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02 / MEMORIA OVER 90
 
TREDICI ANNI MILITARE
Al colloquio era presente la moglie
Bui Umberto nasce il 4 gennaio 1913 a Porto Maggiore, in provincia di Ferrara.
Durante la prima guerra mondiale, ricorda, “è morto un fratello di papà”.
“Abbiamo patito la miseria quando eravamo giovani noi altri”, spiega Umberto. “Si lavorava molto ma i soldi erano pochi”, “perché eravamo contadini ma la terra non era mica nostra. Si pagava un affitto ai padroni”. Coltivavamo la canapa, “se non veniva la grandine si prendeva qualcosa, ma se veniva la grandine la canapa era bella e rovinata”. Infatti “è una pianta molto morbida, allora la tempesta la rovina”.
“Da ragazzino ho cominciato ad andare dietro alle mucche con mio fratello”. Andavo anche a scuola, racconta, e mi addormentavo “perché alla mattina mi alzavo presto”. Allora la maestra mi diceva “tu devi far venire qui tua mamma perché sei un bambino ammalato. Vedi che dormi sempre? Ma signora maestra mi sono alzato alle cinque” e lei mi rispondeva che non ci credeva.
Noi invece eravamo nove figli, racconta la seconda moglie di Umberto e quando era ora di andare a scuola, a ottobre, a me non mi ci hanno mandato, perché ce n’erano già quattro di fratelli miei a scuola e qualcuno doveva stare a casa a badare le pecore. Dopo, però, a Natale, ho cominciato ad andarci anche io, perché c’era la multa; così alla fine dell’anno ero già la più brava.
“Si lavorava troppo” da bambini, commenta Umberto. “È stata così la vita. Sempre dietro le mucche, perché eravamo contadini, avevamo del terreno, si faceva la canapa, si facevano le bietole, il grano. Una famiglia grossa insomma, perché c’era mio padre con i suoi due fratelli e le rispettive famiglie”. “Tanto tempo siamo stati in diciotto in famiglia” e siamo arrivati anche a ventuno. “Dopo quando ci siamo divisi abbiamo fatto quattro famiglie”.
Durante il periodo del fascismo, la mia famiglia non era fascista, chiarisce Umberto, anche se mio padre non si è mai interessato di politica.
Invece la seconda moglie di Umberto, racconta come “quella volta toccava essere tutti sotto di Mussolini, o per amore o per forza. Era una cosa così”, “toccava stare zitti e come”. A me Mussolini, mi ricordo, mi aveva dato “cinquecento lire” per i figli e ci avevo “fatto il biroccio, però i fascisti erano cattivi e ammazzavano. Una volta, per esempio, “hanno strascinato uno fino a Fossombrone dietro a un camion”.
A 21 anni, Umberto parte per il militare. “Sono partito nel ’33, racconta. Ho fatto il militare normale poi sono andato in Africa. Ero nel quarto Reggimento bersaglieri. Ho fatto più di dodici anni il militare, compresa la guerra”. “Sono andato in Africa, ci sono stato quattro mesi, poi mi sono ammalato con i calcoli renali “e siamo ritornati indietro subito”. “Gli italiani hanno fatto piazza pulita in Africa, spiega Umberto, hanno mitragliato tanti civili”. Io, però “non ho mai dato una schioppettata”, perché “io stavo sempre di dietro. Io sono stato sempre in retrovia, perché pensavo che era assurdo andare ad ammazzare tanta gente”; “perché erano innocenti”. I neri “poverini erano buona gente e noi soldati, ricorda Umberto, non potevamo dire niente contro i fascisti. I fascisti erano andati là per ammazzare, per distruggere”. “I fascisti erano una brutta razza”.
