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02 / MEMORIA OVER 90
 
IL CONSORZIO AGRARIO
Bramucci Trento Enrico nasce a Frontone il 5 ottobre 1915. I genitori gli danno il nome Trento in onore della prima guerra mondiale. “L’ho portato sempre bene. È un nome che mi è sempre piaciuto”. Da piccolo però iniziano a chiamarlo Enrico e anche durante la guerra, per paura, e così suo padre, a un certo punto, va all’anagrafe e cambia il nome Trento con Trento Enrico. “L’abbiamo cambiato per motivo delle ritorsioni, perché era sempre, diciamo, un nome irredento”.
Quando Trento nasce, con loro vive anche la nonna, mentre i nonni, sia paterni che materni, lui non li ha mai conosciuti perché sono morti a sessanta anni.
La mamma è una maestra elementare che muore quando Trento ha tredici anni, mentre suo babbo è impiegato alla banca popolare mondolfese. Trento è il secondo di quattro maschi. Il primo, Piero, si laureerà in veterinaria, Ezio morirà a tredici anni, Giulio, invece, diventerà un generale dell’esercito.
Trento va all’asilo e alle elementari a Mondolfo. C’era la maestra Grassi, che era severa, poi due maestri, Marzi e Battistini. Poi i genitori lo mandano a Rimini a fare le complementari per tre anni. Durante questo periodo vive, insieme al fratello grande che frequenta il Liceo, a pensione da un mondolfese che lavora nelle ferrovie a Rimini. “Venivamo a casa alle feste, a Natale e Pasqua” e “scrivevamo poco, una volta alla settimana si scriveva”. Dopo Rimini Trento frequenta, per altri tre anni, la scuola a Caprile di Pesaro e si diploma in perito agrario a diciassette anni. L’idea dell’Università la scarta perché non gli piace studiare e poi, appena diplomato, trova subito lavoro. Il padre fa molti sacrifici per fare andare a scuola tutti e tre i figli per così tanti anni, ci racconta Trento. Mentre Piero studia veterinaria a Bologna, Giulio va a Modena all’Accademia Militare e poi si arruola nei paracadutisti.
Nel mese di agosto mamma ci portava al mare, racconta Trento, per la salute. Dopo la sua morte “andavamo al mare in bicicletta”. “A Marotta non c’era niente, niente, niente, quella volta. Solo le case dei pescatori. Noi, quella volta, i marottesi li chiamavamo “i borgaroli”, dice, mentre oggi sono loro, che sono diventati tanti, a chiamarci così”.
“Di politica si parlava poco in casa”, racconta Trento, “nonostante il babbo fosse stato Sindaco socialista di Mondolfo prima del fascismo”. “Dopo quando è arrivato il fascismo era impiegato di Banca, ha dovuto prendere subito la tessera da fascista”. “Era un socialista all’acqua di rose, in verità, e la politica non gli è mai piaciuta”. “Per lui, infatti, era “una cosa sporca” e dopo si fascismo se ne è sempre disinteressato”.
A diciassette anni, Trento inizia a lavorare al Consorzio con suo padre che era Agente. Insieme padre e figlio lavorano due anni. Poi il padre continua il lavoro in Banca e Trento va avanti da solo, fino a 60-65 anni, quando decide di andare in pensione. “Il mio lavoro era nella vendita dei prodotti agricoli. Concimi, sementi, mangimi. Poi ritiravamo per conto dell’ammasso – quella volta Mussolini faceva l’ammasso di Stato – ritiravamo grano, granoturco, lana, olio, tutta questa roba qui, insomma”. Inoltre, lui ha fatto sempre anche il fattore. “La professione mia era agente del Consorzio, poi facevo il fattore. Dopo siccome ci avevo anche la terra, allora amministravo la roba mia e quella dei parenti. Anche la terra dei miei cognati”. Duecento ettari di terra amministrava Trento all’inizio. Dopo, nel ’56 il proprietario è morto e allora la terra si è divisa.
