LE PANOTTE
Cerquettini Zeno nasce l’8 luglio 1913 a Pergola. Zeno è il penultimo di 5 figli. “Io ero di coppia, gemello”, il più grande era del 1903, poi c’era un fratello del 1905 e una sorella del 1920. “In famiglia eravamo nove, perché c’erano la mamma della pora mia madre e la mamma del poro mio padre”. “Mio padre”, racconta Zeno, “è stato in miniera ma è stato anche molto in America”. Cioè, è stato circa vent’anni in America, però ha lavorato anche qui a Cabernardi”. “Non tutti di seguito vent’anni. Per esempio ci andava dieci anni, poi ritornava, magari stava un mese, poi ripartiva”. In più, ha lavorato alla miniera, “quando è tornato dall’America e prima di andare”. “Qui, ai tempi suoi, c’era miseria, perché lui era del 1883” e la paga della miniera era poco. “Lui già nel 1897-98, lavorava a Bellisio Solfare, che lavoravano lo zolfo”, “e allora faceva dalle sei della mattina, così ho sentito dire da lui”, per diciotto soldi, mentre chi lavorava all’interno della miniera prendeva quelle due, tre lire. “E allora è partito per l’America per andare a trovare la fortuna”. “Mio padre è stato in Minnesota a lavorare come minatore, mi sembra, mentre in California ci aveva una sorella della moglie”. “Quella volta in America, quello che faceva il minatore, guadagnava benino”. “La famiglia non se l’è portata perché a lui gli piaceva la bella vita” e voleva essere libero. “La pora mia mamma, invece, era una donna risoluta e un affarista”, rispetto al “marito non valeva niente”. Aveva due sorelle, di cui una, spiega Zeno, era emigrata in America e “aveva fatto miliardi, stramiliardi”. “La pora mia madre, la malattia che aveva, era che era analfabeta, però se la cavava bene”. “C’avevamo sette, otto ettari di terra infatti, e lei si dava da fare a lavorare e faceva lavorare anche noi figli”. “Quella volta c’erano le pecore, c’era il cavallo, c’erano le bestie vaccine e allora” bisognava faticare”. “La pora mia madre ha lavorato tanto per tirare avanti i figliuoli e ha fatto lavorare anche a noi altri”. “A sei o sette anni, con la nonna, si andava sul monte a prendere le pecore”, ci avevamo “una venticinquina di pecore”e “si faceva la legna” “per tirare avanti”. “Perché mio padre di soldi ne mandava pochi”.
“Io ho fatto le elementari e basta”. “Non ero tanto portato per la scuola”, “però mi sarebbe piaciuto, “avere una certa cultura”. “Il mio gemello, invece, era molto portato. Non ci potevamo andare insieme a scuola, così uno ci andava la mattina e uno ci andava la sera, perché c’erano le bestie”, “e allora la pora mia madre come poteva fare?”. “Mio fratello grande, infatti, lavorava in miniera e poi non era tanto bravo”, perché quando ritornava a casa usciva con gli amici e aiutava poco.
