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02 / MEMORIA OVER 90
 
LA MINIERA DI SALE
Caprini Dante nasce il 10 febbraio 1914 a Monte Porzio. È il penultimo di cinque figli, quattro maschi e una femmina. Il babbo ha fatto la prima guerra mondiale e Dante lo ricorda ripetere “la guerra è brutta”. La sua famiglia lavora con un contratto di mezzadria, in un podere di cinque ettari.
La casa era brutta e buia, ricorda Dante, e l’hanno rifatta nel 1940; non c’era l’acqua e bisognava andarla a prendere alla fonte con le “caldarelle” e l’orcio; il gabinetto era fuori, dietro la stalla delle bestie.
Dante va a scuola fino alla quarta elementare ma a sei anni inizia anche a lavorare in campagna. Il suo compito è quello di raccogliere la ghianda per i maiali.
I rapporti con i padroni sono andati sempre male, racconta. “Non ti potevano vedere, perché ti tenevano sotto i piedi come i soldati o peggio”. In più bisognava portare loro come regalie i capponi più belli. Anche i fattori “erano lazzaroni, delinquenti” e il nostro, ricorda Dante, ci trattava come schiavi e “anche se era giusto, aveva ragione lui”. Si divideva tutto a metà ma ogni tanto qualcosa “gliela facevi a rubare”, soprattutto qualche cassa d’uva da nascondere sotto il letto. Alla fine dell’anno si facevano i conti e “guadagnavi qualcosa, non un bel po’”. I soldi che avanzavano, ricorda Dante, si usavano per mangiare. “Si mangiava da contadino”, “quella volta usava le zucche fritte, le aringhe” e “all’inverno molti fagioli e ceci perché si piantavano con il granturco”. “Le pigne usavano per cuocere i fagioli perché tu facevi il fuoco sempre sul camino”. Il resto dei soldi guadagnati, “dopo si spendevano, chi aveva bisogno dei pantaloni, di quello e quell’altro”, quindi “mettevi da parte poco”. Se avevi bisogno di un paio di scarpe, spiega Dante e “se le volevi fare da contadino”, andavi a prendere il calzolaio e “ lo portavi a casa nella stalla” perché è li che lavorava d’inverno. “Noi indossavamo gli zoccoli di legno ma anche le scarpe un po’ alte”, “perché allora faceva un metro e mezzo di neve, non è come adesso” .
D’inverno si viveva nella stalla perché le bestie riscaldavano. La mia famiglia, racconta Dante, era molto religiosa, “mio padre stava sempre con la corona del rosario in mano e alla sera ce lo faceva dire a tutti, soprattutto d’inverno”. Si era anche superstiziosi quella volta, tanto che “una donna di qui”, che era invidiosa, ha fatto il malocchio a “mio fratello” che era del 1908 e“era un mediatore mondiale di bestiame, di tutto”. “Non dormiva mai” lui, così sono andati a chiamare una donna di Corinaldo che gli ha guastato la fattura. “Gli ha dato da fare”. “Ha durato un paio d’anni”. “Gli ha dato molti quattrini”. “Piano piano ha ripreso”. “Anche alle bestie facevano il malocchio, ma per fortuna mai alle nostre”. Nel 1927, ricorda Dante, il crocifisso di Monteporzio ha fatto un miracolo a uno di San Giorgio. “Ha buttato via il bastone e è andato fuori senza bastone”.
Di sera si facevano le veglie, ricorda Dante, e mentre gli uomini giocavano a carte, le donne filavano e rammendavano. C’era unione nella comunità e i contadini si radunavano una volta da uno, una volta dall’altro, oppure andavano al Circolo a giocare alle carte. A Carnevale si “faceva qualche festarina in campagna”. Si portava “la canestra dei biscotti, da bere”, “si stava un po’ allegri” e si ballava al suono dell’organetto. A Dante è sempre piaciuto ballare, soprattutto il valzer e ogni tanto cantava. Ogni ragazza veniva accompagnata. “La mamma stava a sedere e lei ballava”. Non ti potevi appartare, però, perché la mamma stava sempre in mezzo “e non c’era pericolo fino a che non eri sposato”.
Dante andava alle fiere a portare il bestiame anche se facevano tutto il fattore e il mediatore. “Perché c’erano le fiere internazionali a Mondolfo, a Pergola, e Corinaldo”. A Pergola c’era la fiera dei morti che era importante dove venivano tutti i montagnoli. A Monteporzio, invece, le fiere delle bestie erano lungo il viale mentre quelle dell’abbigliamento sulla piazza. “A ottobre cinque ce n’erano”. “A Corinaldo c’era tutti i lunedì”. “A Pergola il sabato”.
