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02 / MEMORIA OVER 90
 
ERA UN SOVVERSIVO
Conti Iris nasce il 15 febbraio 1908 a Pieve di Cento, in provincia di Bologna. Pieve di Cento allora, ricorda Iris che era un paesotto abitato, per lo più, da artigiani.
Il nome gliel’ha dato suo padre, perché Iris era l’eroina di un’opera lirica che lui amava; è la terza di cinque figli, due maschi e tre femmine.
“Il babbo” racconta Iris, “da giovane ha fatto il militare in Africa. Ha fatto il servizio in Libia nelle ferrovie”. Quando si è sposato, invece, faceva l’Ispettore delle ferrovie padane, “tanto è vero che lui si divideva tra Ferrara e Fano”. La mamma, invece, era di origine austriaca anche se di cognome faceva Grazioli. “Io mi ricordo”, spiega Iris “che mio nonno parlava della guerra del ’15-’18; diceva che era stato chiamato in guerra dagli austriaci” contro gli italiani, ma dopo aveva disertato.
“Ho avuto una educazione cattolica e ho cominciato ad andare alla Messa tutte le domeniche sin da bambina” racconta “anche perché mio zio, il fratello della mamma, era un professore gesuita […]. Ricordo che i miei nonni dicevano il rosario” mentre i genitori meno.
Quando Iris è piccola, la famiglia si trasferisce a Fano perché il babbo viene incaricato di verificare lo stato di avanzamento dei lavori della ferrovia lungo la tratta Fano, Fossombrone, Urbino. “La mia mamma, invece, faceva la casalinga ed era” commenta Iris “una donna moderna, perché andava in giro in bicicletta e per molti questo era uno scandalo”.
“Le scuole elementari le ho fatte a Santa Maria Nuova. Mi ricordo la maestra Morosini, che era una donna piuttosto forte; io, però non ero un’appassionata (dello studio)”.
Della prima guerra mondiale ricorda che sono dovuti scappare di casa, “eravamo proprio di fronte al mare e c’erano le navi austriache (che bombardavano). Andavamo nelle colline lì dietro l’adriatica e ci rimanevamo per qualche ora fino a che non finivano i bombardamenti […]. Ricordo che mio padre”, poi, nel 1918, “con la spagnola è stato male molto, però si è salvato”.
“Da piccoli si giocava fuori” continua Iris “si giocava alla corsa e d’estate si andava al mare. Anche i contadini venivano al mare. Venivano con la gluppa, il fagottino del mangiare si portavano e poi mangiavano al mare […]. Non stavamo insieme, ognuno aveva il suo spazio”.
“Poi siamo andati ad abitare con la famiglia fuori Fano, perché le Ferrovie dello Stato avevano dato a mio padre una casa dove passava la ferrovia metaurense, in cui c’era anche il deposito di materiale ferroviario”.
Dopo le elementari Iris, ha frequentato le scuole medie a Fano, poi ha fatto le “normali”, ossia l’Istituto magistrale. Anche gli altri fratelli hanno studiato. Fatima, per esempio, era bravissima e si è diplomata a sedici anni. Avrebbe voluto fare l’università ma “in quel periodo il babbo aveva problemi con mio fratello Omar, non poteva mantenere anche lei, quindi la sconsigliò”.
All’Istituto magistrale Iris andava a scuola sia di mattina che di pomeriggio, per cui doveva fare molta strada a piedi per quattro volte al giorno, “fortuna che ho avuto una grande amica che abitava in centro e qualche volta mi ospitava a pranzo e studiavamo anche insieme”.
A quel tempo ricorda Iris che incontrare i ragazzi era facile “tanto più che io le scuole magistrali le ho avute miste”. Vero è che non erano molte le ragazze che andavano a scuola a quei tempi, “ma in certe famiglie come la mia” confessa Iris “si pensava che studiare per una donna fosse fonte di guadagno”.