“Mio padre è tornato dopo, del ’20. Nel ’20 c’è stato, col fatto del fascismo, ha fatto scadere il passaporto” e non l’hanno fatto ripartire. “Allora cosa ha fatto? È restato un po’ qui”, ma qui non gli piaceva” “perché era lavoro un po’ duro”. “Allora è andato in Belgio e s’ha portato via il figlio, uno dei figli”, quello del 1905. “Là in Belgio pensava di potere andare in America da clandestino”. Allora ha preso una nave che faceva la linea Belgio-Cuba, poi Cuba-America del Nord. “Quando sono stati lì”, invece, spiega Zeno, “l’hanno fregato, perché l’hanno imbarcato su una nave con il dire che andava in America”. “Gli hanno fatto fare il giro dell’isola e l’hanno” riportato lì. “Così ha preso una bella fregata”. L’hanno fatto perché erano clandestini e si approfittavano. “E così è stato là sei o sette mesi senza sapere dove era andato a finire”. “Là vivevano nei giardini, dormivano nelle baracche, vivevano a arance e banane”. I soldi per tornare in Belgio, poi, “gliel’ha mandati la cognata, se no ancora erano là”. “Quando era a Cuba” comunque, ricorda Zeno, “mio padre non ha scritto mai”. “Lui da Cuba è ritornato in Belgio”, poi “gli è morta la madre il 25 maggio del ’25 e lui era rientrato pochi giorni prima in Belgio. Sapendo che gli era morta la madre è rientrato qua in Italia e dopo è rimasto sempre qua, fino alla fine”. Anche qui, però, “faceva la bella vita”, “gli piacevano le donne ”, “gli piaceva di andare in giro” e “con mia madre ci stava un bel po’ poco”. Oltretutto, trattava anche noi figli come schiavi. “Che doveva dire” mia madre? Quella volta la donna era sottomessa e lui faceva l’americano”. “Lui era abituato a fare come gli pare”. Alla mamma “gli prendeva il cavallo e andava in giro. Stava in giro dalla mattina fino a mezzanotte, l’una”. “Qualche volta litigavano e io li sentivo”, aggiunge Zeno, “perché mia madre era anche un po’ coraggiosa”.
Nel 1927, Zeno inizia a lavorare in miniera. “Ho deciso di andare perché la terra non rendeva niente”. Oltretutto, “quella volta si desiderava perché c’era il soldino”. “Anche i miei fratelli ci lavoravano, mentre la sorella più piccola è andata alla scuola fino alla quinta e poi è stata in casa con la mamma”.
Per essere assunti, si “andava dal Direttore o dal Capo Ufficio”. “Mio padre, quindi, si rivolse al Direttore e lui gli disse, va bene, stasera vieni lì in casa e ne parleremo”. “La sera partiamo tutti e due”. “Ci risponde la serva, poi viene fuori questo Direttore, si affaccia sulla porta: “ma Cerquettini, vuole mettere questo bambino che è tanto piccolo?” “È piccolo ma ci ha la volontà”, gli ha risposto mio padre. “E allora lo proviamo. Domani prende il lavoro a Vallodica”. La miniera di Percozzone, spiega infatti Zeno, era chiamata così, dal nome del proprietario della prima ditta che l’aveva comperata. “La Montecatini”, infatti, “l’ha comprata del ’17”. Qui a Percozzone i minatori erano una ventina, mentre a Cabernardi ce n’erano centocinquanta.
“Io il 5 aprile del 1927, avevo quattordici anni, ho preso il lavoro qui in miniera. Facevo la panotte all’esterno, racconta Zeno. Fare le pagnotte era una forma di apprendistato al lavoro della miniera”. Le pagnotte erano “lo zolfo impastato” che “serviva per fare il solaio dello zolfo nei calcaroni o nelle celle”. “Non era un lavoro tanto bello”. Io “facevo dalla mattina alle sei fino alla sera a notte e allora guadagnavo, perché eravamo pagati a cottimo”. Ogni tanto, poi, mi mandavano a murare i calcaroni e io, “che ero tanto piccolo, per mettere su questo secchiello di calce, mi toccava sforzarmi un po’”. “Un giorno, dopo sei, sette mesi, che lavoravo, l’ingegnere Vaccari che poi è diventato il Direttore e ha fatto una carriera brillante, mi vede, mi aiuta e poi mi dice: “Bambino, bambino, non era meglio che andavi a scuola?””