Non c’era la radio né la televisione, da ragazzi. “Come divertimenti, si andava a giocare a carte al Caffè, oppure c’erano dei giovani che facevano le commedie, ha capito, e allora alla domenica si andava a sentire la commedia o al teatrino dei preti o al teatrino quaggiù da Frattini”. “Dopo è arrivata la radio e con la radio sentivamo le canzonette”. “C’era un cantante famoso che ha sposato na ragazza di Mondolfo, e poi si ascoltavano anche le notizie che, durante la guerra non erano molto sincere”.
A Mondolfo ci sono stati due grandi terremoti, racconta Trento. Il primo del ’24, il secondo del ’30. “Ci avevamo un teatrino bellissimo qui in Comune, dove c’era la Carnevalesca e io da piccolino andavo su con i genitori miei che andavano a ballare nel teatrino”. “Con il terremoto del ’24 lo abbiamo dovuto chiudere, mentre con quello del ’30 buttare via tutti i piani e il Comune abbatterlo totalmente”.
“Prima della guerra di politica non si parlava. C’era il fascismo e basta”. In quel periodo “eravamo segnati tutti fascisti. Se non si era fascisti non ci si poteva stare”. C’erano gli anti fascisti ma erano pochi, “però il paese li lasciava perdere”. “Col fascismo c’è stato da fare”. Trento è stato balilla, avanguardista, tenente della milizia e ha insegnato alla pre militare. C’era molto ordine prima della guerra, racconta. “Un ordine perfetto. Erano tutti onesti”. I rapporti tra i contadini e i fascisti, prima della guerra, “erano ottimi perché i fascisti pagavano in moneta che non valeva niente ma loro prendevano i soldi e stavano contenti”. “È stato sempre tutto regolare”. “Noi con la campagna non ci abbiamo avuto delle difficoltà”. Nel periodo degli ammassi, erano i fascisti che andavano dai contadini a prendere il grano. “Tutti lo consegnavano il grano perché lo pagavamo bene”.
Però di Mussolini si pensava “che era un matto”. “Perché cosa si poteva fare noi altri? Voleva fare la guerra con le baionette. Con le baionette non si fa la guerra. La gente vuol mangiare. Ha mandato tutti questi ragazzi in Russia senza maglie, senza scarpe. Come si fa? Vuol dire che era matto. Poi Badoglio ci aveva dei generali buoni”. “L’esercito era proprio a terra”. “Non ci avevamo neanche da mangiare”. “Ci siamo resi conto che la guerra non era quella che Mussolini raccontava perché non c’era più niente, non avevamo neanche da mangiare”. “Ci siamo accorti che il fascismo era un bluff”.
Trento viene chiamato dall’esercito a 21 anni. Frequenta il corso allievi ufficiali a Spoleto e diventa ufficiale. “Insomma del 1937 ho fatto il corso, poi a dicembre sono andato in congedo e dopo del ‘39 mi hanno richiamato perché dovevo partire per l’Albania che c’era un battaglione in preparazione. Mi sono ammalato e allora sono rimasto a casa tre mesi e in Yugoslavia non ci sono andato e ho fatto tre mesi. Dopo mi hanno chiamato alla caserma Villa Rei in Ancona e mi hanno dato un plotone. Questo plotone mi faceva servizio ai posti di blocco. Ci avevo tre posti di blocco. Uno ce l’avevo a Torrette, uno a Borghetto, vicino alla Stazione di Ancona, e uno a Piazza d’armi. E tutte le notte mi alzavo alla mattina verso le due, dopo andavo a fare l’ispezione insieme a un appuntato e a un caporale maggiore”. A casa, durante questo, periodo, Trento ci viene spesso. Arriva a Mondolfo la sera e parte la mattina.
“Il 25 di luglio ero a un corso del cannone 47 32 a Castiglioncello, vicino a Livorno. Ero lassù. Allora è venuto il 25 luglio, la caduta del fascismo”. “L’ho imparato subito perché eravamo al cinema con un collega mio, tutta una volta la proiezione del cinema l’hanno sospesa e hanno detto, Mussolini è caduto. Allora hanno cominciato a battere le mani”. “Pensavo una cosa bella perché eravamo stufi. Io ho fatto tre anni. Mio fratello nove anni” Ero a Castiglioncello a un corso di specializzazione. “Perché il posto mio era un posto provvisorio”. “Io dovevo partire e andare in guerra”. “Facevo queste specializzazioni per prepararmi”.