Nel tempo libero le ragazze “facevano le passeggiate per i Passeggi” e poi “si andava qualche volta al cinema […]. Mio babbo era moderno come la mamma e ci lasciava andare, purché accompagnate, così che spesso veniva mia sorella più grande”. Il padre, infatti, era severo “solo sotto un certo punto di vista, perché diceva che bisognava andare assieme e non essere sbandati”. Andava anche a ballare al Circolo Monarchico “veniva la madre di una magari”, perché non si poteva andare sole. Era il ragazzo che invitava la donna e, “di solito, si rispondeva sempre di si”. In genere i ragazzi si comportavano bene, altrimenti le ragazze “mettevano le mani avanti”. Il Circolo organizzava anche delle scuole di ballo che Iris frequentava; “più di tutti, mi piaceva ballare il Valzer.
Durante le vacanze andavano al mare a Sassonia, “eravamo io, le mie sorelle e le amiche di scuola. Non ci fermavamo a mangiare perché, a dire la verità, dal mare dove stavamo noi, si vedeva la nostra casa. La mamma aveva l’abitudine di mettere fuori un bastone con una bandiera bianca che significava che era ora di pranzo”.
“I nostri vestiti” spiega Iris “li facevano le sartine. Erano ragazze che provenivano da famiglie artigiane, venivano a casa, si fermavano per tutto il giorno, cucivano i vestiti e facevano le aggiustature”.
“Da ragazza” confessa “i pretendenti ce li avevo e c’è stato quello che mi è piaciuto di più, quello che mi è piaciuto di meno […]. Mio marito l’ho conosciuto nelle sale da ballo, perché anche a lui, come me, piaceva molto ballare. Era di Cerreto D’Esi, era figlio di un medico e faceva il medico assistente ospedaliero a Fano. I miei genitori sono stati molto contenti perché fare il medico, quella volta, significava avere il posto fisso. Allora non si chiedeva di sposare ma si arrivava alla decisione con la vicinanza. Importante era entrare in famiglia perché da lì diventava ufficiale […]. Siamo stati fidanzati un paio di anni e ci siamo sposati nel 1928. Non mi ricordo molto il giorno del matrimonio” confessa Iris “ma le nozze le abbiamo celebrate nella chiesa di San Pietro in Valle e io ci sono andata in carrozzella. Avevo un abito verdino, perché mi piaceva molto quel colore e lui era classico”. I regali erano “come adesso vasi, piatti, bicchieri […]”. In viaggio di nozze sono andati a Como dove si trovava una sorella di Iris. “Siamo andati in treno perché poi mio marito era anche medico delle ferrovie e aveva i biglietti”.
Dopo il matrimonio, il marito di Iris dà il concorso come medico condotto, vince la condotta a Lucrezia e vi si trasferisce con la neo sposa per dieci anni,
Racconta che si è trovata bene a Lucrezia “perché ero molto accomodante. Seguivo mio marito e basta. Avevo solo una grande mancanza della macelleria e come potevo venivo a Fano alla Provvida”.
Nel tempo libero leggeva libri e riviste, soprattutto Grazia. Faceva anche da segretaria al marito, perché i pazienti spesso andavano a casa a chiamarlo; “lo chiamavano anche di notte e lui si muoveva con tutti i mezzi, con tutte le condizioni atmosferiche e arrivava fino a Ripalta e Cartoceto”. A Lucrezia è stato subito accolto bene, lo amavano e stimavano molto poiché in quel periodo molti morivano di tubercolosi e c’era l’usanza di fare i salassi mentre il marito di Iris “è arrivato con la scuola moderna, faceva delle cure diverse e molta gente guariva”. I pazienti della campagna gli portavano a casa galline, uova, formaggio e verdure.
Nel periodo del fascismo, racconta Iris, “mio marito era fascista, mentre io sono stata apolitica, tanto è vero che mio marito mi diceva: ‘tu non ti metti la divisa?’ ‘No, no, io non voglio sapere di divise, non voglio sapere niente’. Anche mio babbo era obbligato all’iscrizione al partito fascista se no lo mandavano via dal lavoro, mentre lui era appassionato davvero del suo mestiere”.
