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02 / MEMORIA OVER 90
 
INCONTRO CON IL DUCE
Cevoli Attilio è nato il 27 maggio 1916 a San Giovanni in Marignano dove è rimasto fino al 1929, anno in cui la sua famiglia si è straferita a Gabicce Mare, successivamente all’acquisto di un “poderino” di quattro ettari. “Io sono stato coltivatore diretto fino a quando ero in grado di fare qualche cosa, dopo ho fatto l’amministratore di campagna: compravo il bestiame, dicevo ai contadini come dovevano fare certe colture”.
A San Giovanni in Marignano, i Cevoli erano mezzadri. “Noi eravamo una famiglia di sette figli, sei figlie ed io, poi c’era mio babbo, mia mamma e uno zio che non aveva mai preso moglie e che è stato sempre con noi”. Nel 1924, Giuseppe, il padre di Attilio aveva lasciato la famiglia per emigrare in America, negli Stati Uniti, precisamente a New York, città in cui alcuni anni prima si era trasferito anche uno zio di Attilio: “mio padre è andato in America per vedere di guadagnare qualche soldino … con quattro ettari di terra si faceva la fame”. A New York Giuseppe lavorava come autotrasportatore in una fabbrica di ghiaccio; ogni trenta giorni mandava a casa dei soldi che, ricorda Attilio, erano indispensabili per sopravvivere (“stavamo in una casetta che stava in piedi per miracolo”). Ricorda inoltre che suo padre scriveva spesso e che la lettere di risposta venivano scritte da sua sorella maggiore la quale scriveva sotto dettatura della madre. Quest’ultima, fintanto che Giuseppe si trovava in America, svolgeva le funzioni del capofamiglia e “si serviva di suo cognato” per condurre il podere. Giuseppe rientrò in Italia nel 1929, portando con sé i figli e la moglie del fratello, il quale rientrerà due anni dopo.
“In Italia – sottolinea Attilio – c’era la miseria per i contadini quella volta”; “Io fino al 1929 ho conosciuto solo zappa e vanga”. “Mio padre mi dava una moneta di cinque lire che mi doveva bastare per quindici giorni”. Quando si sono trasferiti e sono diventati proprietari del piccolo appezzamento di terra a Gabicce Mare, acquistato grazie ai risparmi del lavoro del padre, per la famiglia Cevoli c’è stato un “miglioramento straordinario”: “prima quando eravamo mezzadri, anche i conigli che mia madre allevava eravamo costretti a divederli con il padrone, il quale esigeva la sua parte perché, diceva, “i conigli mangiano la mia erba””; “quella volta il mezzadro per farsi volere bene dal padrone doveva tenere sempre il cappello nelle mani”; “i padroni quella volta volevano rispetto”.
“Io sono del 1916 – prosegue Attilio - e sono andato via sotto le armi il 10 maggio del 1936”. Era “uomo di fiducia e autista” di un ammiraglio di Bologna, il quale gli offre la possibilità di seguirlo in Africa, a Massaua. Dopo essersi consigliato con suo padre, Attilio decide di accettare l’offerta. Quando arriva il momento del congedo, Attilio chiede di poter rimanere in Africa ancora per alcuni mesi – “non volevo tornare nella miseria” - e così l’ammiraglio gli trova un “posticino”. Rimarrà in Africa per altri due anni, prima di rientrare in Italia, sul finire del 1942, spinto dalla voglia “di rivedere i suoi familiari”. Dopo pochi giorni dal suo rientro, riceve una visita dei carabinieri e dopo otto giorni, ricorda, “mi è arrivata la cartolina e mi hanno richiamato alle armi”. “Sono andato a Pola, poi da Pola mi hanno mandato a La Spezia dove c’erano continui bombardamenti”. Dopo “è venuto il famoso 8 settembre”: “in caserma c’era una grande confusione: chi scappava da una parte chi scappava dall’altra, tutti volevano andare a casa … e così ho fatto anch’io”. “A venire a casa ciò messo tre giorni. Da La Spezia a Gabicce tre giorni a piedi… non si poteva salire sul treno perché c’erano i tedeschi che se ti prendevano e ti portavano nei campi di concentramento … così salivo sul treno e poi scendevo prima che il treno arrivasse in stazione”.
