IL LAVORO TEMPRA
Ercolani Livio nasce il 7 settembre 1913 a Serra Spinosa, una frazione di Pergola. “Noi eravamo sette figli, entro uno spazio di dieci anni, perché il più grande era del 1905 e il più piccolo del 1918”. Il secondo era, infatti, nato nel 1907, il terzo nel 1918, il quarto nel 1910, “io ero il quinto”, e il sesto nasce nel 1915. “Noi maschi c’avevamo tutti nomi romani, Livio, Mario, Augusto, Ezio e Umberto, mentre le femmine Dosolina e Olga. Non ho mai chiesto perché (al babbo). Mia madre veniva da un paese vicino, da Pantana. La famiglia di mia madre stava abbastanza bene, perché erano commercianti di piante e servivano la ferrovia”. Erano tre sorelle e un maschio e la mamma di Livio era la più grande. “Mia madre è stata sfortunata, perché ha avuto una vena varicosa nella gamba che l’ha tenuta sacrificata per molti anni”; nel 1918 ha fatto un’operazione a Roma che non le ha portato alcun giovamento. “Mio nonno, il padre di mio padre, invece, si chiamava Mattia e il babbo, che era del 1869, era il più stimato dei figli, tanto è vero che all’atto della morte l’ha ricompensato lasciandogli qualche cosa di più degli altri”.
“Mio zio biondo, il fratello di mio padre” ricorda Livio, “ha fatto la prima guerra mondiale, ma era qui vicino (non al fronte) e veniva a casa, mi ricordo, con un cavallo dall’Umbria”.
“Noi avevamo un podere lì a Serra Spinosa” spiega Livio, “una trentina di ettari di terra, ma mio padre faceva il muratore, perché lui il podere non lo conosceva. Lui di agricoltura non sapeva niente. Mio padre era un capo mastro muratore e aveva costruito i ponti qui della ferrovia. Insomma, era un operaio specializzato e aveva un lavoro indipendente, cioè faceva i lavori a contratto, utilizzando cinque, sei, dieci operai al massimo. Quindi faceva lui, ma era responsabile anche di quello che facevano gli altri. Lui faceva anche case nuove, agricole, stalle - spiega Livio - e lavorava per i signori di Pergola: “mio padre partiva alla mattina presto perché anche lui andava a lavorare in bicicletta, così che se c’era qualcosa da correggere, prima ancora che arrivassero gli altri operai (la correggeva)”.
“La nostra famiglia” racconta Livio, “godeva un pochino di benessere (in più degli altri), ma la nostra vita è stata un po’ sacrificata perché noi maschi, sin da bambini, abbiamo lavorato in campagna, mentre le femmine stavano a casa con la mamma. Era la mamma il deus ex machina della nostra vita, perché aveva la responsabilità di tutto. È vero che mio padre, quando partiva la mattina, le dava un po’ gli ordini, ma era lei a gestire e a mandare avanti la campagna […]. Mamma faceva il formaggio, mungeva le pecore e soprattutto, controllava che i lavori venissero fatti come si doveva. Perché non era stupida, anzi sapeva anche leggere. Lei la mattina veniva a svegliarci presto, alle quattro e mezza, per lavorare. Noi figli dovevamo fare tutte queste operazioni di campagna, fare l’erba, raccogliere la ghianda, badare agli animali, eccetera; e tutto prima di andare a scuola. Ognuno di noi aveva i suoi compiti. Io mi ricordo, per esempio che, quando ero piccolo, mio fratello più grande già lavorava con l’aratro, già lavorava con i buoi”, aveva dodici, tredici anni; “mentre una volta mio fratello Mario, che era addetto alle pecore, si era stufato di andare con le pecore. Le ha prese e le ha portate al mercato qui a Osteria del Piano e l’ha vendute lui. Poi gli ha detto al fratello che era più grande: “Vai a riscuotere perché io le pecore le ho vendute!”. Noi sbrigavamo queste faccende - spiega Livio - dopo gli animali si andava a scuola, magari con le scarpe sulle mani, perché ci avevamo la scuola poco lontano, un chilometro circa. Poi arrivava il momento del lavoro nei campi, trovavamo degli operai, ma dovevamo seguirli. Io ero il più adatto a seguire questi operai. Ci avevo l’occhio un pochino più lungo. Quando c’era da fare i lavori straordinari, la mietitura, la battitura, la falciatura dello strame, la gente veniva a fare questi lavori, perché noi non eravamo buoni a falciare da ragazzi e ci voleva la gente robusta, gli uomini. Facevano a gara per venire - racconta Livio - e dopo si ricambiava. Venivano a giornata a lavorare, vangare i filari, potare le viti, eccetera”. Serraspinosa era un paesino abitato da settantadue persone. “Le donne aiutavano la mamma in casa e venivano apposta magari per mangiare il pane bianco. Perché erano contadini, ma la produzione era tanto misera che non gli bastava, mentre a casa nostra si stava un pochino meglio. La mamma poi si dedicava al pranzo e cercava di trattarli bene, anche per farli ritornare; oltretutto da noi c’era il vino perché c’erano tante viti. Si mangiava bene, carne, conigli, polli, arrosti, fritti, fagiolini, e mamma lavorava bene, perché ammazzavano molti maiali, quattro quintali circa, allora ci avevamo salsicce, tanti salumi e si condiva moltissimo”.