Dopo ci ha mandato tutti a Napoli, “dopo siamo stati a Torino, poi a Bolzano che era un freddo a Bolzano”. “A Bolzano ho cambiato reggimento e sono passato al sesto. In quel periodo potevo avere la licenza, ma era troppo lontano per tornare a casa”. “Poi siamo andati in Yugoslavia”. “In Yugoslavia ci siamo andati con la motocicletta, una Guzzi. “Siamo partiti da Cremona in motocicletta e siamo arrivato in Yugoslavia”. “Anche là ero in retrovia”, ricorda. “Tra i commilitoni parlavamo in dialetto e io facevo fatica a capire i napoletani. Gli analfabeti c’erano; mi ricordo ad esempio uno del sud che non sapeva leggere, né andare in bicicletta, perché lui era stato sempre e solo con le pecore. C’erano anche due o tre soldati che avevano la macchina fotografica e “ne avevo di fotografie”. “In Yugoslavia, poi, avevamo qualche contatto con la popolazione perché alcuni parlavano l’italiano. Per esempio, c’erano dodici, tredici, ragazzini che venivano tutti i giorni con il loro tegamino. Allora io li mettevo tutti in fila e gli davo un bel mestolo a loro. Tutti i giorni. Noi bersaglieri, però, non avevamo tanto da mangiare, almeno rispetto a quelli dell’aeronautica. Un giorno, mi ricordo, volevo andare a pesca, ho detto al maggiore, dammi una bomba a mano. In quel modo il pesce è saltato fuori e ho preso un centinaio di pesci. Dopo ai ragazzini ho chiesto di chiamare le mamme ad aiutarmi a pulirlo in cambio di un po’ di pesce e hanno portato anche le graticole e la legna. Lì la guerra era lontana e solo una volta non potevamo muoverci perché ci bombardavano da tutte le parti. Allora un mio superiore, continua Umberto, mi voleva mandare in avanscoperta. Io però, ho provato a uscire mettendo fuori un bastone con una giacca, che è stato subito mitragliato. Alla fine, siamo riusciti a salvarci perché abbiamo attaccato un lenzuolo bianco ad un bastone a anche se lungo la strada sparavamo, però non hanno ferito nessuno. Avevamo paura anche dei partigiani slavi perché i fascisti ne avevano ammazzati parecchi di civili e loro ce l’avevano molto con noi”.
“Nel luglio del ’42, abbiamo saputo che Mussolini era stato arrestato, prosegue Umberto, dai giornali. Noi volevamo scappare subito, ma dopo invece gli ufficiali, d’accordo con gli ufficiali della milizia ci hanno bloccati”. “Così i tedeschi, ci hanno portato in Germania dopo l’8 settembre”. “E lì dopo in Germania, se uno era settanta chili arrivava a quaranta. Una media di trenta chili ogni persona si era calati”. “Si era tutti magri, distrutti proprio. E si doveva lavorare anche se pioveva”. “Si sono prese delle gran malattie”. “Ho cambiato due campi di prigionia in quel periodo. Perché all’inizio ero con una Ditta che si chiamava Klufmann, e era una ditta di camion” . Non c’era più la nafta o la benzina “e allora noi altri eravamo una squadra e dovevamo andare a prendere i sacchetti per metterci dentro la legna che si usava per fare andare questi camion. Il campo era a trenta chilometri da Krefen. Dopo siamo andati lì a Krefen e lavoravo in una società che si chiamava Rungas”. “Facevamo la tubazione che partiva da Berlino per andare in Francia. Portavamo il gas in Francia”. “Ma lì la gente si ammalava tutta”. “C’era una qualità di punture che si stava meglio, però si ammalava il fegato”. “Avevo, infatti, la sciatica, racconta Umberto e non riuscivo a sedermi. Una notte, ci hanno attaccati gli americani. In sessanta, siamo andati in un rifugio. Lì attaccavano con i bengala che facevano una luce come quando c’è il sole”. “Quella notte, ricorda Umberto, il bombardamento è stato lungo. Sono passate tre ondate di apparecchi”. “Non c’era più niente. Era tutto distrutto”. Le case erano crollate e i morti sono stati tanti.
“Durante la prigionia, spiega Umberto, ho scritto alcune cartoline a casa in cui dicevo solo che ero vivo. Invece, in tutto il tempo che sono stato là, avrò ricevuto quattro o cinque lettere, perché la mia famiglia le scriveva ma non mi arrivavano”.
“Sono stato liberato il 12 aprile 1945 dagli americani. Mi ricordo che dopo i bombardamenti, una mattina vediamo i tedeschi a correre via con i cavalli, e poi dopo tre giorni dalla liberazione, una mattina ci alziamo, andiamo fuori, vediamo un vagone della ferrovia carico di roba da mangiare. Ma non c’era mica la ferrovia. Ce l’hanno portato con l’elicottero”.