“Arrivato a casa – continua il racconto di Attilio – ho trovato la famiglia tutta disperata per quello che stava succedendo: l’aia era piena di soldati tedeschi”. Nei giorni del passaggio del fronte sulla Linea Gotica, Attilio e la sua famiglia sono costretti a sfollare a Gabicce Monte: “abbiamo preso il nostro bestiame e siamo andati su …gli sfollati avevano con sé solo quei pochi panni che avevano addosso”. Nel primo giorno passato a Gabicce Monte, un soldato tedesco uccide con un colpo di pistola suo padre che aveva tentato di rimpadronirsi della bicicletta che il tedesco gli aveva rubato. “Questo è il dramma della guerra …questa è stata la guerra per noi: la perdita di mio babbo, una perdita che non era prevista”. Ricorda che “dopo per trovare quello che vendeva le pompe funebri ho dovuto passare tutta la Vallugola per vedere di trovare dove dormiva quello che vendeva queste casse da morto … dietro le indicazioni dell’uno dell’altro sono riuscito a trovarlo e a convincerlo ad aiutarmi”. La morte del padre avvenne poche ore prima dell’arrivo della prima jeep americana.
Anche a Gradara, i tedeschi hanno ucciso alcune persone che si erano rifugiate nelle grotte. C’erano dei partigiani a Cattolica che Attilio conosceva. C’erano giovani e meno giovani. Attilio sostiene di non aver mai pensato di partecipare alla resistenza (“no, per carità!”). Dopo la morte del padre, Attilio ha dovuto prendere in mano le redini della famiglia, aiutato dallo zio rientrato dall’America nel 1931.
Tornando con la mente agli anni del fascismo, Attilio sottolinea che la famiglia di suo babbo, “è sempre stata contraria al fascismo”; “erano cinque fratelli e la sera quando uscivano, uscivano tutti e cinque assieme, perché quelli del fascio davano a tutti quelli che erano contrari al fascismo olio di ricino e manganellate nella testa…ma con loro non l’hanno mai potuta spuntare perché loro erano cinque colonne”. Attilio ricorda che una volta, frequentava la quarta elementare, di ritorno da un campo a San Marino, suo padre, vedendolo con la divisa da balilla gli disse: “vai via che non la voglio vedere…non farti vedere con quella lì che stai senza mangiare”. “A scuola dicevano che dovevamo stare a sentire il Duce che veniva subito dopo Dio…dovevamo cantare tutte le canzoni del fascio, guai se si cantava una canzone diversa”. “Mio babbo comunque non ha mai avuto problemi con il fascismo perché non rendeva pubbliche le sue idee: non era un politicante, era un contadino”.
Degli anni del fascismo, Cevoli ricorda inoltre l’obbligo dell’ammasso che lasciava poche risorse ai contadini. Questi ultimi, tentavano comunque di sottrarre un certo quantitativo di spighe di grano, non raggruppandole con gli altri covoni che venivano successivamente trasportati sull’aia per essere trebbiati: “la sera ci mettevamo su letto e con la rete preparavamo un altro po’ di grano”,”non ci bastava quello che ci lasciavano”.
Durante la guerra il mercato nero era piuttosto diffuso: “si trovava un po’ di tutto, ma mancavano i soldi per poterlo comprare”. “Noi tiravamo avanti così: il mattino la mamma si alzava, preparava un tegamino con i fagioli sul camino, quella volta non c’era la stufa”. Appena il fronte passa, alla fine di agosto del 1944, i Cevoli rientrano nella loro casa si rimettono di nuovo al lavoro, anche se sono riusciti a trebbiare il grano solo in ottobre; “quando abbiamo raccolto l’uva c’era ben poco, gli animali l’avevano mangiata tutta”. “Gli americani si sono fermati a Gabicce per tre mesi circa... in mezzo alla nostra aia avevano messo una grande cucina dove preparavano il mangiare per i soldati”. “Io sono stato con loro un paio di mesi come controllore della mia casa … mi davano da mangiare, si sono sempre comportati bene”.
