ERAVAMO POSSIDENTI
Ceccarini Letizia nasce a Santa Maria in Sasseto, frazione di Casteldelci il 27 marzo 1914. In famiglia “eravamo dieci figli”, cinque maschi e cinque femmine, più “il babbo e la mamma”. “La mamma si chiamava Maria e il babbo Giuseppe, si volevano un sacco bene e non li abbiamo visti una volta arrabbiati”, “come avranno fatto?”, ricorda Letizia. “Io andavo d’accordo con tutti, anche se ero più legata al babbo perché ero la cocca”. I nonni, “uno solo ne ho conosciuto”.
“Eravamo possidenti”, eravamo “i migliori del comune” e “avevamo le nostre sostanze”. Il podere era infatti di 80 ettari, “avevamo 60 pecore e 22 vacche e dopo noi, con il nostro lavoro, il formaggio, le vacche e tutto, abbiamo comprato un podere a Pennabilli”. La famiglia aveva anche un’altra casa vicino a una zona chiamata le Balze. “Nell’estate facevano venire quelli che avevano seicento pecore dalla Maremma, e così “da maggio a ottobre affittavano” perché “era terra da pascolo, non si coltivava”.
“Io ho fatto la terza e basta”, o meglio, “neanche la terza” perché “la maestra stava a casa nostra” e la mamma le diceva “va là maestra, me la faccia passare questa figlia”. Le faceva, infatti, regali, le dava il formaggio, ma “sarò andata a scuola un mese”. “Io ho imparato a scrivere poco ma a leggere un pochino”. “Invece ai maschi li ha mandati tutti. Gli ha fatto fare a tutti la quinta”.
“Io ero la più grande, aiutavo la mamma a fare le faccende di casa. Invece gli altri fratelli e sorelle lavoravano in campagna. A mietere, zappare, seminare”, lavori “che a me non mi piacevano”. “Non mi piaceva lavorare in campagna, allora ho preferito restare con la mamma in casa”. “Allora io mungevo le pecore, facevo il formaggio”, allevavo i maiali, i pulcini e lavoravo in casa “senza acqua e senza luce”. “C’avevamo anche una cavalla che trattavamo come una persona e mi ricordo ancora quanto ho sofferto alla sua morte. In casa, c’erano anche i miei fratelli più piccoli e io li ho allevati, tanto che un fratello e una sorella, da piccoli, mi chiamavano mamma”.
Della vita da bambina, Letizia ricorda che non c’era la luce (lei l’elettricità l’ha avuta nel 1951) e che si viveva con gli zoccoli, sia d’estate sia d’inverno, “fatti diversi”, “nell’estate più leggerini”. Il calzolaio andava a fare le scarpe a domicilio e le scarpe si scambiavano, ossia si mettevano per andare alla Messa e quando “uno ritornava le metteva quell’altro”. Tutte tranne quelle di Letizia “che le mettevo solo io perché quegli altri i piedi ce li avevano più grandi”.
I vestiti, invece, li faceva la sarta. Veniva a casa, si fermava “quindici, venti giorni, anche un mese” e “cuciva da uomo e da donna” utilizzando le stoffe comprate alle fiere. A ottobre, difatti, c’era la fiera di Pennabilli dove si comprava tutta la roba invernale, “le mutande, le camicie, di tutto”. “E dopo, quando era marzo e aprile, si tornava a fare la spesa”. A settembre, poi, ricorda Letizia, c’era la fiera di Sant’Agata dove si comprava la canapa e i pacchi di cotone e “io ero la tessitrice”. “Allora d’inverno filavamo questa canapa” “e poi dopo nel marzo” si tesseva, si imbiancava e si facevano le lenzuola, le tovaglie e i pannolini. Si filava durante le veglie, ricorda Letizia, mentre gli uomini giocavano a carte. “Eravamo tredici famiglie” nella frazione, “eravamo centocinque persone e nelle veglie ci si ritrovava insieme, quasi sempre a casa nostra”. Nella comunità, infatti, eravamo “tutti fratelli e sorelle” e “dove c’era uno c’era quell’altro”, mentre con quelli di Casteldelci non si andava d’accordo, “perché loro erano la signoria”. Ci si andava poco a Casteldelci e solo per comprare la pasta e il vino, perché il resto tutti ce l’avevano a casa.
“Tutte le sere” si diceva il rosario, “dal primo giorno di ottobre all’ultimo giorno di marzo”. “Invece quelle altre sere si dicevano le litanie e basta”. Anche gli uomini partecipavano. “Prima si diceva il rosario poi si mangiava” d’inverno.