“Io sono andato sotto”, ricorda Zeno, “a diciassette anni, se no fino a diciotto era difficile”. “Per un certo periodo, poi si facevano i lavori più sicuri. Io, per esempio, sono andato a fare l’aiuto minatore a vent’anni”, “sempre a cottimo”. “Se il minatore prendeva venti lire, l’aiuto ne prendeva sedici. Se il minatore prendeva trenta, l’aiuto ventidue”. Invece il manovale “prendeva otto soldi al vagone” “e allora per tirare fuori dieci, undici lire” era un po’ dura. “Quando facevo l’aiuto, andavo a prendere l’acqua per spegnere lo zolfo che si bruciava”. “Io facevo allora l’arganista in un argano, in una discenderia” e “ho avuto la fortuna di infilarmi a fare il minatore” a 22 anni e poi me la sono cavata sempre bene”. “Io ero uno che per il lavoro di miniera era competente per tutti i lavori”. “Ho avuto tante belle soddisfazioni con la Montecatini e ho guadagnato anche benino”. “È stato l’ingegnere Donegani che ha fatto ingrandire la Montecatini, mi ricordo”. “Io posso dire, infatti, che era una Ditta seria, lì la paga non ha mai tardato un giorno. Mai. Al 10 c’era la paga per tutti”. Oltretutto, la Montecatini aveva, spiega Zeno, tutta una rete di assistenza per i dipendenti. “C’erano le colonie, c’erano le gite. I figliuoli dei minatori andavano giù a Rimini, a Riccione al mare, di questi tempi qua. C’era anche a Pergola una colonia. Con la Montecatini ci sono state tante belle cose”. Da non dimenticare, poi, che ogni tanto, faceva fare ai minatori dei viaggi premio. “A me, ad esempio mi hanno mandato a visitare le miniera di carbone in Germania, ma a me le miniere di carbone non mi piacevano”.
Rispetto al regime fascista, “io penso”, afferma Zeno, “che la Montecatini non era contraria, anche se qualcuno non era nemmeno favorevole”. “Ma qui, al tempo del ’21, ’22, qui era un disastro. Chi aveva la terra, gli legavano le bestie sulla porta di casa, chi lavorava in miniera non facevano altro che sciopero. Qui hanno cominciato del ’18, scioperi e scioperi. Nello stabilimento si andava con la Bandiera Rossa, ricorda Zeno, e allora qui la Montecatini ci ha avuto da fare a tenere ordine e ad avere sempre un certo rendimento”.
“Era un bel po’ amato Mussolini”, commenta Zeno, “perché Mussolini era anche generoso. Gli scriveva uno che ci aveva quattro, cinque figliuoli” e lui lo aiutava. “Lui era sempre senza soldi, almeno dicevano. Quando veniva da Predappio passava lì a Fossombrone. Passato Fossombrone c’era un ‘osteria, era Caldiracci. Lui si fermava sempre. C’era uno che aveva bisogno e lui se ci aveva un soldo lo aiutava”. “C’era uno di Percozzone che c’aveva sei figli. Quello lì, Quaresima”. “Allora gli ha fatto la fotografia, l’ha mandata a Mussolini e l’ha aiutato. Ha fatto un professore e quattro periti”. Non sono stato mai contro Musslini, aggiunge Zeno, “perché al tempo del fascismo, chi non c’aveva niente, s’è fatto un buchettino di casa. Chi s’è comprato un pezzettino di terra, chi ha mandato alla scuola i figliuoli. Prima la scuola non se ne parlava”. Mussolini “ha portato la quarta a Belisio, a Cabernardi fino alla quinta, a Percozzone è rimasta sempre fino alla terza, però c’era la possibilità che c’era il treno che andava giù”. Da Belisio si poteva andare fino a Pergola o Fabriano. Mussolini, continua Zeno, non è mai venuto in visita a Cabernardi, ma “a Pergola si”, nel ’25. “Chi è che non c’è andato! Io ero un ragazzetto, ma ci saranno state per lo meno dieci mila persone. Tanto è vero che fece il discorso lì al giardino”, “e c’era uno di Montesecco, mi ricordo bene, che si chiamava Romiti che aveva fatto la guerra con Mussolini. E allora quando lui, da sul palco, l’ha riconosciuto, l’ha chiamato e l’ha portato sul palco con lui. E disse, questo era il mio superiore. Perché questo Romiti era sergente e Mussolini, allora, era un esponente socialista”.