La moglie di Umberto racconta che alcuni partigiani sono morti a Pergola, anche la famiglia Romagnoli, mentre Umberto aggiunge che nella sua famiglia è morto un altro fratello del padre, ammazzato dai tedeschi.
Tornato in Italia, Umberto sta ancora male di schiena e di sciatica e, dietro consiglio del fratello decide di andare a farsi visitare da un professore di Bologna. Mi ha ordinato “dei mattoni”, “i mattoni che fanno i muri”. “Mi ha detto, prendi tre mattoni e li metti sul fuoco. Quando sono due o tre ore che sono là, ne prendi uno, ti bagni un dito, se il mattone frigge, vuol dire che è bello caldo. Il mattone poi lo metti in mezzo a un panno” e “io a pancia in giù sul letto con il mattone sulla schiena. Tirava fuori l’acqua dalle ossa, perché l’acqua si era infiltrata lì e non veniva più fuori”. “I primi giorni ho fatto otto ore al giorno. Il sesto giorno stavo già bene e la schiena non mi faceva male. Quando sono ritornato dal professore mi ha consigliato di continuare con un’ora al giorno. Da quella volta là non ho più avuto male”. “Con i mattoni sono guarito”. “Se uno lo racconta adesso di essere guarito con i mattoni”, nessuno ci crede.
“Dopo ho lasciato lì di lavorare in campagna, prosegue Umberto, perché c’era soltanto da lavorare e non si prendeva più niente. Sono andato a Ferrara del ’59”. “Dopo ho trovato da lavorare. Sono andato in una squadra di facchini. Eravamo in quaranta. Quattordici anni ho fatto il facchino a Ferrara”. Non ha mai preso la patente, perché “in città, per fare i facchini, allora era comodo un motorino e prima, quando facevo il contadino, eravamo sempre lì nel campo e se dovevamo andare in paese, ci avevamo la lambretta”.
“Nel dopoguerra, prosegue Umberto, non mi sono mai interessato di politica, e anche se il mio padrone era comunista, io avevo la tessera dell’Acli, perché lì al circolo, il caffè costava meno e si giocava a carte”.
La seconda moglie di Umberto, invece, ha fatto la mezzadra con il marito, classe 1912, fino al dopoguerra. “Stavamo sulla terra, racconta, però facevo io come fossi un maschio”. “Si è fatta una vita di sacrificio, però c’era tanta allegria, tanta tranquillità”. “Ero io il capo famiglia; difatti mio marito mi diceva sempre tu sei responsabile dei miei figli”. “Abbiamo fatto i contadini fino al dopoguerra, che io avevo trentasette, trentotto anni. Poi siamo venuti a Pergola e ho trovato subito lavoro nel forno. Nel dopoguerra, mi ricordo che i comunisti hanno ammazzato un fascista che aveva ammazzato per sbaglio un ragazzo. L’hanno portato a Pantana, gli hanno legato i pantaloni, poi gli hanno fatto mangiare mezza forma di formaggio, pecorino vecchio, e poi gli hanno dato mezzo litro di olio” di ricino. “Da lì l’hanno portato a Montesecco, proprio lassù l’hanno bendato, poi gli hanno fatto saltare tutte le scale. Poi l’hanno portato a Loretello, quello me lo ricordo bene, là gli hanno attaccato una seminatrice e gli facevano tirare questa seminatrice. Dopo non gliela faceva più e li lo hanno finito di ammazzare. Quello me lo ricordo”. Nel forno, prosegue, “c’era tanto da lavorare perché nel forno è il lavoro più duro che c’è”. Oltretutto dopo, il pane “toccava portarlo a destinazione nei negozi”. “Laggiù facevo, il primo forno, dalla notte dalle una e mezzo, fino alle dieci”, mentre “il secondo forno, andavo giù alle una e mezza giuste e tornavo giù alle dieci e mezza. E poi quelle due o tre ore facevo da mangiare, le pulizie, tutte le faccende”. “Dopo ho lasciato andare e ho cominciato a fare queste notti in ospedale”. “Dopo il giorno ci avevo la casa”. “Mi aiutavano delle ragazzettine, quelle monelle mi aiutavano”. “Abbiamo sempre lavorato. Mi sono rotta la schiena, tutto. Adesso non sono capace di fare niente”. Sono mancata due anni perché sono stata in Svizzera che ci avevo la figlia che lavorava in fabbrica.