A Carnevale “si ballava, diamine perché mio zio suonava il violino, mentre il babbo del mio futuro marito la fisarmonica”. “Era lo zio che ci imparava a ballare” la polca, il valzer e la mazurca. “Facevamo anche delle gare e io ho avuto dei premi” perché ero una delle più brave. Le orchestrine venivano solo “quando c’erano gli sposalizi”, durante i quali si facevano anche le piadine fritte, le ciambelle, “che divertimento”. “A volte”, racconta Letizia, “andavamo a ballare in località Schigno”. “Ci si chiamava alla domenica mattina” e eravamo sempre in trenta, quaranta. “Andavamo anche a Le Balze. Partivamo tutti insieme o ci aspettavamo lungo la strada”.
“A casa nostra, racconta Letizia, c’erano tante persone che venivano a chiedere l’elemosina e ce n’erano due o tre che venivano due o tre volte all’anno e si fermavano quindici giorni”. Mi ricordo che “una sera in casa mia ce n’erano sette e il babbo li mandava a dormire nel letto perché c’era una camera fatta apposta. Però aiutavano nei lavori in campagna”.
“Io ho lavorato tanto nella mia vita”, ricorda Letizia e “mi sono sacrificata al tempo della mietitura perché dovevo cucinare per tanta gente e non avevo da andare a fare i sonnellini”. “Però sono stata fortunata rispetto alle figlie dei contadini mie coetanee che andavano a servizio fuori, soprattutto a Rimini e Ancona”.
Letizia, nel 1931, si fidanza con Bernardo. “Io avevo diciotto anni quando mi sono fidanzata. Lui era del 1909 e aveva cinque anni più di me. Lo conoscevo da tanto tempo perché per andare a prendere l’acqua passavo sotto la sua finestra”, per cui “prima siamo stati amici” “poi ci siamo proprio fidanzati”. “Lui faceva il calzolaio, mi ha detto guarda che non ti faccio morire di fame anche se non ho la terra”. Mi diceva “se mi sposi non è che ti faccio mancare qualche cosa. Anzi, te ne do più che i tuoi”. “Il mio babbo non era contento perché lui era un possidente e le mie sorelle erano tutte sposate con uomini con la terra, con le vacche, con le pecore”. “A me, però la terra non mi piaceva” “non mi piaceva proprio”. “Quando mi sono fidanzata, il mio babbo mi ha sgridato e mi ha anche dato le botte”. “Io mi confidavo con la mamma”. Dicevo, “io piuttosto pago la casa in affitto, basta che non faccio il contadino”. E poi aggiungevo, “mi avete fatto fare una vita disgraziata”, “a lavare i piatti, a spazzare la casa, a guardare i pulcini, a guardare i maiali e mungere le pecore, a fare il formaggio, volete che continui anche dopo sposata?” “Io mi alzavo alla quattro e andavo a letto alle undici. Perché non c’era il frigo e allora le pecore si mungevano la mattina”. “Dal giorno del martedì santo” “fino alla prima domenica di luglio, si mungevano le pecore tre volte al giorno. E si faceva il formaggio alla mattina e alla sera”.
“Sul primo”, confessa Letizia, “neanche mi piaceva tanto Bernardo, ma non ho deciso di stare con lui perché non volevo continuare a fare quella vita. Dicevo, “io piuttosto senza casa” ma basta non sia un contadino”.
Il fidanzamento dura 7 anni e “mio babbo gli avesse parlato una volta”, anche se lui “veniva a fare le scarpe”. “Quando ci siamo decisi di sposarci”, racconta Letizia, “l’ho detto alla mamma. Poi il giorno dopo, di mattina, sono andata da mio padre e gli ho detto, “babbo, io mi sono decisa di sposarmi. O volere o non volere, oramai si vede che il mio destino è quello di sposare un operaio, che l’ho sempre desiderato da appena che ho capito”. Allora io mio babbo ha detto, “per me contento non ero e contento non sono””.
Ci siamo sposati il 28 aprile 1937 ma “non abbiamo fatto niente, perché i miei genitori non mi hanno fatto quel pranzo e quelle feste riservati alle altre mie sorelle e ai fratelli. Però a mio babbo gli sono andata a chiedere perdono e ancora una volta lui mi ha detto: “io te l’ho detto un’altra volta, contento non ero e contento non sono””.
“Dopo il bene che gli ha voluto” è inenarrabile, commenta Letizia, tanto che “i miei fratelli si erano ingelositi tutti”. “Perché dopo io facevo la signora”. Lui lavorava fuori e io stavo a casa “e non facevo niente. Così “ho aiutato il mio babbo più dopo che prima”. “Andavo sempre io a vendere i maiali con lui, anche quando ero incinta”. Bernardo, infatti, “andava in tutte le case a fare le scarpe”. “da un anno all’altro non era mai a casa, andava sempre a lavorare fuori”. “Era stato a Pennabilli” e aveva imparato a fare gli stivali, gli scarponi, “lui sapeva fare tutte queste cose”.