“Io mi sono iscritto al partito nel ’34” “e dopo quando è stato che dovevi passare sul battaglione io mi sono rifiutato. C’era un impiegato lì a Pergola, Ricciuti si chiamava. Dovevo prendere un foglio, per andare a fare la visita e io mi sono rifiutato”. “Allora mi hanno sospeso, anzi pagai anche la multa che non andavo” al lavoro. “Dopo, quando hanno occupato l’Albania nel ‘39”, questo “è partito per l’Albania, ma io sono rimasto qui a lavorare”. “perché qui di Percozzone, Belisio, Pergola, ce n’erano tanti, tutti iscritti sul battaglione”.
Ho fatto il militare, prosegue Zeno, “sei mesi meno dodici giorni, sono stato a Riva del Garda e ho fatto anche un campo a Asiago”. “Il gemello mio, invece, è andato militare del ’33, è ritornato del ’46, poi qui non gli piaceva da lavorare, è andato in Belgio e ha fatto sempre la guerra praticamente. Ha fatto la Libia, ha fatto la Yugoslavia e se l’è cavata sempre bene perché era un ragazzo che come studio non ce l’aveva, ma era molto in gamba”. “Ha fatto sempre il furiere perché era bravo”.
“Quello che era andato via con mio padre, invece, è ritornato in Italia del ’27 e poi ha preso il lavoro qui. Dopo si è sposato e allora è riandato in Belgio”. “È stato là, dopo alla moglie non gli conferiva il Belgio” “e allora è venuto qui”. “Qui, sfortunatamente, a ventotto anni è morto”, “è morto con il fumo dello zolfo”.
Nel 1939, Zeno si sposa. “Mia moglie l’ho conosciuta che aveva quattordici anni e era di qui vicino”. Il padre “era uno che dopo è andato in Francia e è stato sempre in Francia” e lei ha vissuto sempre coi nonni. “Ci siamo fidanzati quando lei aveva quattordici anni, racconta Zeno, e ci siamo sposati tre anni dopo”. “Avevo ventisette anni io”. “In viaggio di nozze siamo andati a Roma e ci siamo stati dieci, quindici giorni”.
Quando è scoppiata la guerra, “io ho pensato che aveva fatto un grande errore” Mussolini. “Perché noi altri” “non ci avevamo niente”, “non ci avevamo altro che le chiacchiere”. “A far la guerra con le baionette non si può fare”. “Per la guerra ha fatto un grande errore” e, in più ha, fatto “l’errore che si è messo con i tedeschi. Se lui era neutro”, spiega Zeno, “chi lo toccava a Mussolini?” “Che del ’36, quando ha occupato l’Africa, se in un paese c’erano cento persone, erano centouno a sentire il discorso suo?” .
Con la guerra “io sono stato esonerato”, “perché io ero sul quinto artiglieria d’armata e dovevo partire per la Russia. Il battaglione mio è andato tutto in Russia” e “penso che ne sono venuti pochi”. “Però sono stato richiamato tre volte”. “Sono stato richiamato, la prima volta nel ’39, poi sono stato richiamato del ’41 e poi del ’43”. “Del ’42, io ero in miniera. C’erano i Carabinieri con la partenza immediata. Allora m’hanno fatto venire fuori e m’hanno portato dal maresciallo giù a Cabernardi e c’era il vice direttore che era l’ingegner Pepe”. “Allora mi vede a me con un Carabiniere per parte perché io protestavo”. “Perché io avevo la partenza immediata per Reggio Emilia”. “Allora questo vice direttore gli ha detto, lo lasci libero e a me mi disse, tu domattina alle otto presentati in ufficio. Con il Maresciallo ci parlo io. Infatti io alla mattina mi sono presentato, il giorno alle due ho ripreso il lavoro e così me l’ho salvata”. “Comunque io non sarei partito comunque”. “Avrei protestato e mi sarei fatto mettere in galera, oppure se mi portavano alla stazione di Belisio, quando ero a Monterosso, saltavo dal treno e scappavo via di sicuro”.