“Dopo l’8 settembre è finito tutto”. “Io sono venuto a casa in bicicletta e sono rimasto qui”. “Il maggiore nostro è stato comprensivo. Ha detto “guardate ragazzi, la situazione è questa. Noi dell’esercito non c’entriamo più niente. Chi vuole andare coi fascisti rimane, chi vuole andare a casa si mette in borghese e a rischio suo va a casa””. “È stato rischioso a scappare via. Subito dopo i tedeschi hanno occupato le caserme”. Quando iniziano i bombardamenti in Ancona, Trento era tornato a casa da pochi giorni. “Pochi giorni prima. Il bombardamento è arrivato dopo. Si sentiva anche qui da noi quando bombardavano il porto di Ancona”.
A Mondolfo, nel frattempo. i “caporioni” fascisti, quelli che avevano fatto la marcia su Roma, molti sono andati via, sono andati a Milano. “Hanno dato anche le bastonate e allora sono scappati via. Di questi che sono scappati via molti sono rimasti lassù” perché li hanno ammazzati.
Durante il periodo del fascismo Trento si fidanza. È il 1936. La famiglia della moglie era di Camerano. Si erano trasferiti a Mondolfo nel 1924 perché il suocero era perito agrario e aveva la terra a Monterado. Trento e la moglie si conoscono da ragazzini. Sua moglie ha un carattere molto forte, “era un maschiaccio”, e Trento ne rimane affascinato. Il fidanzamento è stata una cosa naturale. “È venuto il bisogno. Io prima non ci pensavo per niente”. Il viaggio di nozze, racconta Trento, “è stato rocambolesco”. “Siamo andati all’udienza del Papa e Roma e siamo stati due giorni a Roma. Dopo i due giorni a Roma, andiamo a Firenze. Siamo andati a Firenze. A Firenze c’era una rivista. Dice, andiamo a vedere questa rivista. Abbiamo visto la rivista, l’oscuramento di notte. Fortuna che c’era un tram che partiva. Insomma ci hanno fatto il posto quei giovanotti”, “se no ci toccava andare a piedi”. “Dopo siamo andati a Bologna” e “dopo da Bologna siamo venuti a casa”. Dopo il matrimonio Trento e sua moglie comperano una casa. Trento lavora e la moglie lo aiuta sempre. “Mancava poco per fare sessant’anni di matrimonio. Nel 2000 mia moglie mi è morta”. Per il cinquantesimo anno di matrimonio fanno una festa grossa. “Mia moglie era bravissima”, racconta Trento, “però alle donne non le facevano studiare quella volta. Quindi essa quando ha fatto la quinta elementare è venuta a casa”. “Con mia moglie andavamo fuori quando eravamo giovani. Andavamo.. siamo stati a Padova, siamo stati a Venezia, siamo stati a Milano, siamo andati qua verso la Toscana”. Sempre con la macchina, perché da un punto di vista economico “siamo stati sempre bene”. “Mia moglie è stata sempre molto autoritaria”. Una volta “mi è venuta a prendere una volta giù al Caffè, “Basta, è ora che vieni a casa””. “Davanti a tutti, mi disse “tu vieni a casa””. La famiglia di Trento è stata sempre molto religiosa e il fratello più piccolo della moglie, a cui lei era molto attaccata e che faceva il farmacista, a un certo punto ha avuto la vocazione e si è fatto prete. La religione, infatti, “ci vuole. È un amalgama anche per la famiglia. Questa gente che si sposa in comune e dopo si divide, quella è una cosa brutta”. “Io per me dico che marito e moglie hanno un impegno grossissimo. Quando hanno fatto i figli devono stare insieme anche se non vanno d’accordo”. La religione, noi, racconta Trento, “l’abbiamo pretesa dai figli”.
Trento e sua moglie, infatti, hanno avuto tre figli, tutti e tre laureati. Due femmine e un maschio. La prima è nata nel ’42. Con i figli “mia moglie era tremenda” e “li ha fatti studiare”. “Abbiamo avuto tre figli che sono stati sempre subordinati. Non erano ribelli”. Trento è molto soddisfatto quando parla dei figli e racconta che una figlia fa la farmacista mentre il maschio, Ezio, il cardiologo a Pavia. Oggi Trento ha sei nipoti e una pronipote che fa la terza elementare.