Del periodo del fascismo, Letizia commenta positivamente solo Mussolini, perché a lei piaceva molto e ne aveva stima. “Perché si vedeva che” “le cose andavano dritte per il povero”. Il problema è stato che lui faceva delle leggi a favore dei poveri ma i suoi non lo ascoltavano. Del male, “non era Mussolini che faceva queste cose”, erano i fascisti cattivi. “I suoi, quelli che lavoravano lì dentro che erano cattivi. Se Mussolini, invece, comandava lui e gli altri davano retta a Mussolini, non succedeva nemmeno la guerra”. “Sono stati i fascisti, infatti”, racconta Letizia, “a purgare il babbo perché una volta non aveva fatto il saluto fascista”. Dopo “ci hanno rubato le vacche, ci hanno rubato i maiali, ci hanno rubato tante cose”.
Durante la guerra Letizia e Bernardo hanno due figli piccoli, perché il primogenito nasce nel 1938 e la seconda nel 1942. “La guerra è stata brutta per me”, ricorda infatti Letizia, “con due bambini”. Nei sotterranei, infatti, “non li voleva nessuno” perché piangevano. Così “sono rimasta sempre a casa ma non ci è successo niente”. “Ho detto rimarrò in casa, sarà quel che Dio vuole”.
Bernardo, nel 42, viene richiamato e Letizia torna a vivere con la famiglia. “Mio babbo ha detto torna qua che i letti ci sono. Almeno se moriamo, moriamo tutti insieme”. Mio marito “l’hanno chiamato. È andato in Sicilia nel ’42” e non “ho mai avuto manco una cartolina, mai” fino al 1947. “In Sicilia erano rimasti tutti prigionieri” e alcuni erano morti. “Tutti pensavano che lui fosse morto” “però a me non me l’hanno mai detto”, invece era stato fatto prigioniero e mandato in Inghilterra, da dove non mi ha mai potuto scrivere.
Della guerra, Letizia ricorda i partigiani, che “erano cattivi. Proprio prepotenti. Volevano quello, volevano quell’altro”, venivano a casa e ti rubavano da mangiare. Però, il dolore della strage di Fragheto, lei se lo ricorda bene e sottolinea la loro ingenuità per essersi fidati delle due spie fasciste. “Si sentivano le fucilate, tutto”. Dopo la sera stessa è passato uno che aveva visto tutto e ci ha detto che era stato un gran disastro. “Ce l’ ha detto tutto lui”. “Lui aveva visto tutto, i morti, aveva visto ogni cosa”.
Bernardo torna nel 1947 e Letizia quel giorno se lo ricorda bene. “Era sera e ero uscita”. “Quando sono stata per la strada ho visto venire giù una persona”. “Io ho sentito camminare e non ho continuato. Sono tornata indietro” di corsa. “Sono tornata su in casa e invece era mio marito”. “Lui mi ha visto ma non mi ha detto niente” “perché così all’improvviso aveva paura di farmi stare male”. “Lui è andato a casa degli zii. Poi è arrivata mia zia. A un certo punto ho visto il babbo che piangeva. “Io, quando l’ho visto a piangere” pensavo a una notizia brutta, ho iniziato a piangere ma lui mi ha detto “no, non piangere. È a casa della zia. E allora via di corsa tutta là””. Appena “io l’ho visto lì sono cascata per terra” dall’emozione. Non era cambiato, era “sempre lui”. “Dopo ci siamo raccontati tutto”. In Inghilterra si era ammalato di pleurite. Era arrivato in Italia con un aereo, fino a Ciampino. Lì l’avevano spogliato e messo sul treno con un biglietto fino a Rimini e niente altro. Da Rimini a Casteldelci ci ha messo otto giorni.
Letizia non ricorda il referendum del ’46 ma le elezioni politiche. “La prima volta ero io con altre due persone e ci dicevamo, come votiamo, come non votiamo”. “Siamo andate su al seggio c’erano le spighe del grano. Abbiamo detto, votiamo per il grano che almeno ci danno da mangiare. Ecco qua. Dopo invece abbiamo capito”.
Da allora, afferma Letizia, “io sono stata sempre comunista però ho votato sempre per la democrazia”. “Ringraziando Dio, io non sono mai stata scoperta”. “Ovvero ho finto con tutti di essere comunista perché mio marito era un comunista e è stato sempre convinto che io votavo per i comunisti. Io stavo dalla sua parte quando parlava”. “Io sono stata sempre dalla sua parte” “perché lui era proprio comunista”. I comunisti però “non mi piacevano”, “erano prepotenti” e “una specie dei fascisti”. “Io a lui non gliel’ho mai detto che votavo per i democratici. Non gliel’ho mai detto” “Mio babbo e basta sapeva che io votavo per i democratici” perché lui era un democratico.
