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02 / MEMORIA OVER 90
 
MI HA PRESO IL PRETE
Francesco nasce il 28/02/1910 a Mercatale e, a parte 4 anni vissuti a Milano negli anni Sessanta, dove si era trasferito per lavoro, è sempre rimasto al suo paese.
I suoi genitori “erano tutta gente operaia, operai agricoli della terra. Quella volta non c’era da lavorare. Le giornate era fatica a farle. Quando sono nato io in famiglia eravamo 6/7, poi siamo rimasti in 5: due gemellini sono morti […]. Da piccolo andavo a scuola, ho fatto la prima fino a dieci anni perché non mi andava, non mi piaceva andare a scuola”. Quella volta, secondo lui, i genitori non sgridavano, e invece di andare a scuola “andavo giù al fiume a pescare il pesce… dappertutto. Il babbo andava via e ritornava alla sera tardi… è fatica, io ancora alla mattina scappavo via. Si andava a fare un fascio di legna in queste campagne qui vicino e si portava a casa, si dava una mano così alla famiglia, ma il lavoro non c’era in quell’epoca lì”.
Francesco rimane orfano dei genitori a 10 anni: muoiono di malattia, e quindi comincia a lavorare da don Astorre, il parroco di Mercatale: “A 10 anni m’ha preso il prete di Mercatale, m’ha preso lui come servitore. C’aveva la casa da mettere a posto, c’aveva il giardino, aveva i cavalli e tutte le cose e la pulizia della chiesa, è grande”. Rimane a lavorare con il prete per 25 anni circa. Non percepisce lo stipendio, “neanche una lira lì, ma solo il mangiare”. Essendo morti i genitori, si trova a dover aiutare tutta la sua famiglia; presta diversi servizi, ad esempio pulire le stufe. Ricorda che “sono andato io a dare l’estrema unzione al babbo” e aveva 10 anni circa. “Ho lavorato dal prete per una ventina d’anni. Mangiavo e basta […]. Dopo ho preso il servizio pubblico, come autista. L’arciprete aveva la macchina, io ho imparato a guidare, dopo la guerra”. Le sue sorelle, nel frattempo, si erano sposate ma la fatica è stata tanta “per forza non c’era nessuno” che li potesse aiutare di più. Ma la sua “Era una famiglia che andavamo d’accordo”, si aiutavano a vicenda: “Un po’ per volta, un po’ per volta”.
Francesco dice che i rapporti con il prete erano buoni: lo tiene come un figlio, e per consigli e suggerimenti si rivolge sempre a lui. “Mi diceva fai così, fa così…si capisce, è naturale… come uno di casa”. Anche il rapporto tra il prete e i parrocchiani sono stati buoni, anche perché don Astorre “Era tanto buono che, per esempio, lui diceva la messa e qualcuno pagava e qualcuno no…lasciava i soldi in giro e diceva: ’Guarda ci sono i soldi’… io non ho mai preso una lira e non volevo niente”. Con don Astorre e Francesco c’era anche la perpetua, che svolgeva tutti i lavori di casa, e preparava da mangiare per tutti e tre. Nemmeno lei percepiva uno stipendio, il prete le dava i soldi solo per fare la spesa. Anche con lei i rapporti erano buoni. Buoni anche i rapporti tra don Astorre e i contadini, che lavoravano i suoi poderi e che “gli portavano tutto… Era un prete troppo buono perché ai parrocchiani diceva: ‘Datemi quello che credete’ ”. Il prete era fascista anche lui, perché “quella volta non c’era altro”.
Di Mussolini non si parlava, non si parlava di politica. Al prete la politica non interessava. “Eravamo come una famiglia, tranquilla […]. Ha avuto da dire solo una volta e basta con uno che poi è morto. Non era successo niente”.
