CAPOFAMIGLIA A QUINDICI ANNI
Alfredo Calagreti nasce a Casale, comune di Cagli, il 14 luglio 1915. Primogenito di 4 figli, due maschi e due femmine. Le femmine sono ancora vive, 90 e 88 anni. Il fratello, classe 1923, muore in guerra.
La famiglia di Alfredo era proprietaria di un podere di dodici ettari, di cui 8 di bosco.
Alfredo ricorda che il nonno era benestante ma perde tutto in un incidente. Una sera, infatti, dopo aver bevuto, prende lo schioppetto e spara a un uomo accecandolo, un tal Giuseppe che aveva picchiato suo nipote. “È stato poco in prigione a Urbino”, commenta Alfredo, ma “quella volta ci aveva dieci mila lire” e alla fine perde tutto. Tutti i soldi, tutte le case e anche un pezzo di terra. “Sicché si è appassionato e è morto”, “dalla passione ci è morto”.
Quando Alfredo nasce la famiglia coltiva la terra e alleva animali, maiali, oche, conigli e galline. “Ogni anno si ammazzavano due maiali”, ci racconta, “e si tirava con quello lì che non c’era niente altro”. Non c’era nessun operaio che andava ad aiutarli nei lavori, anche se era usanza, tra i contadini, di scambiarsi l’opera.
Il babbo di Alfredo aveva fatto la guerra, aveva un polmone solo e non poteva lavorare, sicché Alfredo diventa “il capo di casa a quindici anni” e da allora è lui a prendere le decisioni. Sua mamma, invece, muore invece a novanta anni anche se “stava sempre male. Quanti soldi ci ha speso il poro babbo”. Muore “affogata di catarro”. “Campava altri dieci anni se non era quel catarro”.
Il babbo e la mamma di Alfredo sono molto religiosi anche se il padre è socialista e insegnano ai figli a dire la preghiere tutti i giorni. Alla messa ci vanno poco perché la chiesa è lontana e ci vuole un’ora per andarci, però nel mese di novembre il padre recita le litanie in rima.
In campagna si ballava, racconta Alfredo. Suo padre, infatti, una volta che era andato a lavorare fuori, aveva comperato un organetto da due bassi che suonava sempre. Si ballava nelle case e quando Alfredo è un giovanetto va, per la maggior parte, nella provincia di Perugia. “Si partiva con l’acetilene, quattro, cinque, sei persone e si ritornava a casa che era quasi giorno”.
Alfredo va a scuola di sera, in campagna, fino alla quinta elementare.
“Era difficile spostarsi in paese”, ci racconta, “perché non c’era il tempo di andare in paese”. A volte si andava a Pianello che distava da Casale cinque chilometri, perché durante l’anno c’erano sei fiere. Maggio, giugno, luglio, agosto, settembre e ottobre. “Quando c’era la fiera la gente era così” “partivano anche il giorno avanti”, anche dalla provincia di Perugia.
I soldi però non c’erano. Per pagare il calzolaio o il sarto bisognava vendere un quintale di grano in più. Un paio di scarpe costava cinquanta, sessanta, settanta lire, “ma scarponi proprio buoni però”.
Gli stenti della famiglia spingono Alfredo, all’età di 21 anni, a partire dal suo paese per andare fuori a fare il taglialegna, un lavoro che durerà fino al 1958.
La prima volta Alfredo va a lavorare nella provincia di Ascoli Piceno, per cinque mesi, per una ditta di Amandola, Romanelli si chiamava. “Ho bucinato tre quintali e mezzo di farinella di polenta per mangiare. L’ho bucinata tutta io”. “Adesso a 21 anni non sono capaci nemmeno di cucinare un uovo”. In seguito si sposta a Follonica, Parma e in Abruzzo.
Da Casale Alfredo partiva “con i carretti. C’erano i carretti con la biga”e poi con la macchina. Si dormiva nelle capanne e si mangiava la polenta due volte al giorno. “Due volte al giorno fino al mese di giugno e poi una volta sempre alla sera” perché al giorno si mangiava una minestrina col brodo e c’era il formaggio. Nei boschi ogni tanto capitava qualche incidente. Alfredo ricorda quando facevano la carbonara. Si facevano carbonare anche con duecento quintali di carbone e per ogni quintale di carbone ci volevano cinque quintali di legna. “Io stavo a fare la carbonara, quell’altro mi buttava giù la legna. È partito un bastone così, pam qua. Sono cascato per terra. Sono cascato giù. E lì per lì… mi aveva preso proprio dalla parte del cuore”.
Alfredo guadagnava abbastanza bene a fare il taglialegna. Ricorda di aver portato a casa duemila e cento lire, che “erano tanti” soldi. “C’erano le cartine da una lira. I mazzetti alti così”. I soldi si usavano per casa. Per racconciare i pantaloni. Per pagare i debiti che i genitori facevano.