“C’erano dei sovversivi in miniera”, racconta Zeno, “però stavano attenti a parlare, mentre i tedeschi, dopo il ’43, facevano servizio a Cabernardi, nei dintorni della miniera”. I partigiani, invece, “ne conoscevo tanti” “Io”, spiega Zeno, “se con la scelta di Mussolini di entrare in guerra non sono stato d’accordo, non ho assolutamente accettato nemmeno il comportamento degli antifascisti. Per esempio, a un ragazzo che era il figlio di una che conosceva mia mamma, Servigio si chiamava, quando è passato il fronte, i partigiani, convinti che aveva ammazzato uno di loro, l’hanno preso lì a Pergola, lo hanno portato su a Montesecco, gli hanno legato i pantaloni, gli hanno dato due litri di olio, poi l’hanno attaccato dietro a una seminatrice” e giù botte.
Durante la guerra, spiega Zeno, in miniera sono entrate le donne. “Siccome c’erano le canale oscillanti, che rovesciavano lo zolfo. Allora lungo queste canale, c’erano due o tre donne che prendevano il pezzo di terra e lo buttavano nel vagone”. Dopo “c’era quella che faceva il portiere in un ufficio, ma più che altro quel lavoro lì al tempo di guerra”
“Il rapporto” che gli altri minatori avevano con me, ricorda Zeno, “non era buono”, “perché c’era l’invidia. Io guadagnavo trenta lire di cottimo, quell’altro ne guadagnava dodici, tredici e allora dicevano che io ero un favorito dalla società”.
Il 2 giugno del 1946, Zeno vota per la Repubblica. “Perché ritenevo che la monarchia non sia stata un vantaggio per i poveracci. Perché noi altri, il vantaggio qui, con la miniera, l’abbiamo avuto dal ’24 al ’32 o ’34. Dopo c’è stata la crisi”. Io, per esempio, “sono stato a casa quaranta giorni”, poi il lavoro l’ho ripreso fino al ’70. Per cui io “ero contro la monarchia ma contro il fascismo no”.
Nel 1948, invece, Zeno costruisce la casa dove oggi abita. Il terreno era del padre e glielo paga ottomila lire. La casa, ricorda Zeno, “l’ho fatta in quattro anni e mi è costata 4 milioni e ottocento mila lire. L’ho fatta con tanti sacrifici”. “Io, quando ho fatto questa casa, mandavo fuori cento vagoni al giorno, con la pala meccanica”. Ci volevano dieci ore.
All’inizio degli anni ’50, prosegue Zeno, è arrivata un po’ la crisi. “È venuta perché lo zolfo non c’era più”. Non è stata colpa della Montecatini, come dicevano i sindacati”. “E io, quando hanno fatto l’occupazione, se mi trovavo qui, io venivo fuori a tutti i costi. E loro hanno voluto stare sotto per quaranta giorni e quando sono venuti fuori, manco ci vedevano più”. “Chi ha voluto occupare la miniera”, infatti, commenta Zeno, “sono stati quattro scalmanati che non conoscevano la miniera”. Per fortuna, io in quel periodo, “andavo avanti e indietro dalle ricerche di Fossombrone”. “Io del ’52”, infatti, “sono stato trasferito alle ricerche di Fossombrone. Dalle ricerche di Fossombrone” “si andava avanti e indietro con un tassista di Pergola, e allora tutti quelli che venivano su a occupare la miniera” dicevano “abbiamo vinto, abbiamo vinto, facciamo suonare il campanone di Pergola. E io