Le prediche di don Astorre in chiesa Francesco se le ricorda bene, era un po’ severo “toccava sempre. Si andava a sentire, ma non diceva niente nessuno, perché era breve. Si faceva capire”. Il timore e il rispetto era forte da parte dei parrocchiani, anche perché a lui andavano a chiedere posti di lavoro. Era “come quelli del Comune che mette a posto la gente… aiutava per quello che aveva”. Il grano gli rendeva poco 60/70 quintali e, dopo aver diviso con i contadini, a don Astorre rimaneva poco. Il contadino stesso fungeva da fattore. Il contadino “per lui sapeva fare bene… perché ruba. Lui raccoglieva prima e diceva che quest’anno ancora non c’era niente, non ha ancora fatto niente”. Ma, a parere di Francesco, il contadino aveva già raccolto per sé. “Il fattore non conveniva” e racconta di un signore che alla fine, a causa del fattore, perde tutto. “Sono tutti così. Anche allora avevamo fame. Non sono cambiate le cose, anche adesso fregano. Adesso però è peggio di prima. Adesso c’è ma quella volta… è fatica ragazzi…. La gente non si accontenta, se dai 10 lire, ne vuole 20 e la terra e le cose… ‘Ma non posso dar di più’ diceva don Astorre […]. E’ fatica”. Nessun commento per l’entrata in guerra dell’Italia nel giugno del 1940 anche perché “lì a Mercatale” dice Francesco “i fatti si vedono dopo… qui i fascisti hanno ucciso la gente, c’è una lapide lì del periodo. Sono stato anche in prigione” ma non ricorda bene il motivo… “Ho fatto il militare due anni a Ancona”. Lo mettono in prigione quando arrivano i tedeschi. “Io giravo e c’era il coprifuoco. Avevo i figlioli in giro”. La famiglia è sfollata, ma Francesco rimane con il prete giù in paese. “Io partivo e gli portavo da mangiare là”. “Alla sera ogni tanto scappavo via, attraversando il fiume, i tedeschi da in cima tiravano e dall’altra parte in cima tiravano gli altri. Io mi sono salvato per miracolo” e si commuove tanto che ricorda confusamente.
“Ho fatto una vita da cane. Una sera ho dovuto dormire a Sassocorvaro perché c’erano i tedeschi e non sono riuscito a passare… In quei momenti pensavo che era finita. Dopo un’altra volta una sera vado su e porto un salame (in spalla)” e incontra un tedesco. Dice: “I tedeschi: non c’era tanto del buono. Venivano verso gli sfollati da Urbino, c’era una strada morta, e si fermavano perché volevano il vino e le cose e gli davamo subito qualcosa per mandarli via se no… C’era un mucchio di paglia erano 24/24 tutti lì sotto nascosti. … Fascisti, tedeschi… non si capiva quella volta. I partigiani rubavano, hanno rubato tutto. Portavano via tutto. Ma sono morti tutti. Tutti morti […]. Era tutto un via vai, chi rubava là, chi rubava di là, tutto un casino. Io avevo un camion di roba di uno di Pesaro, hanno fatto pulizia. I partigiani, quelli del paese, tutto hanno preso. Ormai poretti sono morti”.
Sua moglie era di Mercatale e fin da giovanissimi si conoscevano attraverso i rispettivi genitori, “ci siamo sempre visti. Poi ci andavo una volta la settimana, avevo solo il tempo di andare in giro (per lavoro)”. Lei avrebbe voluto stare di più con il fidanzato, ma Francesco non ha molto tempo: lavora di continuo. “Facevamo un saluto dalla finestra e via… dovevo andare dal prete, andare via, quell’altro mi chiamava…”. Rimangono fidanzati per 6-7 anni, anche perché “ancora non era stabilito niente, se potermi sposare o no. La casa non l’avevo”. La casa, quella dove tuttora vive Francesco, la sistemano i futuri suoceri, che la ristrutturano tutta a nuovo.
L’8 settembre 1943 Francesco sta svolgendo il servizio ad Ancona: “Sono scappati via tutti.” “Io ho tardato un po’. Non sapevamo niente”. “Io sono riuscito a venire a casa a piedi da Ancona. Avevo qualcosa dietro per cambiarmi, ma allora facevamo alla meglio. Siamo passati per la campagna un pezzo per volta… siamo arrivati a casa”. Quanto alla caduta di Mussolini, racconta: “Noialtri non sapevamo niente. Gli americani poi li ho visti”, ma non si ricorda niente. “Sono arrivati poco dopo, partivano i tedeschi e arrivano loro”. Dopo la guerra fa l’autista pubblico e la macchina è la sua. Era una 124 e l’ha fatto per 60 anni ma “non si guadagnava bene. Mi dicevano ‘io devo andare a Pesaro e quando arrivavano dicevano ‘abbi pazienza adesso i soldi non ce li ho’. Poi vengo. Li ha più visti lei? Quando avevano i soldi andavano con la corriera quando i soldi non li avevano venivano con me. Mi ha fregato un sacco di gente.” Dopo sono tutti morti e se andavo a casa dai figli dicevano “Tu sei matto se devo pagare eh!”