermeria, con quattro figli piccoli. Mal di mare tremendo. Sbarcata a San Paolo, ci siamo visti da lontano. Mi ha riconosciuto lei da lontano. L’ultimo figlio ha pianto sempre tutto il tragitto”. “Ho ancora la foto di quel giorno” spiega Gilberto.
Quando la moglie è arrivata, Gilberto ricorda che “ha trovato l’America laggiù. Perché la casa tutta piena, tutta arredata. Io, nel frattempo, in azienda ero diventato un caporeparto e la falegnameria, da niente che c’era, era arrivata a contare quattrocento operai”.
I figli e la moglie si sono ambientati bene in Brasile anche se Gilberto, a un certo punto, voleva tornare a casa. “Sono stato otto anni, sono stato bene, perché non è che mi mancava qualcosa, ma avevo la mancanza. Sono infatti convinto che se fossi rimasto laggiù, era vent’anni che ero morto. Perché non mi andava, pensate che quando andavo al cinema a San Paolo, io mica vedevo il cinema. Vedevo qui, al paese mio, che giocavano alle bocce e mi facevano effetto,”anche le macchine italiane. “La prima cosa, per cui nel 1959 ho deciso di ritornare” continua Gilberto “era per il capo, che era nuovo e io non ci andavo d’accordo. Secondo mi ero stancato; terzo, a cinquant’anni, io credevo che non ero più in grado di lavorare, perché mi sentivo sfinito”. Il nuovo capo era italiano e Gilberto spiega “che non sapeva niente”. Il russo non c’era più, “perché alla sera il russo portava la borsetta con lui, era andato in una casa chiusa e si era dimenticato della borsa. Le donne l’hanno portata al padrone, l’hanno scoperto e per questo l’hanno mandato via”.
La moglie, però, non era contenta di ritornare ricorda Gilberto “Mi ha detto: “Vai a casa tu, guardi come è la situazione, poi ritorni”. Ma io l’ho convinta. A occhi chiusi sono venuto in Italia e senza un’idea. Dico: “Tanto si mangia qui, si mangia anche in Italia” […]. Io non credevo di trovarla (così male). Quando sono partito, nel 1959, i miei due figli più grandi sono rimasti in Brasile e mi è dispiaciuto molto. Io sono venuto a casa a febbraio, marzo, loro a dicembre si sono sposati. A uno gli ho mandato la procura, perché non aveva 21 anni. Le fidanzate una era portoghese e una tedesca. Una era maestra, mio figlio ci è andato a scuola da lei quando è andato laggiù. Era più grande, era sette, otto anni più grande. Un giorno, gli ha detto la maestra: “Fate un tema” e mio figlio gli ha fatto la dichiarazione d’amore! […]. Di lavoro, uno ha seguitato a lavorare nella fabbrica dove stavo io, da falegname, l’altro, lo stesso, era tornitore, il più piccolo”.
Tornati in Italia, non c’era il lavoro e così “sono andato in Francia. C’era l’amico mio che era laggiù insieme, è venuto a casa due o tre mesi prima, era andato a lavorare là. Mi ha scritto e ci sono andato. Era una falegnameria con due o tre operai a Nizza. Poi, dopo, quella non pagava mai. A Natale, mi ricordo, ho scritto a mia moglie che sarei tornato, ma quando era ora di partire, non mi ha dato i soldi e così sono dovuto rimanere là. Sono andato a mangiare una minestra in un ristorante, anche se molti negozi erano chiusi e quindi, spesso, andavo in farmacia a comperare degli omogeneizzati. Pensate che a un certo punto la farmacista mi ha detto: “E’ ora di cambiarli?” Perché il figlio sarà cresciuto. Invece ero io che li mangiavo!”.