Da ragazzo, Dante aveva la passione della motocicletta e usava quella del fratello mediatore che guadagnava molto e girava tutto il “mondo”, anche “se molti non pagavano”. Con la motocicletta, racconta Dante, “andavo in giro, montavo su due o tre donne, oppure andavo a Fano perché “c’era i casino una volta”. “Ci andavo, c’avevo diciotto anni”. “Era dietro il porto di Fano”, “ci andavo “una volta al mese” e “non era caro un bel po’”, adesso “non mi ricordo se quella volta costava cinque lire”. “Loro ti ricevevano. C’erano sette, otto donne, venivano giù, ti portavano nella camera e via”. “Ti rifiutavano anche”.
“Poi a venti anni sono stato un anno e mezzo con una ragazza di Montemaggiore”. “Gli ho detto di fidanzarsi per tirarla con me” ma era una scusa, racconta Dante. “Difatti suo padre mi ha detto “voi altri arrivate con le motociclette, poi dopo di un po’ fate quel che vi pare””.
Il soldato, racconta Dante, “l’ho fatto dieci anni, mica un giorno”. “Sono partito che avevo 21 anni e sono ritornato” dopo dieci anni. “Nel 1935 ho fatto il militare a Cesena e in Romagna mi è capitato molte volte di sentire i discorsi di Mussolini”. Mussolini “parlava molto bene”. “Lui era nel balcone e noi, il battaglione, sotto”. “Io Mussolini lo gradivo, non era un uomo male”. “Mussolini teneva il popolo con dittatura ma non andava a dare fastidio alla gente”. “Voleva tenere un popolo molto forte, molto orgoglioso. Diceva, faremo tutto per l’Italia che staremo tutti bene. Tante cose portava avanti Mussolini”, “Gli è costata una mucchia” l’Africa perché ha fatto tutte le strade. “Io non credevo come siamo andati a finire”. “Credevo che tenesse il popolo italiano così, Mussolini, senza fare le guerre”, però alla fine “voleva prendere il mondo ma il mondo non l’ha potuto pigliare”. Ha sbagliato ad allearsi con Hitler. “Era un disgraziato”. “L’ha rimbambito questo tedesco a Mussolini”. Però per i contadini “Mussolini non ha fatto niente perché era sotto i padroni la terra e in più “c’era il fattore”. “Qui c’era un ebreo, ci aveva 200 ettari di terreno”. Si chiamava Terni. “Passava lì per andare dai contadini, cadeva l’acqua dal cielo quando parlava”. “La figliola non capisce niente, è del ’19. L’ha messa in banca ma non è arrivata a capire come il padre”.
Se Mussolini non era cattivo, i fascisti di Monteporzio però, racconta Dante, si comportavano male. “Richiamavano chi non ci aveva colpa e menavano”. In più “si ubriacavano”. “Veniva oltre un sergente maggiore di Corinaldo”, si univa agli altri e “andavano a menare per niente”. “Erano quattro o cinque. Bevevano un po’ troppo”.
In casa non si parlava di politica durante il fascismo, ricorda Dante, perché mio padre “ci aveva molto da lavorare e non ci aveva lo studio”. Oltretutto, “teneva forte per far mangiare i figliuoli e per la casa”.
Durante la guerra Dante viene richiamato a Pola, “con le tende, dodici soldati, il caporal maggiore, il sergente e il capitano”.
Nel 1943 Dante ottiene un mese di licenza matrimoniale e si sposa con Rosa, una ragazza di Castelvecchio, dopo due anni di fidanzamento. Lei aveva un altro pretendente, racconta Dante, e un giorno che stavo andando da lei, questi ragazzo mi ferma e mi dice, “alt. Non si va più a fare l’amore perché ci vado io”. “Vieni con me”, gli rispondo, “andiamo a parlare con lei e vediamo chi ha ragione”. Siamo andati e alla fine Rosa “l’ha mandato via come un cane”.
Dopo il matrimonio, ricorda Dante, “abbiamo fatto un rinfresco, poi siamo andati in viaggio di nozze a Roma per una settimana a casa di mio fratello e tre giorni a Venezia. Ce lo siamo potuti permettere il viaggio, commenta perché c’era il 70% di ribasso per gli sposalizi”, “tra l’altro il bigliettaio si è sbagliato e abbiamo pagato anche meno”.
