PANE E PAGLIA
Donini Ottorina nasce il 9 ottobre 1916 a Monterolo, una frazione di Pergola. “In famiglia eravamo quattro” figli, racconta. Felice del ‘3, Federico del ‘4, Rosina del ’13 e io. “Mi hanno messo nome Ottorina perché ero l’ottava nata, anche se quattro fratelli erano già morti”.
“Noi altri ci avevamo un pezzetto di terra del nostro”, ma “ma era pochino”, spiega Ottorina, e così “il mio babbo andava a fare l’operaio, e il bracciante a giornata”. Però, io il babbo non l’ho conosciuto per niente”, perché è morto durante la prima guerra mondiale”. “Mi diceva la mamma che quando è partito, avevo tre giorni e quando è successa la guerra, avevo pochi mesi”. “Il babbo le diceva sempre, tieni a conto la piccolina” “perché sarà l’appoggio della tua vecchiaia”, e “in una lettera, questo me lo raccontava mia madre, le diceva che c’aveva qualche soldo e lo doveva dare a me. Ma non si sono mai visti”.
“Mia madre”, ricorda Ottorina, “si chiamava Adelaide e aveva un bel rapporto con me, perché io ero la principina”. Però è stata dura crescere quattro figli senza marito e “non ha voluto sapere niente di altri uomini, soprattutto per rispetto nostro”. Per fortuna lei “era una donna che metteva allegria” e si adattava. “Andava da questi contadini a fare il pane, ad aiutare a mietere, questa roba così”. “La chiamavano dappertutto”. “Si andava avanti con la pagnotta del pane”. “La mamma pensava sempre al lavoro per farci mangiare un po’ meglio”. “Quando la mamma andava a lavorare, a casa con me stavano sempre quei vicini di casa, che ci portavano, capace, un piattino di minestra”. Quella volta “era pane e paglia”. Il pane “toccava farlo di casa”, ma “non abbiamo mai patito la fame”. Ossia “abbiamo fatto una vita dura ma non decadente”. In campagna c’era solidarietà, spiega Ottorina. “Le famiglie dei contadini ci aiutavano”, magari ci “davano un pezzo di formaggio fresco, la ricotta, queste robette”; c’era amicizia tra le famiglie. “La carne la mangiavamo poco, però c’era sempre il formaggio fresco, la ricotta, gli gnocchi e la polenta. Solo quando uno stava male si mangiava qualcosa meglio”.
Ottorina ha fatto la scuola elementare fino alla terza e a sette, otto anni, ha cominciato a lavorare da sarta. “Mi sono adattata da per me, dopo c’era una qui a Monterolo e ci sono andata un po’ per imparare al mestiere”.
Con l’inizio del fascismo, ricorda Ottorina, “Felice era proprio fascista sfegatato”, mentre Federico un antifascista. Non a caso, quando Felice ha avuto la femmina, l’ha chiamata Benita. Invece Federico “gli diceva agli amici, voi altri non ci pensate, che a mio fratello lo cucino io”. “Io invece andavo a scuola”, racconta Ottorina e “c’era la sottanina piegata nera e la camicia bianca fascista”. “Già pareva che ci avevamo qualcosa perché eravamo vestite come quelle benestanti”.
“Io ho avuto la pleurite”, prosegue Ottorina, “quando avevo sugli undici, dodici anni”. “Dopo il dottore non me l’ha capita per niente, dopo sono andata alla Pergola che credevano che sarei morta proprio”. Allora Brunella, un altro dottore, “mi ha detto che avevo una gran pleurite secca che era pericolosa. Dopo mi ha curato” e alla fine sono stata bene.
“Quando ero piccola”, ricorda Ottorina, a Pergola “si andava a vendere qualcosa a piedi, io e mamma”. “Vendevamo i conigli e le uova” al mercato, il sabato. Si partiva alla mattina presto, “sempre per il fresco”. “Eravamo solo noi due”, spiega Ottorina, “perché i miei fratelli lavoravano tutti”.
Felice, infatti, “faceva il calzolaio”, cioè “si era messo a fare il calzolaio, ma dopo teneva gli operai” e “gli piaceva il vino”. “Mi ricordo, infatti, che ci veniva uno ad aiutarlo ma gli piaceva tanto il vino a questa gente”, che “uno beveva, quell’altro si ribaltava”. Oltretutto, a lui piaceva la bella vita, aveva comprato una moto, erano tempi in cui “la gente pagava e non pagava”, e ha indebitato la famiglia. “Dopo, alla pora mamma gli toccava andare a pagare le cambiali”. “Mi ricordo io quando andava alla Pergola. Dopo, quello della Banca, era lui che teneva un po’ le cambiali ferme. Gli diceva, Adelaide, vai contenta a casa che io questa cambiale la lascio ferma. Te la mando più avanti”. “Figuriamoci la sua sofferenza”. Dopo, durante la guerra, Felice ha fatto il cantoniere.