. Segnava su un libretto, ma cancellava perché tanto non pagavano. E quindi arrotondava prestando servizi di manutenzione nelle case e lavorando in campagna. Poi c’è stato un periodo in cui il lavoro era scarso, e quindi Francesco smette e si trasferisce per 4 anni a Milano, portando con sé un figlio. C’era un padrone, l’ingegnere Montagna di Mercatale che aveva vinto un grosso appalto a Milano assieme a un altro imprenditore meridionale, e quindi Francesco parte con il figlio e fa il sottocuoco a 400 operai alla mensa. “La mia famiglia a casa stava bene perché alla fine del mese ritirava alla posta il vaglia. Ho sentito la mancanza della mia famiglia, ma quella volta toccava lavorare, venivo a casa per le solennità, venivo a casa in bicicletta da Rimini…in un paio d’ore”. Poi ritornava a Rimini e restituiva la bici presa a noleggio e prendeva il treno per Milano. Non ha mai voluto trasferire la famiglia a Milano anche perché a Mercatale le cose cominciavano ad andare meglio. Inoltre, “La città non fa! Sto in campagna, mangio meglio, la città è fatica!”. E poi a Milano, ricorda Francesco, c’erano tutti quelli della “bassitalia che mangiavano più di me”. Finito il lavoro dell’ingegnere, Francesco ritorna a Mercatale, e il figlio che era stato con lui, decide di fare il carabiniere, e ora vive a Trieste: “Ha deciso lui di andare nei carabinieri. Ero contento o quello o quell’altro: qualcosa doveva fare”. Le 3 figlie femmine, invece, avevano le macchine delle maglie in casa e ricevevano il lavoro da una signora di Pesaro: le macchine erano state acquistate con cambiali. “C’era molto lavoro ma anche molta concorrenza” spiega la figlia di Francesco. “Portavamo i pacchi delle maglie a Pesaro con la corriera. Andavamo giù noi”. Francesco a volte aiutava le figlie nel trasporto ma non sempre, lui era impegnato con altre persone. La figlia ricorda che una signora di Mercatale aveva chiesto a Francesco di poterla portare a Riccione come sua assistente in un negozio di parrucchiera: per lui andava bene, ma per la madre no: “Io sarei andata ma i miei non volevano, più mamma era tremenda… guai… era un disonore, non volevano, guai al mondo. Mio babbo avrebbe voluto lasciarmi andare ma lei no. Eravamo 5 figli più 2 loro in 7 e a mangiare era dura!”, ma per fortuna sono sempre stati bene di salute, e quindi “abbiamo sempre lavorato. Ma guai al mondo, se fossi andata a lavorare lontano dalla famiglia. Mia madre era un tipo severo… Quelle donne dure”. La figlia più piccola, però, ha sposato un carabiniere di Castellammare di Stabia e si è trasferita a Roma. A riguardo Francesco dice: “L’ha portata giù! Mi è dispiaciuto molto ma ha fatto anche bene”. Oggi i due figli che vivono lontani da Mercatale, ogni anno vengono a trovare il padre e lo portano con loro a fare viaggi. A Francesco piace molto viaggiare, è stato a Trieste, in Slovenia, in Austria, mentre con la figlia che vive a Roma, ha visitato Napoli, Caserta, Pompei, Capri. A Pasqua di quest’anno, racconta, è andata a Bormio, a 3000 metri d’altezza e durante il viaggio, durato 9 ore, non ha chiuso occhio perché voleva “controllare la strada”. Quando può viaggia molto, da 3-4 anni a questa parte, da quando cioè è morta la moglie, dopo 8 anni di assistenza che le ha fornito, assieme ai figli, paralizzata da una parte, e impossibilitata a parlare. Francesco, commosso ricorda: “Non dormivo né di giorno né di notte”, e la figlia: “L’abbiamo assistita fino all’ultimo. Adesso accudiamo lui. Siamo tutti qui vicino”, e dunque Francesco non è solo.

 

Dati intervista
   
< ELENCO NOMI
< ELENCO LUOGHI
Cognome Nome
Corsucci Francesco
Mestiere svolto
Autista
Data di nascita
28/02/1910
Data intervista
6 novembre 2007
Luogo di nascita
Mercatale Sassocorvaro (PU)
Durata intervista
70 min
Temi principali
Lavoro, Famiglia

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