Il giorno che Trento torna a casa dalla guerra, la figlia non lo riconosce. Gli altri, invece, sono tutti contenti. Nei giorni successivi, lui ritorna a lavorare. A un certo punto “mi manda a chiamare il Maresciallo Petrini che comandava i repubblichini qui a Mondolfo. Io perché ero anche Tenente della Milizia”. “Voleva assolutamente che io prendessi il comando dei repubblichini e io mi sono rifiutato e mi voleva mettere le mani addosso. Dopo c’è stato il cavalier Bariani che era il Podestà, si è messo in mezzo se no…”. “Ero stufo, non volevo sapere più niente. Volevo stare a casa in santa pace”.
Mondolfo viene bombardato più volte durante la guerra. “Noi eravamo nel rifugio lì, una paura tremenda perché quando arrivavano queste bombe mettevano paura”. Dove hanno colpito, nell’arco di biscion e anche verso il fosso, ci sono stati i morti. Di sfollati qui ce ne sono stati pochi, ricorda Trento, “perché anche qui noi eravamo in una situazione brutta perché qui già a Monterado c’erano i polacchi che ci bombardavano”. Nel ’44 “il grano era tutto rovinato” perché viene raccolto non in estate ma a settembre. Dopo l’8 settembre i Consorzi sono stati assaltati. “Hanno portato via tutto. Io ci avevo un magazzino qui a Ponte Rio pieno di grano. Alla mattina viene su il facchino mio più vecchio, mi dice guardi Bramucci che laggiù hanno portato via tutto. E dopo è arrivata una squadra di carabinieri di Ancona e con quelli sono andato in tutti i posti a recuperare il grano che avevano rubato ma se ne è recuperato poco”.
La ripresa del paese è stata dura dopo la guerra “perché non c’era rimasto più niente. Abbiamo dovuto ricominciare da capo”. Al Consorzio arrivava roba da mangiare dall’America “per dare sostentamento alla popolazione. Ci avevamo delle farine, ci avevamo anche delle cose come cioccolate, ci avevamo il baccalà”. Si distribuiva con il sistema del tesseramento. Non c’era il gasolio per trebbiare il grano e “hanno fatto venire anche le botti di gasolio che lo distribuivo io”.
Inoltre non c’erano i gabinetti, le cucine, i soffitti dove stavano le bestie e i pavimenti. “Abbiamo dovuto rifare tutto”, “è stata una spesa grossa”.
Anche la politica, dopo la guerra, è stato un macello per via degli scontri tra la democrazia cristiana e i comunisti. Trento dice di essere stato sempre della Democrazia cristiana “ma qui da noi sono stati sempre socialisti e comunisti”. “Gran bandiere rosse”. “Noi non ci andavamo sicuro”. “Noi siamo stati sempre della Democrazia Cristiana. Alle elezioni del 1948 Trento era Presidente di Seggio. L’ha fatto per parecchi anni ma alla fine si è stancato perché bisognava stare alzati fino alle due di notte. “Col presidente di seggio c’erano delle discussioni perché i comunisti erano delle teste calde. È difficile a ragionarci”. Le discussioni scoppiavano per l’attribuzione dei voti. “Il comunismo in se stesso era, diciamo, qui radicato”, spiega Trento, “perché volevano la terra i contadini dai proprietari”. “Anche gli operai erano comunisti perché ce l’avevano con i proprietari dove lavoravano”. Molto nitido è infatti il ricordo delle lotte mezzadrili. “Io la capivo che non poteva stare. Perché la forma di mezzadria, quella volta, era una forma di parassitismo. Il proprietario prendeva e non metteva niente di valore”. “Però”, aggiunge, “è stato difficile mandare via i contadini dalle terre e alcuni l’hanno anche minacciato”. “Quaggiù, per mandare via un contadino ci è voluto… quasi una metà del valore del fondo ha portato via”. “Dopo, quando lo Stato, diciamo, ha proibito queste disdette, che non si potevano mandare via questi contadini, questi contadini hanno cominciato a prendere un po’ la mano”. C’erano le Leghe. “Erano spalleggiati dalle Leghe”. “Dopo io gli davo ragione. Tanto è inutile. Non c’è niente da fare”. “Però bisognava stare attenti. Era un’epoca un po’ pericolosa”. “Quelli delle leghe facevano le dimostrazioni, soprattutto il lunedì, perché a Mondolfo c’era il mercato”. “Chiedevano la terra. Volevano la terra, chiedevano che i proprietari andassero via”. “Dopo è arrivata la legge che la mezzadria si doveva togliere e i proprietari hanno dovuto cedere e dare, ha capito, o la casa in regalo oppure dargli i soldi per mandarli via”. Allora “ i contadini, molti, i furbi, l’hanno comperato il terreno. Perché lo Stato gli dava i soldi a gratis, ha capito?”. “Gli dava i soldi a gratis. L’interesse non c’era niente. Loro hanno preso i soldi e in poco tempo hanno pagato il fondo”. “Hanno preso il terreno senza soldi perché lo Stato gli ha dato i soldi per comperarlo”. “I contadini sono diventati tutti proprietari”, racconta Trento.