Passato il mese, Dante ritorna a Pola dove rimane fino all’’8 settembre, giorno in cui prova a ritornare in Italia ma viene fatto prigioniero dai tedeschi. C’era il traghetto che da Pola arrivava fino ad Ancona, ricorda, e “io volevo prenderlo. Allora venivano giù gli alpini dai monti con i camion. Sono salito su, mi hanno fatto scendere. Ho provato nella stazione, niente. Alla fine sono rientrato in caserma e dopo tutti i fucili lì piantati addosso, mi hanno fatto prigioniero”. “Ci hanno portato via tutte le valigie, questi lazzaroni” di borghesi. “che non c’era più nessuno, c’erano rimasti solo i tedeschi di guardia”. “Mi hanno portato in Germania in treno, un viaggio infernale, quattro giorni e quattro notti in un vagone a cacare lì e pisciare lì”. ricorda Dante. La prigionia dura due anni. Di quel periodo, Dante ricorda che scambiava le scarpe con i francesi per avere un pezzo di pane, che ha girato tre campi diversi e che nella miniera di sale “è stato brutto. Mi hanno assassinato”. “Eravamo dieci russi e dieci italiani e vivevamo, nelle baracche, con le cimici ma non i pidocchi, perché prendevamo delle medicine. Non ce la facevo a lavorare nella miniera perché era troppo faticoso, così dopo sono andato da un padrone che portava via la porcellana e la caricava sulla barca. Qui sono stato bene, c’era da mangiare a volontà, e se all’inizio ero debilitato, dopo piano piano mi sono rinforzato e questo tedesco mi ha preso a ben volere. Riuscivo a scrivere delle cartoline a casa e la mia famiglia mi ha mandato anche due o tre pacchi pieni di salame”.
Finita la guerra, Dante ritorna in Italia. Per fortuna il viaggio di ritorno non è come quello dell’andata e il treno arriva fino a Marotta. “Poi sono venuto giù a piedi alla dieci della sera”. “Ho incontrato un amico”, racconta Dante, “che faceva il carbonaro e c’aveva il cavallo. Mi ha dato un passaggio. Appena mi hanno visto, mi hanno fatto una gran festa”. “Quel giorno”, ricorda Dante, “ho potuto conoscere mio figlio che era nato mentre stavo in Germania e che mio padre aveva battezzato con il nome di Germano”.
Nel dopoguerra Dante riprende a fare il mezzadro e continua ad avere gli stessi problemi con il fattore, che è il figlio di quello paterno. “Io e mia moglie abbiamo lavorato come le bestie”. Rosa ha fatto la lattaia. “Mia moglie ha lavorato. A portare il latte tutte le mattine e le sere ai clienti”.
“Nei campi si lavorava con le falciatrici, con le bestie e l’aratro”, racconta Dante. “Mietevi con la falce nel mese di luglio, poi lo portavi a casa per la battitura il grano”. “Era molto lavoro”. Quando si faceva il lavoro dei campi venivano ragazzi e ragazze di Pergola e dei monti. Si “fermavano sette, otto giorni” e “io li pagavo per conto mio”, “il padrone non ti dava niente”. Quando si finiva la trebbiatura, c’era la festa nell’aia, davanti casa. “Si mangiava pastasciutta, coniglio arrosto”.
I sindacati “se ci avevi la tessera ti dava una mano”, sottolinea Dante, ma io “ho dato sempre il voto ai comunisti” ma non sono mai stato iscritto.
Dante ha sciolto il contratto di mezzadria nel 1978, è venuto via dal podere, ha comprato un lotto di terra e ha smesso di fare il contadino. Con il suo lavoro è riuscito, però a comprare due case.
Dante ha avuto tre figli. Germano, nato nel 44, un altro maschio, nato nel 1946 e Mariella, nata nel ’56. I miei figli, afferma Dante, “non hanno toccato un piede nel terreno” perché io non ho voluto.
Germano ha studiato nel seminario di Senigallia “perché non c’erano i quattrini”. Ha studiato cinque anni, poi “era andato all’Università” quando ha deciso di farsi frate. “Io sono rimasto male, male, male”. “Era intelligente. Lui entrava nella Banca”. Ora, però, è priore al Monastero di Camaldoli. Il secondo figlio, invece, è stato sfortunato. Faceva il tornitore in Svizzera ma ha avuto problemi psichici e “ora prende una piccola pensione, sta con noi. Non ha preso moglie”. Mariella, invece ha studiato e oggi lavora in Provincia.
I rapporti con la comunità sono cambiati, ricorda Dante. Prima ci si aiutava, adesso a Monteporzio sono un po’ invidiosi. “Sono invidiosi che tu fai il capitale”. Allora adesso bisogna tenerli un po’ distanti. Mi hanno fatto buttare giù un capanno.

 

Dati intervista
   
<ELENCO NOMI
< ELENCO LUOGHI
Cognome Nome
Caprini Dante
Mestiere svolto
Contadino
Data di nascita
10/02/1914
Data intervista
13 luglio 2007
Luogo di nascita
Monte Porzio (PU)
Durata intervista
120 min ca.
Temi principali
Lavoro, Matrimonio, Famiglia, Politica, Riti e Costumi
Guerra

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