dico, fatelo suonare a morto. E così è successo e poi” “quello che era preso con il partito diceva che c’era lo zolfo”, ma “era tutta propaganda” perché lo zolfo non c’era. “Guardi, io le dico sinceramente. Io sono stato uno che qui ho fatto i chilometri di gallerie, ho fatto il minatore a zolfo, ho sfondato i pozzi, discenderie, piani inclinati. Io ho fatto tutti i lavori”. Le ricerche, “ho fatto una galleria che sono venuto giù fino al fiume di Belisio. Poi non si è trovato niente. Perché la società pensava che dalla parte verso Percozzone c’era un affioramento che c’aveva lavorato nel ‘32 una dittarella, e ha fatto una discenderia. Erano andati giù una ventina di metri. Era un affioramento di calcare mineralizzato. Poi io ho fatto anche una discenderia lì a Belisio” “che è 297 metri”. “Io ci ho lavorato, poi ci ho fatto anche il sondatore” “e non abbiamo trovato una briciola di zolfo”. “Dopo, dalla parte del monte”, “diceva l’ingegnere Onibeni, che era un geologo, quello lì diceva che c’era un lago, allora abbiamo fatto una galleria, poi è venuto uno di Perticara e ci ha fatto il sondaggio”. “Lui lavorava il primo turno e io lavoravo il secondo turno. Questo sondaggio è andato avanti per trecento metri e non si è trovato niente”. “In quel periodo io ho raddoppiato il lavoro, perché avevo bisogno di soldi per costruire la casa; il partito diceva che io “ero un ruffiano della Montecatini”, che avevo trovato lo zolfo ma non lo dicevo; invece nemmeno l’ombra”.
“Io sul lavoro”, prosegue Zeno, “non ho avuto mai paura. Il pericolo mi è capitato tante volte, però l’ho sempre affrontato con l’attenzione e la paura di quello che lavorava con me se gli succedeva qualcosa. Io non mandavo avanti, avanti ci andavo io”.
Nel 1951, “m’ha dato un chioppo il 5 di gennaio, lavoravo in un secondo turno, sono venute giù 300 tonnellate di materiali. Ho lavorato dalla sera alle dieci fino alla mattina, poi sono venuto a casa ho ripreso il lavoro alle due fino alle sei della mattina dove aveva franato giù tutto”. “Eravamo in tre, c’era un operaio e un sorvegliante”. “Se io ero un metro più avanti ci voleva otto ore o dieci per tirami fuori”.
“Il 6 dicembre del ’52, trasferito in Sicilia”.”Io in Sicilia non ci volevo andare, allora mi sono messo due o tre volte sotto malattia. Poi parlai con l’ingegnere Vaccari e mi disse che dovevo andare laggiù, altrimenti mi avrebbe licenziato”. “Ma io già ci avevo ventiquattro anni” di lavoro in miniera, “che erano tanti”. Se non fossi andato, però, “avrei fatto un errore grosso. Perché non mi sarei trovato come mi trovo oggi e non avrei guadagnato come ho guadagnato giù”. “Ci hanno mandato in Sicilia perché qui la miniera era esaurita”. “E allora, quelli che non l’ha licenziati, chi l’ha mandato a Ferrara, chi l’ha mandato a Milano”. “In Sicilia eravamo settanta”. “A me m’hanno mandato in Sicilia perché ero un operaio che contavo. La Sicilia aveva bisogno di avere gli operai buoni”. Hanno mandato “quelli più favoriti dalla società” e “più capaci sul lavoro”.