Federico invece aggiustava le macchine da cucire, stagnava i tegami di rame, e“si adattava”, cioè “si ingegnava di tutto, del trattore, della benzina, delle cose così”; mentre Rosina, a otto, nove anni, come molte altre ragazze, è andata a servizio nella famiglia del dottor Catarozzi, poi, ha fatto la magliaia e sposato uno di Cagli.
“La mamma”, ricorda Ottorina, “era molto religiosa e alla sera dicevamo il rosario”. “Il mese dei morti”, poi, “c’era la messa alla mattina presto e lei poretta c’era sempre sempre”. Nelle superstizioni, invece, non ci credevamo, “perché erano tutte robe da quattrini”, usate solo per guadagnare.
“Quando io ero ragazza”, spiega Ottorina, “non avevo tempo libero”; oltretutto l’educazione era diversa tra maschi e femmine, perché i maschi erano molto più liberi. “La domenica andavo alla messa alla mattina e alla benedizione alla sera, e mia mamma, quando uscivo mi raccomandava” sempre un “comportamento buono” e “con gli amici, il rispetto”.
A ballare, si andava la sera dopo cena, il giovedì grasso. “Al giovedì grasso, al Carnevale, c’era il rosario la sera. C’era don Peppe”. “Stava sulla finestra, poi diceva, ragazzi ci avete i soldini”, “aspettate lì monelle che ve li butto giù io i soldi per andare a ballare”. Si ballava nella “casa che era della moglie di Catarozzi” in paese. Se no si facevano delle feste dai contadini “quando andavamo a scartocciare il granturco”. Le ragazze venivano sempre accompagnate da qualcuno al ballo, ricorda Ottorina, e “io c’andavo con mamma e con gli zii”. “Però non è vero”, commenta, “che gli uomini e le donne non si incontravano mai da soli”. “La possibilità c’è sempre stata”, “anzi, più le tengono a filo, e più, se possono, scappano”.
Di pretendenti, Ottorina ne ha avuti tanti, racconta; “ma volevo sempre andare un po’ meglio”. Tanti non andavano bene, perché “non ballavano bene” e perché “mi piaceva sempre la robetta un po’ elegante”. Gli uomini quando uscivano di sera bevevano molto, spiega Ottorina, e “il vino è peggio della droga”. Bevevano perché “facevano una veglietta, si raggruppavano un po’” e non c’era altro. Poi, magari, mangiavano anche poco.
Quando è scoppiata la guerra, molti ragazzi, racconta Ottorina, si “sono imboscati”. “Alla notte dormivano fuori, in un campo di grano, sotto la vite, così. Quando era una certa ora, dopo non li cercavano più, ritornavano a casa”. Solo Federico è partito per la guerra e l’hanno fatto prigioniero. Per un certo periodo lui ci ha scritto, tanto che una lettera l’abbiamo ritrovata a Pesaro otto anni fa, spiega Ottorina, poi c’è stato il silenzio. Mi ricordo che la mamma era molto preoccupata che il figlio fosse morto e quando lui è tornato “è stata una gran festa”. Abbiamo saputo che era salvo dopo “un pezzo che non si sapeva né se era vivo né se era morto”, spiega Ottorina. Poco prima del suo ritorno, infatti, “un parente del paese ci aveva annunciato che era a Pesaro”. “Alla notte, l’abbiamo aspettato giù per le scale” e abbiamo “fatto una gran festa fino a giorno”. “Chissà che ci pareva che l’avevamo visto. Pensavamo che non c’era più”.
Dopo l’8 settembre 1943, racconta Ottorina, “mi ricordo che c’erano questi ragazzi qui” che abitavano vicino, i figli del postino, che studiavano all’università, e gli dicevamo “nascondetevi sotto le frasche” perché c’erano i tedeschi e bisognava nascondersi. “Anche dei partigiani, però, avevamo paura”, commenta, perché “se sapevano che eri collegato” con i fascisti, “bruciavano la casa, facevano delle pazzie e allora c’era la paura quando si vedevano in giro”.