Dopo la guerra, le cose sono cambiate nelle campagne: “i padroni venivano accolti dai contadini con la vanga… poi hanno mandato i figli a fare i muratori e piano piano tutti hanno abbandonato la terra”. “Dopo la guerra, molti giovani hanno trovato le industrie che hanno aperto le porte”.
Uno dei fratelli di mio babbo era iscritto alla Lega, che “non rispettava la regola del padrone”; “era quello della Lega che faceva le parti non il padrone”; “la Lega – prosegue Attilio nel suo racconto - voleva che fossero abolite le regalie”; “noi però eravamo dall’altra parte, eravamo coltivatori diretti”; “io sono stato chiamato a Pesaro in una riunione della Coldiretti e mi hanno nominato presidente della sezione Coldiretti di Gabicce”, incarico che Attilio ha ricoperto per quanrant’anni. “Nella sezione, non si parlava di politica, però quando arrivavano le elezioni ci dicevano che era meglio votare per i candidati delle nostre organizzazioni”; “molti lo facevano, molti non lo facevano”; “ho portato tanti coltivatori diretti a votare, poi però votavano come pareva loro”.
Anche dopo la guerra la vita del contadino continuava ad essere comunque dura. “Allora ho pensato di avvicinarmi a persone che facevano gli amministratori di campagna e piano piano ho cominciato a fare l’amministratore, a gestire quattro, poi cinque poderi”. Negli anni successivi, nel 1960, Attilio decide “di fare una lottizzazione” su una parte del terreno ricevuto in eredità dopo la morte del padre. In poco tempo, vende tutti i quattro mila metri di terra di sua proprietà e così, dichiara Attilio, “ho potuto mettermi a posto”. Con i soldi ricavati decide infatti di acquistare un pezzo di terra a Misano Mare su cui farà costruire un albergo “con 48 camere, più piano sala e garage”. “Appena fatto l’ho affittato al veterinario di Misano: quella volta si prendeva poco, quattro milioni all’anno … si tratta del 1962”. Con i soldi dell’affitto dell’albergo costruisce nel 1964 la casa in cui ancora oggi vive. Una nuova casa costruita vicino a quella in cui era vissuto a partire dal 1929. Successivamente, nel 1966, lui e la moglie decidono di non affittare più il loro albergo e iniziano a gestirlo in proprio. A tal proposito Attilio aggiunge: “mi sono accorto però che non avevo fatto un grande affare. Io che avevo lavorato tanto, dovevo lavorare ancora, perché la sera i figli uscivano e toccava a me fare la guardia fino alle 2, alle 3 di notte”. Così nel 1970, decide di affittare nuovamente l’albergo.
“Negli anni Sessanta, dopo di me, molti altri proprietari di poderi si sono spinti a presentare lottizzazioni e hanno fatto fortuna”. Mentre Gabicce Monte era diventato un “piccolo borgo che cadeva” Gabicce Mare conosceva una forte crescita urbanistica: lì, alla fine degli anni Sessanta, viene trasferita la sede del municipio e viene costruita la prima chiesa.
Attilio è stato consigliere comunale a partire dal 1970, per due legislature. Un’esperienza non facile perché era consigliere di minoranza e così era difficile far passare le proprie idee.
In conclusione della sua intervista Attilio ricorda gli anni del fidanzamento: per incontrare la fidanzata, che abitava a San Giovanni Marignano, paese d’origine della famiglia Cevoli, Attilio si vide costretto a comperarsi una bicicletta che pagò andando a pescare le vongole con alcuni marinai del posto. Impiega un anno per pagarsela, poiché spendeva buona parte del suo compenso “per portare al cinema la fidanzata e per farle qualche regalo”. Attilio si è fidanzato alla fine del 1942 e si è sposato nel 1946. “Mia moglie è stata sessant’anni con me”.

 

Dati intervista
   
< ELENCO NOMI
< ELENCO LUOGHI
Cognome Nome
Cevoli Attilio
Mestiere svolto
Coltivatore diretto,
amministratore
Data di nascita
27 maggio 1916
Data intervista
19/10/2007
Luogo di nascita
San Giovanni in
Marignano (RN)
Durata intervista
85 min
Temi principali
Lavoro, Emigrazione, Guerra

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