Del fascismo Alfredo ricorda il “sabato fascista” e che c’era uno convinto “che ci faceva rigare dritti. Noi vestiti da militare e questo op, op”. racconta anche che i fascisti “a Pianello erano cattivi. Si, si, cattivi. Andavano giù per questi contadini a buttare via il vino. Gli rompevano le botti. Facevano i danni. Erano cattivi un bel po’. Ad alcuni poi li briscolavano e loro andavano a casa svelti e zitti. Non c’era niente da fare”. Il fratello del poro babbo “era andato via con la testa”, durante il fascismo, per paura, commenta Alfredo e poi ci dice che il partigiano più noto della zona era Samuele Panichi. “Si nascondeva sempre perché lo cercavano sempre i Carabinieri” e a volte andava ad aiutare Alfredo nel bosco. “Dopo alla fine lo hanno preso. C’era stata la spia. Era da un contadino. Dormiva, l’hanno preso e l’hanno portato via”.
La famiglia di Alfredo non si è mai interessa di politica e sembra che per Alfredo Mussolini non sia mai esistito “Io non mi ricordo manco”.. “Noi non ci impicciavamo di niente e allora stavamo più tranquilli”.
Alfredo si sposa a 24 anni, il 15 aprile del 1939. “Sono stato costretto perché la mamma stava male, da fare c’era, i soldi non c’erano e allora sono stato costretto. Ne ho sposata una che aveva quattro anni più di me”. Alfredo la conosceva da tanti anni. “Ci ho pagato anche la parentela” perché era una parente alla lontana e era legge dello Stato che in casi come questi si dovesse pagare venticinque lire. Il fidanzamento dura cinque anni, periodo durante il quale Alfredo lavora sempre fuori e torna di rado. La famiglia è contenta di lei perché “era brava per lavorare”.
Dopo il matrimonio Alfredo continua a fare il taglialegna fuori Cagli “La moglie stava su a casa e faceva le faccende che dovevo fare io. Apposta mi è toccato sposarmi presto. C’avevo le bestie, si piantava il grano, si piantavano le patate per mangiare”.
Alfredo e sua moglie hanno quattro figli. Maria nasce nel ’41, Brunella nel ’44 e Giancarlo nel ’46. Maria ha fatto l’infermiera a Roma , si è innamorata di un dottore, si è sposata e ora è vedova, ha due figlie e vive ai Parioli. Brunella, ha fatto l’operaia in un maglificio e ora la commessa da Marchetti (che vende le stoffe). Giancarlo fa il professore.
Alfredo non ha fatto il permanente e era in servizio sedentario quando l’hanno richiamato per la guerra. Si ricorda quel giorno. “Io ero giù nel bosco. Tutta e una volta mi arriva uno. La cartolina”. Allora “sono andato giù. Allora io zoppavo, mica mi doleva ma zoppavo perché volevo ritornare a casa che ci avevo troppi lavori da fare”. Tutto il giorno a zoppare. “Mi hanno mandato a Chieti” in ospedale. Dopo la visita, “idoneo al corpo”, solo dodici giorni di riposo. Poi “mi hanno mandato a Bari”. “In treno non ho fatto altro che scorticare la gamba”. “Otto mesi a casa di convalescenza”, a casa a lavorare mentre la moglie prendeva cinque lire al mese come sussidio. Otto giorni prima dei mesi “attacco a riscorticare la gamba. Vado in Ancona. Altri otto mesi”. Con lo stesso lavoro, altri sei mesi. “Finiti sei mesi, dopo aver riscorticato questo se ne è accorto”. “Dice: “ti mando in prima linea”. Alla fine altri tre mesi. Poi”, dice Alfredo, “non l’ho riscorticata più perché mi sono impaurito”. “Sono quindi andato a Teramo per tre, quattro mesi, poi è finita la guerra”.
Nei ricordi della guerra di Alfredo non c’è spazio per l’8 settembre né per episodi successi a Cagli. Solo del campo di tedeschi di Casale ci racconta. “Ma erano bravi quelli”. “con il mitra sopra i ginocchi tenevano” ma si sono comportati bene. “Però appena che sono partiti lì da noi… sono partiti e hanno detto, noi fare caput. E difatti sulla sera, da quella parte che sono partiti c’era una sparatoria”. L’arrivo degli americani è invece ancora vivido. “Quando sono arrivati gli americani c’era la gente di cinquantamila razze. Più bassi, più alti, neri, tutti sporchi”. “Ma se lei vedeva che lavoro!”
In guerra muore il fratello più piccolo di Alfredo. Nel ’43 “si è fermata la posta” con lui, racconta. Era in Yugoslavia e dopo l’8 settembre non si è sentito di fare il disertore e scappare come gli altri. “Mio fratello era pauroso e con la paura…non ha voluto fare il disertore”. Il padre di Alfredo l’ha pianto per tutta la vita e “ci ha fatto piangere anche noi”. “Ancora mi viene da piangere perché lui ci ha fatto soffrire e basta. Lui sempre, sempre quello lì davanti. Dopo beveva quel goccetto e piangeva sempre. Sempre alla sera con questo qui”. “La mamma cercava di consolarlo ma per lui non c’era niente da fare”. “Gli voleva bene un gran bel po’, proprio ci aveva una passione”.