“In Sicilia sono stato benissimo”, racconta Zeno. “I siciliani ubbidivano, magari erano un po’ svogliati ma il lavoro lo facevano. Anche in Sicilia, ricorda Zeno, i rapporti con il Sindacato non sono stati affatto buoni, anche perché la maggior parte degli iscritti non aveva voglia di lavorare. Una volta, uno di questi non ce lo volevo”. “Perché cosa succedeva? Se io avevo guadagnato, tanto per dire, mille lire da cottimo. Quando c’era questo qui, non ti faceva niente, non parlava d’altro che della politica” e “io rimettevo. E allora lì ho protestato e non ce l’ho voluto più. E allora questo è andato a finire sulle orecchie del Direttore. Il Direttore era l’ingegner Bonetti”. Gli ho detto, non mi lavora. “Voi altri se gli volete dare quelle trenta, quaranta mila lire di cottimo al mese, gliele date voi altri, non è che le levate a me”. “A me non me ce l’ha mandato più”. “In Sicilia”, ricorda Zeno, “ho avuto l’unico incidente sul lavoro in quarant’anni”. “Facevamo una discenderia e allora si prendeva un carrello, la discenderia era lunga trecento metri e c’era l’acqua. Allora si montava sul carrello” e “uno che lavorava con me gli ha scivolato e si è rotto una gamba”. “In Sicilia ho lavorato in più miniere”, continua Zeno, “per esempio lì a Passarello, quando l’ingegner Vaccari Rosta comprò la miniera che era del marchese Canarella, che c’era un affioramento superficiale grandissimo”, la Montecatini “è andata giù tre livelli” e “io ho fatto una galleria di un chilometro”, “dritta, bella ,alta, grande”, che “c’ho guadagnato molto bene”.
“Io ho avuto sempre buoni rapporti, prosegue Zeno, con i superiori della Montecatini”, “perché io ho fatto sempre il lavoro onesto. Il lavoro lo sapevo fare. Era con i sorveglianti che i rapporti non erano buoni”. “Quelli che non capivano niente, allora non andavano d’accordo con me”. “Quelli erano sorveglianti fatti tutti con la bustarella. Raccomandati”. “Con me quelli non andavo d’accordo, tanto è vero c’era uno che mi era un po’ parente, quello lì mi ostacolava. Però con me non c’era niente da fare perché io lo prendevo per un braccio. Gli dicevo, vai via. fa rapporto. E poi al giorno parlavo con il Capo Servizio o con il Vice Direttore”.
Zeno ha avuto quattro figli, due maschi e de femmine e ai maschi ha fatto di tutto per farli studiare. Perché io non volevo farli andare a lavorare in miniera, spiega. “Io volevo che loro avessero studiato e invece è andato tutto a rovescio”. “Quando vedevo che non si impegnavano, l’ho messi subito in collegio”, ma non è servito. Il primo ha studiato al Collegio Gentile da Fabriano, per quattro anni. Bruno, invece, il secondo, ha fatto dalla terza alla quinta elementare nel collegio delle suore. Poi ha fatto le medie a Licata e era un disastro. Allora “l’ho dovuto mettere nel Collegio a Agrigento nei preti”. “Dopo lì si è messo a studiare elettromeccanica e l’ho mandato a Gela ma era una frana”. “Al terzo, l’hanno rimandato e io sono stato un po’ cattivo e ho lasciato mia moglie là a Licata per aiutarlo a recuperare. Invece lui è scappato, è andato in Germania e l’ho rivisto dopo quattro anni”. Ha lavorato in un’officina e “io ero arrabbiato perché era scappato e perché volevo che studiava”, “così non ci siamo parlati per tutto il periodo e lui scriveva sempre alla mamma”. “E dopo, quando è ritornato, io già ero qui, perché io sono andato in pensione del ‘70”.
“In pensione ci dovevo andare a 55 anni ma ci sono andato a 57”. “I dirigenti non volevano, ma io ho detto, ho avuto la fortuna fino adesso”, perché continuare.
“Io non sono tanto religioso”, racconta Zeno, “ma non lo erano nemmeno il mio babbo e i miei fratelli”. A me mi hanno fatto, ricorda Zeno, Maestro del Lavoro e Cavaliere del Lavoro.
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Dati intervista |
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Cognome Nome |
Cerquetti Zeno |
Mestiere svolto |
Minatore |
Data di nascita |
08/07/1913 |
Data intervista |
31 luglio 2007 |
Luogo di
nascita |
Pergola (PU) |
Durata intervista |
120 min |
Temi principali |
Lavoro, Famiglia, Guerra, Politica, Emigrazione
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