“Quando sono andato in pensione, continua Umberto, dopo un pò sono rimasto vedovo e quando manca la moglie, è distrutta la famiglia”. Perché i figli erano sposati e stavano fuori “e io ero rimasto da solo”. “Mia moglie ha sempre detto, se per disgrazia manco io, trovati una compagnia. Non andare dalle femmine e nemmeno con i maschi”. “Mi diceva trovati una compagnia per tuo conto, ma non andare dai figli”. “Diceva così perché era convinta che andare con i figli è difficile andare d’accordo, perché loro hanno un’idea e uno ne ha un’altra”. Se poi “uno fa l’osservazione a un figlio di un figlio, dopo i genitori ci rimangono male”. “Sono stato due anni per mio conto”. “Dopo ho trovato questa signora qui”.
Umberto, quindi, si è trasferito a Pergola per amore. Lui e la futura sposa si sono conosciuti perché la sorella di Umberto, da Vercelli era andata a curarsi il cuore al Policlinico di Ancona, dove era ricoverata anche questa donna. Da lì “siamo rimasti amici”, racconta la moglie. “Dopo è mancato mio marito”, “dopo due anni è mancata la moglie di Umberto, dopo lui telefonava alla sorella e gli diceva che solo si era stufato di starci”.
Umberto e la seconda moglie si sono sposati il 17 aprile 1982. “Ci siamo sposati in chiesa e in comune perché io non avevo pensione dall’altro marito perché è stato quarantadue anni sempre male” e non aveva “fatto nessun lavoro e non ci aveva nessuna marchetta, niente”. “I primi anni facevamo: quando prendevo la pensione io, veniva qua lui e stavamo un mese qua e quando prendeva la pensione lui stavamo un mese là”. “Dopo questa è una casa popolare, e allora lui ha deciso di dare la casa ai figli e questa è rimasta a me”. “Io, racconta la seconda moglie, ho deciso di risposarmi, perché mi ero stufata di stare sola. La pensione di mio marito non ci avevo neanche una lira, e la mia era piccola. La decisione è stata quella”. In più “ero sola e ho lavorato fino a ottanta anni”.
“Mi sono trovato bene qui, spiega Umberto, e sono stato sempre rispettato da tutti. Ho trovato gli amici, le compagnie”. Giocavo a carte a bocce, “c’erano sempre due o tre tavoli che giocavano a carte. Poi due squadre che giocavano a bocce”, “c’era della gente, una mucchia, ma adesso oramai non c’è più nessuno”.
“Quando ci siamo sposati, abbiamo cominciato anche a girare, racconta la moglie di Umberto e abbiamo fatto dei bei viaggi”.
Umberto ha avuto quattro figli dal primo matrimonio. “Uno è morto. Gli è venuto un infarto e tre sono sposati” e abitano a Ferrara, mentre la seconda moglie ne ha avuti cinque. Uno è morto e ne sono rimasti quattro: tre femmine e un maschio. Una è a Chiasso, sposata. Una in Romagna e due sotto il Monte Nerone, sopra a Cagli. Una femmina ha avuto la poliomielite, ma adesso sta bene e è mamma di un maschio e tre femmine.
“Siamo stati bene. Adesso sono arrivati gli anni. Lui sta bene e io sto male”, spiega la moglie di Umberto.
Oggi, Umberto e la moglie passano il tempo a giocare a carte e Umberto ha l’orto dove ci sono “due o tre piantine di vite” che fanno “due o tre grappoli di uva da mangiare”. Oltretutto, Umberto, va ancora in bicicletta.

 

Dati intervista
   
< ELENCO NOMI
< ELENCO LUOGHI
Cognome Nome
Bui Umberto
Mestiere svolto
Facchino
Data di nascita
04/01/1913
Data intervista
14 settembre 2007
Luogo di
nascita
Portomaggiore (FE)
Durata intervista
90 min
Temi principali
Famiglia, Matrimonio, Guerra, Lavoro

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