CI SI PENSAVA SEMPRE
Campolucci Pierina nasce a Sant’Andrea di Suasa, frazione di Mondavio, il 29 giugno 1915. “Eravamo mezzadri”, racconta, “e il fondo era così grande, 30 ettari, che ci voleva un cavallo per girarlo tutto”. Anche la casa era molto grande, c’erano sette camere da letto e ci abitavano in 23. I nonni paterni con i tre figli e le rispettive famiglie; il fratello del nonno con la moglie e il figlio. Pierina è la secondogenita di tre figli e l’unica femmina. Il padrone si chiamava Ronci. Era buono e si fidava, tanto che “quando si vendemmiava non ci veniva neanche a pesarla” l’uva. “Fai da per te, diceva”. Anche il fattore non era male all’inizio; “dopo negli ultimi anni il fattore è cambiato, allora era un po’ più differente” perché “lui osservava un po’ di più”, per esempio “andava a contare il granturco, quelle robe là”.
“Io avevo tre anni quando è morta mia madre”, racconta Pierina. “Mio padre, dopo un anno o due si è risposato”, aggiunge. “Dopo si è sfasciato ogni cosa”. “Era una montagnola veramente” la matrigna, “non voleva bene neanche ai figli suoi”, “ma tanto gli rispondevo, non la lasciavo perdere”.
Pierina va a scuola a piedi, due chilometri a andare e due a tornare, fino alla terza elementare. Il resto del tempo, lei aiuta la famiglia nel fondo. “Io il mestiere, quando ero piccola c’erano i maiali, le pecore da guardare”.
Nel 1931 il babbo di Pierina si divide dai suoi fratelli perché i nonni erano morti e “quando non ci sono più i genitori finisce” tutto, lascia il fondo di Sant’Andrea e si trasferisce con la famiglia in un podere a San Michele al Fiume. All’inizio continua a fare il mezzadro, poi il fondo “l’ha preso in affitto mio padre, per quattro, cinque anni. No, c’è stato sette anni mi sa. Dopo io mi sono sposata e loro, dopo di un anno o due, sono venuti a Marotta”.
Del periodo del fascismo, Pierina non racconta molto, anche perché non si parlava di politica nella sua famiglia. Ricorda solo che durante la raccolta delle fedi “non ha dato niente nessuno” e si lascia andare a commenti su Mussolini. “Magari ci fosse stato adesso il Duce perché lui era un po’ troppo per la guerra ma se no aiutava i poretti, altroché”. “Comprava il grano dai contadini, lo pagava più caro e glielo ridava ai poretti a buon mercato. Tutte quelle case che ha fatto dietro al mare, tante cose ha fatto”. Peccato che “si è messo coi tedeschi” e ha fatto la guerra, perché “la guerra è sempre brutta”.
Durante la guerra Pierina è sfollata a casa del cognato. “Perché tutte le case le avevano colpite meno quella dove stavo io”, ma avevo paura che lo facessero. “Dormivamo tutti dentro” “una stanza giù basso”, “gli uomini si dovevano nascondere perché li portavano tutti a lavorare e c’era solo zio” .”E dopo sono arrivati i tedeschi e hanno cominciato a fare le buche davanti a casa,”, “ho detto io prendo, vado giù a casa mia, o che muoio o che campo”. “Quando vado giù avevano fatto un rifugio” gli uomini. “Il posto vuoto che c’era rimasto era il gabinetto”, “perché erano arrivati tutti prima”, allora “io ho preso, con le figlie sono andata giù” a casa mia. “E allora quando sparavano dalla parte di qua, noi altri andavamo - siccome eravamo due famiglie - andavamo dall’altra parte, e quando sparavano dall’altra parte andavamo di sotto, dalla parte mia. Dalla parte mia c’era un sottoscala e dopo ci nascondevamo là sotto”. “A noi altri non ci hanno dato e non ci hanno levato”.
“I tedeschi non ci hanno detto niente”. “Per noi non è andato male”, ma “hanno ammazzato a mio fratello”. “Lui stava quaggiù a Molino Vecchio”. “L’hanno ucciso. Sono arrivati questi tedeschi. Mio fratello già era a letto, era di notte”. “Ha sentito che i tedeschi stavano alzando la voce con mio padre”, “lui si è alzato dal letto, da in cima alle scale dice che è successo” e “questi pam”. “Ha sparato a lui e mio padre. Mio padre ha campato, lui no”. Mio fratello “era sposato e aveva una figlia di otto mesi”, mio padre “è stato tanto in ospedale”. “Non lo so cosa volevano” i tedeschi” quella notte, “perché babbo non mi ha raccontato niente”. “Ho passato dei mesi proprio neri” durante la guerra. “C’era la miseria e la fame. Fortuna che una donna mi ha aiutato dandomi venti chili di grano”; per fortuna “dopo si è sfasciato il silos, si diceva, potevi prendere quello che volevi. Dopo ci ho avuto il grano per due anni”.
L’8 settembre “mio marito era a Fano e allora lui ha preso, è scappato e è venuto a casa”. “Chi non è riuscito a scappare li hanno presi i tedeschi”. “Solo che ne sono morti quattro o cinque proprio gli ultimi tempi della guerra, porini, d’intorno a noi altri. E in più parecchi che erano figli unici. Uno era al Passo di Sant’Andrea, un altro era lì …, un altro era proprio a San Michele, un altro era più giù di San Michele”.