Iris non ha mai accettato di buon grado le regole “pensavo che avevo un marito che la pensava diversamente da me, anche perché, mio fratello Omar, che ho amato molto, a quei tempi è stato confinato politico perché era un sovversivo[…]. Lui ha fatto l’università di ingegneria a Torino negli anni ’20 lì gli è nata la passione (per il comunismo) e non si è laureato perché dopo, con la politica, si è distolto anche dagli studi".
Di Omar, Iris parla molto. Racconta che è stato confinato politico per venti anni a Ponza e poi a Rossano Calabro di aver sentito enormemente la sua mancanza il giorno in cui si è sposata e che la sua vita matrimoniale è stata molto calma e tranquilla, ma “io ero amareggiata di questo fratello che era confinato”.
Omar è stato un grande provocatore durante il fascismo, è diventato un attivista molto importante in quegli anni, nominato anche in Lessico familiare di Natalie Ginsburg. Era amico di Amendola, Guttuso, Bertini e molti artisti dell’epoca, per non parlare della sua grande vicinanza a Togliatti. Lui sapeva tutto della Russia e diceva: “io, se vado là, il giorno dopo mi mandano in Siberia”. La figlia di Iris definisce Omar “un puro; lui non voleva compromessi, per questo non è diventato qualcuno. “Io soffrivo” confessa Iris “perché era lontano e non era insieme alla famiglia, insomma. Era diverso da noi. Ma mio padre era preso dagli altri figli”. I genitori parlavano di lui ma solo in privato “non si discuteva davanti i figli perché non dovevano farli star male […]. Io, siccome sono una persona che rispetta le idee degli altri, rispettavo anche quelle di mio fratello però ci ha fatto soffrire molto”. Ricorda che alcune notti la Polizia politica è entrata in casa loro e ha controllato anche i libri che Omar leggeva. “La mia mamma piangeva, soffriva” mentre il babbo non lasciava trasparire le emozioni, diceva: 'Io devo tenere i piedi in due staffe se no mi mandano via dal lavoro' ".
Per tutto il periodo che Omar è stato al confino non ha mai scritto lettere, anche se la famiglia aveva sue notizie attraverso altri confinati. Aveva rotto con la famiglia perché dovevano tutti condividere le sue idee, seguirlo e andare al confino con lui.
“Dopo dieci anni che eravamo a Lucrezia” continua Iris “c’è stato il concorso per il medico condotto di Fano e mio marito ha vinto a Fano e siamo ritornati là. Quella volta c’erano solo tre i medici a Fano”.
Durante la Seconda guerra mondiale è morto un fratello di Iris che faceva l’Ufficiale marconista.
“Noi, durante i bombardamenti, scappavamo di casa e andavamo nelle collinette, dietro la nazionale. Siamo stati sfollati”. Dei tedeschi invece Iris ricorda che “a Lucrezia buttarono giù tutte le case, dalla prima all’ultima, tutte […]. Una volta, abbiamo nascosto una tanica di benzina e i tedeschi ci hanno fatto il fuoco sopra […]. Ho avuto paura, in quei giorni”.
Omar è ritornato nel ’45 ma dopo il 1946 non ha più votato. Ha lavorato in alcune imprese ma non ha più voluto sapere dell’attivismo politico, “perché” spiega Iris “ha avuto delle delusioni”. “Ha lottato per avere la democrazia ma è rimasto deluso. Diceva: ‘Non mi mandate le tessere perché tanto non ci vado a votare’ ”.
Omar non si è mai sposato. La sua compagna è stata la figlia dell’onorevole Mancinelli, che era confinato insieme a lui, e alla quale dava lezioni di matematica. Ha vissuto con lei a Roma e insieme hanno adottato una bambina. E’ morto nel 1971.