La campagna, finita la guerra, “era come prima”. “Non c’era più la paura se no come situazione era come prima”. Molti però emigrano, soprattutto in Svizzera, anche se la sorella di Alfredo, la zia Tonina, va in Lussemburgo.
Nel 1948 Alfredo lascia la campagna e compra una casa a Cagli. Il padre è d’accordo. 550 mila lire la paga la casa nonostante l’anno prima, racconta Alfredo, avesse guadagnato 90 mila lire di meno.
Nel 1958 apre un negozio di frutta e lo tiene per 36 anni. Sono stati i figli a farlo smettere “se no io ci stavo ancora”. Alfredo racconta di aver comperato il negozio perché “mi ero stufato di sbudellarmi per andare a lavorare”. “Ho sentito dire che il negozio lo vendevano”. “L’ho pagato 1100 lire”. Per un paio di anni lavora insieme alla sorella, poi continua da solo. La frutta la veniva a portare Iacucci di Fano. La prima fermata era alle Pole e Alfredo ci andava con l’Ape per averla prima. Dopo aver preso la frutta, l’andava a scaricare, poi “prendi una macchina di caffè appena, che non c’era manco il tempo di mangiare e vai su a aprire perché arrivava la gente e toccava stare lì”. “I conti toccava farli con la penna”. La moglie non l’ha aiutato molto “perché non era buona”. “Io una volta sono andato a lavorare fuori, l’ho lasciata lì. Mi aveva rimesso dieci, dodici mila lire”. “Era buona forte, diceva mangiate, pigliate, volete, mangiate mangiate”. Qualcuno rubava, ci sono stati casi di furto nel negozio di Alfredo. Una volta un Carabiniere l’ha fatto. “Ci ha rubato quattro o cinque chili di arance tutta in una volta”. “Io e la moglie non siamo stati buoni a dire niente”. Alcuni non hanno pagato perché era abitudine segnare. Una maestra, racconta Alfredo, aveva segnato fino a centomila lire senza mai pagare. “Mica me l’ha date”. “Un giorno gli ho detto davanti al negozio, guardi che io la svergogno in mezzo alla gente”. “Il quaderno da centomila lire m’è toccato buttarlo via”. “Un’altra cinque-seicento mila lire è arrivata a segnare. Una mamma con la figlia”. “Aveva fatto anche il blocchetto degli assegni ma i soldi nella banca non ce li aveva”.
Alfredo non si è mai interessato di politica e ha votato la sinistra solo per tradizione familiare. Inoltre, è stato sempre religioso anche se alla messa non ci va. La gente, secondo lui, va in chiesa solo per farsi vedere. “Quando c’è la festa grossa non ci vanno per la religione, vanno per far vedere il vestito”. Tutte le sere Alfredo dice un padre nostro alla moglie, morta nel 2000, dopo sessant’anni di matrimonio.
Alfredo ha fatto una vita sana, racconta. Senza droga, senza alcool, senza caffè. “Io quando ero con gli amici, ero disperato. Quando andavano a bere io ero tutto disperato perché non mi andava”. Alfredo ha sempre amato cucinare, soprattutto la polenta. Lo chiamavano anche in campagna a farla. Quando la moglie era malata, lui cucinava per lei.
Alfredo non ha mai amato viaggiare, né andare al mare. “L’acqua del mare sopra la vita mia non ci ha toccato”. “Non mi piace niente”, dice, “io sono forte solo per lavorare”. “Io il mondo l’ho girato parecchio ma tutto per lavoro e basta”. A Roma a trovare la figlia Alfredo ci è andato una volta sola. “Perché non mi dà piacere a girare”, “mi dà piacere a stare qua”.
La prima televisione l’ha comprata la figlia Brunella ma Alfredo non se lo ricorda. Lui, infatti, non ha mai amato guardarla e nemmeno sua moglie; anche oggi non gli “piace niente”, tranne il telegiornale.
“Cagli oggi è cambiata”, dice Alfredo, “perché sono venuti tanti da fuori. La periferia del paese si è allargata”. Ogni pomeriggio Alfredo va a giocare a carte, a briscola, con gli amici e le amiche.
Però si stava bene in campagna. Quella volta c’erano duecento persone, oggi “ne sono rimaste due”. “Adesso c’è la strada asfaltata, c’è l’acqua dentro a casa, quella volta non c’era né acqua, né strade né niente”.
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Dati intervista |
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Cognome Nome |
Calagreti Alfredo |
Mestiere svolto |
Taglialegna,
commerciante |
Data di nascita |
14 luglio 1915 |
Data intervista |
01/06/2007 |
Luogo di nascita |
Cagli (PU) |
Durata intervista |
120 min |
Temi principali |
Famiglia, Guerra, Lavoro, Emigrazione, Politica,
Riti e costumi
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