Pierina si era infatti sposata nel 1935. Il marito “era di San Michele anche lui” e il fidanzamento dura un anno. Prima di sposarsi, il lavoro del marito è saltuario; dopo il matrimonio viene assunto nella fornace seppure non per tutto l’anno. Loro hanno quattro figlie, tutte femmine. La prima nasce nel 1936, la seconda nel ’39, la terza nel ’43 e l’ultima nel ’46. Ho fatto il capo famiglia, racconta Pierina e ho cresciuto le figlie quasi sempre sola - “ma io ero cattiva un bel po’”, aggiunge – “perché nel 1955 mio marito ha deciso di emigrare ed è stato sempre via”. Per nove anni è stato in Belgio a fare il minatore. “È partito per dare retta agli amici se no lavorava alla fornace. Dopo tre anni l’ho rivisto”. “Non è venuto mai perché dopo, ha detto, gli rincresceva di partire”. “È tornato perché la figlia doveva sposare”. Io “consolavo” le figlie “con la miseria”. Difatti “è stato sette, otto mesi, che non ha mandato niente” e io ho dovuto fare “settantamila lire di debiti nella bottega vicino a casa” per tirare avanti la famiglia. La tragedia di Marcinelle, nel 1956, Pierina se la ricorda bene. “C’era una figlia che era lì da uno zio. C’aveva la televisione. È venuta oltre, oh mamma che è successo, mamma cosa è successo”. Dopo è arrivato un amico e ha detto, “no Pierina, non pensare a niente. Sapessi lui quanto è lontano da Marcinelle”. “Una volta è capitato qualcosa anche a lui sotto, ma mica mi ha fatto sapere niente”. Dopo il Belgio il marito di Pierina si trasferisce in Svizzera. “Sempre per dare retta agli amici se no era tornato”. In Svizzera ha fatto un po’ di tutto, ha lavorato anche al traforo sul Canton Grigione. “Guadagnava un pochino di più, dopo ha fatto anche altri lavori ma non mi ricordo niente”. Dopo è tornato, è stato a casa un paio di anni, lavorava in campagna con i pomodori, ma “ha visto che il lavoro che doveva fare qua non glielo faceva a farlo” e allora dopo “ha telefonato a mio genero” e è ripartito per la Svizzera. “Io mi sarei trasferita ma non l’ho fatto”. “L’ha preferito lui”, racconta Pierina. “La decisione la doveva prendere lui perché per trovare la casa era difficile. Io per me ci sarei andata”. “Era lui che doveva decidere, no io”. “L’ho raggiunto in Svizzera quando le figlie erano grandi e ci sono stata due anni”. Si stava bene “però gli svizzeri agli italiani non li potevano vedere”, oltretutto “non mi piaceva perché non potevi parlare”. “Sono dovuta tornare in Italia per via dei contributi della pensione”. “Sono tornata e sono stata qua”. “Quando mio marito è tornato ci è rimasto poco qua. Nel 1975 è morto”.
Le figlie di Pierina vanno a scuola fino alla quinta elementare. La maggiore delle quattro va a imparare a fare il mestiere di sarta e a 21 anni si sposa. Le altre cominciano a fare le magliaie, due si sposano e emigrano con in mariti in Svizzera e vanno a lavorare in fabbrica, un’altra raggiunge il babbo in Belgio. “Loro sono andate via in Svizzera con i mariti” e adesso “sono tornate tutte a Marotta”.
Pierina ha vissuto a San Michele al Fiume fino al 1964, anno in cui si è trasferita a Marotta, vicino al mare. “A Marotta sono stata bene, commenta Pierina. Quando mi sono trasferita conoscevo già qualche famiglia e sono andata a lavorare da Manna, un contadino. Ho lavorato sempre in campagna perché mi è sempre piaciuto. Solo appena tornata dalla Svizzera, sono andata un’estate dalle suore”. “Capirai 400 bambini”. “Era più faticoso lì che in campagna”. “Dopo un anno sono andata lì da Morello a lavorare”, “quello che ci aveva il magazzino dei cavoli, dei pomodori”. “Però ho dovuto smettere di lavorare coi cavoli per via dell’artrosi”.
Pierina non ricorda i tempi delle lotte mezzadrili e neppure gli scontri politici del dopoguerra. Suo marito, però era comunista mentre lei, dice, “non sapevo neanche cosa fare”. Comunque sia la sua famiglia è stata sempre religiosa e le figlie hanno frequentato da piccole l’Azione Cattolica.
I viaggi, Pierina da giovane non li ha mai fatti. Solo da grande, con la parrocchia, è stata a Lourdes, in Spagna e in tanti posti in Italia.
Sono cinque anni che Pierina vive nel ricovero di Mondolfo.
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Dati intervista |
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Cognome Nome |
Campolucci Pierina |
Mestiere svolto |
Contadina |
Data di nascita |
25 giugno 1915 |
Data intervista |
08/06/2007 |
Luogo di nascita |
Sant'Andrea - Mondavio
(PU) |
Durata intervista |
60 min |
Temi principali |
Lavoro, Matrimonio, Famiglia, Politica, Emigrazione, Guerra
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