“Mio marito, invece” ricorda Iris “dopo la guerra parlava poco di politica con me perché ne parlava con gli amici, così che io sceglievo autonomamente chi votare senza chiedergli consiglio. Tanto, io ero convinta della mia religione che allora diventava una idea politica […]. Nella nostra famiglia comunque le opinioni politiche sono di tutti i colori”.
Iris e il marito hanno avuto tre figli, due maschi e una femmina. Il più grande è medico generico, il secondo primario otorino laringoiatra all’ospedale di Fano e la terza ha studiato alle magistrali, ha insegnato per qualche anno, poi ha lasciato il lavoro per dedicarsi alla famiglia. “Sono stata io più severa del padre con i figli” confessa Iris. Ai maschi, però, si concedeva molta più libertà perché “nelle case della media borghesia era così”.
Iris non ha mai fatto la maestra “perché allora bisognava dare il concorso, studiare e allora, siccome io avevo i figli piccoli, la famiglia, ho fatto la madre. Avrei voluto provare si, però è un rammarico che si è presto dissolto con il lavoro famigliare. A me, infatti” confessa Iris “piaceva lavorare in casa, amavo cucinare a ho imparato sul famoso Artusi. Oltretutto, avevo un marito un po’ geloso, che non ha voluto farmi fare i concorsi, né farmi prendere la patente. Mi sarebbe piaciuto, però, perché sarei stata indipendente. Non me lo ha negato proprio esplicitamente ma me lo ha fatto capire […].“Io dovevo fare la donna di casa, la casalinga e la mamma, secondo l’ideale fascista”.
Anche a Fano Iris gestiva gli appuntamenti del marito e spesso lo accompagnava nelle sue visite.
“Non sentivo alcuna differenza con i contadini” commenta Iris “i contadini erano contenti così”, in genere mi sembravano contenti. Non li vedevo come persone povere, perché mi sembrava che il necessario ce l’avessero”.
Del progresso tecnologico, Iris loda il frigorifero, perché prima la carne si conservava nei pozzi e poi nella ghiacciaia. Invece la televisione, “mio marito non la riteneva necessaria” e la lavatrice l’hanno comperata tardi perché pensavano che non lavasse bene. Infatti a casa di Iris andavano “le lavandaie che venivano un giorno a lavare, poi lasciavano i panni nel sapone e il giorno dopo li ripassavano”.
Non hanno fatto vita mondana anche perché il marito era molto impegnato però andavano a teatro e a vedere l’opera allo Sferisterio di Macerata. “Io poi, ero socia degli Amici della Musica e con delle mie amiche facevo scala quaranta di pomeriggio”.
Hanno fatto qualche crociera, per esempio sono andati in Africa negli anni ’50.
“Fano, oggi” spiega Iris “si è allargata, ma il centro, pressappoco è rimasto uguale. Io l’ho sempre girata in bicicletta fino a poco tempo fa.
Iris pensa che rispetto aqd oggi una volta c’era “più unità, più solidarietà, più comprensione. Allora c’era la vera famiglia patriarcale, in cui il padre era il padre e la madre era la madre, mentre oggi la famiglia patriarcale non esiste più perché adesso i ragazzi cercano la libertà […] vogliono venire a casa quando pare a loro e vogliono andare dove vogliono loro”.
Conclude dicendo che “abbiamo lavorato, nel nostro campo, abbiamo lavorato tutti. Ma neanche i contadini hanno sofferto la fame, loro piangevano ma non è vero. Erano portati a fare i piagnistei ma da mangiare ce l’avevano tutti”.

 

Dati intervista
   
< ELENCO NOMI
< ELENCO LUOGHI
Cognome Nome
Conti Iris
Mestiere svolto
Casalinga
Data di nascita
15/02/1908
Data intervista
20 luglio 2007
Luogo di nascita
Pieve di Cento (BO)
Durata intervista
120 min
Temi principali
Famiglia, Lavoro, Matrimonio, Affettività, Guerra, Politica

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