In Francia Gilberto era senza documenti “senza niente, senza essere in regola, perché là, per fare i documenti, ci volevano un sacco di soldi e bisognava andare a Milano […]. Sono stato un paio d’anni, dopo mia moglie mi ha trovato il lavoro qui. Tornato in Italia, sono andato a Fermignano, sempre da falegname. Facevano le camere. Era una fabbrica grossa e si facevano i lavori a catena, quasi. Io mettevo su le porte negli armadi. Poi, mi ha chiamato il figlio di Luzi e sono andato a lavorare con lui, ma ha durato un anno e due e poi ha chiuso […]. Io sono andato a Calcinelli, al Borgaccio, per sette anni. Non era proprio una fabbrica. Eravamo sei o sette. Facevamo le porte, poi dopo a me mi mandavano a metterle su, in Bassa Italia o a Verona. Dopo, un impresario di Fano ha fatto una polveriera a Verona, tutti capannoni sotto le rocce per mettere le munizioni. Ci hanno fatto una caserma, c’erano i soldati. Io sono stato lì parecchio. Abbiamo fatto le finestre e le porte. Siamo stati due mesi lassù a montare […]. Poi, hanno chiuso perché non gliela facevano più. Gilberto ricorda che doveva avere dei soldi ma l’azienda è fallita e così “quello che dovevo avere non l‘ho avuto più e basta. Allora c’era una fabbrica vicino, facevano le porte e le finestre, il capo mi ha detto se volevo andare a lavorare lì, ma lì era una fabbrica seria. Lì Gilberto è rimasto sette anni ma un giorno “mentre andavo giù, sono caduto, mio figlio s’è accorto e mi ha fatto restare a casa […]”. Poi ho lavorato qui, facevo le finestre, le riparazioni, ho fatto le scale a uno di Fano. Facevo i mobili. Lavoravo parecchio a Fano, perché avevo mandato giù un mobile, una farmacista era. L’hanno visto e ho cominciato a lavorare”.
Gilberto ha avuto quattro figli maschi. Sono nati nel ’36, nel ’39, nel ’50 e nel ’53, Roberto. Dei due tornati in Italia, “uno a sedici anni, è andato a Torino a lavorare in una fabbrica dove adesso fanno le eliche, tutto il blocco delle eliche, per gli apparecchi. L’altro ha fatto il modellista, le scarpe”.
La religione, è stata sempre importante per Gilberto, che da sessantasette anni tutte le sere dice un padre nostro alla madonna di Castelmonte. “Lo dico tutte le sere da quando mi sono sposato; sono devoto a lei perché mi ha salvato una volta. Mi ha salvato anche dieci anni fa che io venivo su da Orciano e ho avuto un incidente. Era stata una vicina a dirmi che questa Madonna di Castelmonte faceva i miracoli”.
Le superstizioni a San Giorgio ci sono sempre state e Gilberto ricorda che da ragazzo “non potevi uscire di casa e avevi paura, perché vedevano i fantasmi di notte. Quella volta, infatti, si andavano alle veglie, da uno all’altra e si raccontavano sempre queste fandonie Le raccontavano le donne, per non fare uscire da casa. Invece io non ho avuto mai paura, perché io tutte le sere, da qui uscivo perché ero nella banda musicale. Suonavo il bombardino, ci sono stato una quindicina d’anni, dopo è morto il maestro di musica e la banda è finita. Suonavamo nelle processioni, mi ricordo, e c’era una festa grossa per la Madonna del Rosario, il 2 di ottobre”.
La moglie è stata male quindici anni, ha avuto “una infezione al sangue. Una specie di leucemia […]. Io l’ho sempre assistita e il nostro matrimonio è durato sessantasei anni. Dal 13 gennaio 1936 al 21 febbraio 2002. Non abbiamo festeggiato niente. Già è stata una quindicina di anni male, è stata due volte in coma. Poi dopo è finita nella carrozzella. Però è stato un bel matrimonio e siamo andati sempre d’accordo”.
Ai figli faceva da padre la moglie di Gilberto perché lui non c’era mai. “Lei li faceva rigare diritto i figli, ma loro “ono stati contenti. Anche quelli laggiù hanno detto: “Abbiamo avuto una madre severa ma siamo stati contenti”. Oggi ho otto pronipoti”.
Nel 2002 Gilberto è tornato in Brasile “Ci ho passato l’inverno, sei mesi […]. Quando c’ero io erano seimila abitanti, adesso sono tre, quattrocento.
Ancora oggi Gilberto dice che taglio l’erba e si occupa delle viti. “Ancora ho la macchina (da falegname) qualche cosa faccio”.

 

Dati intervista
   
< ELENCO NOMI
< ELENCO LUOGHI
Cognome Nome
Bianchi Gilberto
Mestiere svolto
Falegname
Data di nascita
02/10/1911
Data intervista
17 luglio 2007
Luogo di nascita
San Giorgio di Pesaro
Durata intervista
95 min
Temi principali
Lavoro, Famiglia, Matrimonio, Emigrazione, Guerra,
Politica, Riti e costumi

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