Ora i contadini anziani hanno i figli che lavorano in fabbrica e per lavorare la terra si prendono i terzisti. Quelli con i trattori grossi che in un attimo fanno i lavori. I figli lavorano il sabato “ma un bel po’ non ne fanno”.
Trento prende la patente nel 1948. La sua prima auto è una Balestra corta del principale che era un residuato bellico e l’avevano comperata in Ancona. Poi dopo ha avuto un’altra macchina, poi la Seicento, la Millecento, la Centoventotto, la Centoventisette, la Uno e oggi la Punto. Tutte Fiat. Trento guida ancora perché “si sente autonomo” anche se viaggia solo in campagna ma non va più fuori, “al massimo vado a Fano”.
Quando è uscita la televisione la famiglia di Trento andava a guardarla tutte le sere a casa del suocero; poi l’hanno comperata.
Negli anni ’70-’80 Mondolfo ha avuto un grande sviluppo economico, racconta Trento. La comunità è migliorata perché i giovani hanno cominciato a studiare. “La caduta della prima repubblica e la fine della Democrazia cristiana è stata una cosa giusta”, commenta, “perché con tutte quelle bustarelle avevano fatto schifo”. La politica attuale però è peggio “perché tutti vanno a cercare i quattrini” e ci sono troppe tasse. La sinistra di oggi “non fa niente” e “è tutta sfasciata”, pero Berlusconi “non mi piace”. “Lui ha fatto un sacco di quattrini e per averli fatti vuol dire che non è stato tanto un galantuomo”.
“I fattori hanno fatto tutti i soldi”, sottolinea Trento e non è solo un luogo comune. Perché “gli è capitata l’occasione”. “Hanno visto che i terreni quella volta erano andati giù e loro li hanno comperati. Sono stati furbi”.
Oggi si sta benissimo, c’è un gran benessere e i giovani sono tutti istruiti. Peccato che i politici siano tutti “rubacchioni” e che la gente non si conosca più come una volta. E poi ci sono troppi extra comunitari per Trento. Troppi perché i giovani cominciano a rubare. “È una invasione. Dove si sono mai visti i neri?”.
Trento oggi lavora ancora. Difatti amministra 60 ettari di terra di famiglia, tra la sua proprietà e quella delle figlie. Tutti i giorni va a controllare il suo capitale “perché bisogna segnare le ore dell’operaio” .
Oggi con le sue figlie, Trento racconta, si sono invertiti i ruoli. Sono loro a dirgli cosa fare. Oggi lui va a pranzo tutti i giorni dalla figlia mentre alla sera si cucina da solo.
Nel tempo libero Trento gioca a carte, a briscola e scopone, con la figlia, la cognata e una sua amica.

 

Dati intervista
   
< ELENCO NOMI
< ELENCO LUOGHI
Cognome Nome
Bramucci Trento
Enrico
Mestiere svolto
Perito agrario,
Agente del Consorzio
Data di nascita
5 ottobre 1915
Data intervista
06/06/2007
Luogo di nascita
Frontone (PU)
Durata intervista
120 min
Temi principali
Lavoro, Matrimonio, Famiglia, Politica, Tempo Libero,
Vacanze, Affettività, Guerra

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