Durante la guerra, Ottorina si sposa. Il marito lo conosceva da tanto tempo “perché eravamo tutto un paese”. “Era una persona un po’ fina”, anche se ballava male, racconta Ottorina, faceva il muratore e aveva cinque anni meno di me. “Era più giovane e mamma non era tanto contenta”. Quando mi sono sposata, racconta Ottorina, “non ero più tanto giovane. Ero vecchietta”. “Abbiamo fatto le fiamme e il fuoco, perché non è che abbiamo fatto il fidanzamento tanto lungo”. Il giorno delle nozze, avevo “un vestitino che avevo fatto da per me con un pezzo di stoffa” di colore verdino. “Ci siamo sposati nella chiesa di Monterolo, poi siamo andati a mangiare giù a casa”, “una minestrina col brodo e basta”. “Dove andavamo? “C’era la guerra. E poi mio marito era un imboscato, lui la guerra non l’ha fatta”.
Dopo sposati, “siamo andati a vivere su in paese, in una casa semplice, che ha murato da per lui”. “Ce l’avevano data che era una capanna, noi altri l’abbiamo divisa con un tendone e siamo stati lì”.
“Quando sono arrivati gli americani, invece, abbiamo fatto festa, perché eravamo tutti contenti. Abbiamo fatto la pastasciutta con un po’ di amici”, “era una gran festa”. Quel giorno, Ottorina ha visto anche ragazzi negri per la prima volta e “non mi faceva bello, per quanto, pora gente, è come noi, anzi saranno anche meglio, ma quando è troppo però”.
Con la caduta del fascismo, ricorda Ottorina, per Felice non è cambiato niente. Lui “è andato avanti col suo bicchiere” e per quel bicchiere è morto negli anni ’60.
Dopo la guerra, la vita per Ottorina è ripresa tranquillamente. Il marito faceva il muratore, mentre lei tirava avanti la casa e faceva qualche lavoretto come sarta. La loro vita è stata semplice, non sono mai andati a teatro e non hanno mai fatto dei viaggi, nemmeno a Roma.
Solo una volta Ottorina ha viaggiato, quando è andata in Svizzera, a trovare il figlio.
Ottorina ha avuto, infatti, tre figli. Maria Laila nel ’45, Flavio nel ’49 e Giuliano nel ’57.
Maria Laila, che doveva chiamarsi Laila ma il prete non ha voluto perché era un nome russo e ci ha aggiunto Maria (ance se il marito di Ottorina non era un comunista), si è sposata e ora vive a Ravenna.
Flavio ha deciso di emigrare “perché c’aveva uno zio là” che si chiamava Settimio e dopo un po’ di anni anche Giuliano l’ha seguito. Hanno lavorato tanto “là”, racconta Ottorina, “questi figliuoli miei. Andavano a raccogliere le mele, che alla sera capace non ce n’era una, e la mattina era pieno pieno pieno”. Flavio, poi, con tanto lavoro, ha costruito una “grande attività là in Svizzera, con tanti operai”, ha avuto un infarto ma ora sta bene. Giuliano, invece, fa il geometra al Comune di Pergola e ha un’azienda di ceramica a San Michele.
Di politica, spiega Ottorina, non mi sono molto interessata. A votare, infatti, la prima volta, “ci sono andata, ma facevo la croce che lo davo a tutti il voto”, “per non sbagliare”. Con mio marito “si parlava”, ma lui mi diceva “hai da scegliere uno che ti piace”.
E sul voto alle donne, Ottorina sostiene che “le donne mica le dovrebbero fare votare? Perché mi sa che non sono sicure”.
Il marito di Ottorina è morto nel 1975.
Quando ha compiuto novant’anni, Ottorina ha voluto la carrozza con i cavalli “perché i cavalli a me mi sono sempre piaciuti tanto”.
Oggi, Ottorina vive sola in un appartamento di una grande casa dove abitano anche i suoi figli. Spesso, guarda la televisione e conclude: “io, quando parlano di guerra” in televisione oggi, “giro. È una cosa terribile. Perché io domando e dico, quei quattro capoccioni dovrebbero fare tra loro a bastonate. Chi vince, prende il potere. Invece deve andare tutta la gioventù in guerra. È brutta un bel po’”.
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Dati intervista |
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Cognome Nome |
Donini Ottorina |
Mestiere svolto |
Sarta |
Data di nascita |
9 ottobre 1916 |
Data intervista |
24/07/2007 |
Luogo di nascita |
Monterolo
Pergola (PU) |
Durata intervista |
80 min |
Temi principali |
Famiglia, Lavoro, Guerra, Emigrazione, Politica |

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