“Una volta”, racconta Letizia, “ho avuto paura che si scoprisse tutto”. Perché “avevo votato per la democrazia” ma si diceva che “sapevano come si era votato. Ho detto adesso succede la guerra. Mi bastona”. “Perché c’erano dieci voti per i comunisti e dieci per i democratici e noi ci conoscevamo tutti. Ho detto, adesso vengo scoperta. Invece per fortuna non è successo. Avevo paura perché era successo una volta che mio figlio più grande aveva mostrato di tenere per questa democrazia e Bernardo si era tanto arrabbiato”. “Non l’ho mai detto nemmeno ai miei figli che non ero comunista, nemmeno ai miei cognati che erano democratici e nemmeno alla mia mamma. Solo a babbo. Gli ho detto “te lo dico ma fai un giuramento””.
Durante le elezioni, racconta Letizia, “i preti non dicevano niente”, “però i preti hanno fatto anche male” a non dare la benedizione alle case dei comunisti.
Dopo la guerra Letizia e Bernardo hanno avuto un altro figlio, Giorgio.
“Ho visto la prima macchina nel 1951”. “Perché mio figlio aveva il pus negli occhi. Allora mio babbo scrive una cartolina alle mie zie che stavano a Rimini chiedendo loro di aiutarci a trovare un oculista. Quando mi trovarono un oculista di Novafeltria non avevo nessuno in grado di accompagnarmi. Allora, a piedi, insieme a mio marito e mio figlio, sono andata a chiedere un passaggio al prete di Casteldelci, che distava tre chilometri dalla mia casa”. “Non avevo mai vista una macchina”. Alla fine il bambino non aveva niente “mi ha dato delle goccine, dopo pochi giorni è guarito”.
Bernardo è morto nel 1986.
Letizia e Bernardo hanno fatto studiare i figli a Rimini. “Il grande”, racconta Letizia, “ha fatto il cuoco, la femmina ha lavorato in fabbrica, l’ultimo fa il fabbro”.
Dei fratelli di Letizia ne è morto solo uno. “Siamo ancora vivi in nove, racconta Letizia e tutti, tranne me, vivono nella terra del babbo, una terra che negli anni è stata divisa e sulla quale tutti hanno costruito delle ville. Solo il podere di Pennabilli è stato venduto. La terra però oggi non la coltiva più nessuno e è abitata “da serpi, lupi e cinghiali” perché i nipoti hanno preferito studiare”.
Oggi Letizia vive nella casa di riposo di Novafeltria. C’è andata di sua libera scelta perché, dopo aver ospitato per venticinque anni il figlio con la moglie nella sua casa, si è sentita proporre una rotazione ogni quattro mesi nelle tre case dei tre figli, in modo lasciare libera la famiglia con la quale aveva vissuto fino a quel momento. Racconta, infatti, che quando “quello piccolo ha messo incinta la ragazza” io e Bernardo “l’abbiamo preso in casa” e “siamo stati insieme 25 anni”. Un periodo lungo durante il quale “non ci siamo mai detti, tu vai di là che io vengo di qua” “Non ci siamo detti mai niente”. “Poi mio marito è morto e a un certo punto Patrizia, mia nuora, ha detto agli altri miei figli, adesso che la mamma è anziana anche noi abbiamo diritto di stare un pochino un po’ da soli” e ha proposto la rotazione. “Sono venuta qui da sola, ho trovato un posto libero e ho detto ai miei figli: “voi altri tre avete fatto il vostro discorso senza dirmi niente” “io invece lo faccio da sola. Io prima di andare quattro mesi con lei, quattro con la Patrizia” “e poi quattro mesi con” l’altro “io preferisco andare dalle suore. Se vi sta bene è così”. “Non avete colpa nessuno di tre ma io, prima di stare quattro mesi da uno e quattro da un altro, preferisco stare dalle suore””.
Oggi Letizia vorrebbe che Novafeltria e i comuni limitrofi passassero in Romagna perché è più vicina. Oggi però, conclude, “non vado più a votare”.
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Dati intervista |
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Cognome Nome |
Ceccarini Letizia |
Mestiere svolto |
Casalinga |
Data di nascita |
27/03/1914 |
Data intervista |
10 luglio 2007 |
Luogo di nascita |
Casteldelci (PU) |
Durata intervista |
120 min |
Temi principali |
Famiglia, Lavoro, Matrimonio, Guerra, Politica,
Affettività
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