Qualcuno andava a chiedere l’elemosina a casa di Livio, soprattutto stracci e pelle di animali morti, pelli di coniglio e di animali da cortile. “Venivano con la bicicletta e con un sacco” e poi la vendevano ai mercati. “L’unica dominante era la miseria” spiega infatti Livio, “perché le donne erano rimaste vedove, senza mariti, dopo la prima guerra. Mi ricordo che babbo, quando erano le feste, gli mandava il fiasco del vino, anche il pane. Non era un’elemosina, era una cosa per fare una festa un pochino diversa rispetto agli altri giorni. Erano donne isolate che vivevano nella miseria e si mantenevano raccogliendo l’erba, pulivano i greppi, allevavano un coniglio, allevavano un maiale, perchè erano già vecchie (per fare altri lavori)”.
Per avere l’acqua “ci si doveva alzare alla mattina presto a portare l’orcio alla fontana” , perché la gente faceva la fila e ciascuno doveva aspettare il suo turno, soprattutto d’estate quando l’acqua scendeva a gocce.
“La vita era semplice ma noi eravamo bene organizzati” spiega Livio. “Per esempio, siccome noi avevamo sempre bisogno di scarpe, mio babbo affittò la casetta di fianco alla nostra, a un calzolaio un po’ zoppo che ci fece il laboratorio. Così “noi andavamo spesso appollaiati vicino a questo banchetto del calzolaio e lui lavorava e ci raccontava, mentre la moglie collaborava un pochino con mamma”.
I vestiti, invece, “prima uno prendeva quelli di quello più grande”, e comunque c’era una sarta in paese che li cuciva. “Il telaio non ce l’avevamo (all’inizio). La mamma faceva tessere, c’aveva una donna che faceva l’ordito. Perché servivano i sacchi per il grano, i sacchi per le coperture del bestiame che andavano fuori, le tele per le tovaglie. Dopo lì dove stava il calzolaio, hanno montato un telaio e mamma, qualche volta, ci perdeva il tempo. Si piantavano canapa e lino e poi si mettevano a bagno sul fiume Cesano” spiega Livio. “Filare mamma non era brava. Era brava a fare la calza per i figliuoli”.
A Pergola non ci andavano mai, tranne per andare a dottrina. “I mercati infatti, se si faceva qualche mercato, erano quelli di campagna, tipo a Osteria del Piano. Mi ricordo appunto che i miei fratelli, nel biroccio caricavano dieci o quindici maialini e li portavano alla fiera, insieme a pecore, montoni eccetera, però il fattore era la mamma”, era difatti lei che amministrava i pochi soldi che avevano. “E il sabato, era sempre lei che andava a fare la spesa un po’ generale, per la settimana. Ricordo un salvadanaio dove andavo a rubare i soldi, mi servivano per comprare i fichi, le arance, le castagne. Li portavo fuori con una molletta per i capelli”.
Il veterinario da loro andava poco, “perché le malattie non c’erano e la nostra casa era chiusa e protetta”.
La sera si facevano le veglie, “ma non eravamo tanti per la veglia. Perché babbo era stanco e andava a dormire presto, mamma lo stesso, poi la mattina ci dovevamo alzare presto”.
“La vita, nella nostra frazione era tranquilla” prosegue Livio. “L’unico scandalo, si può chiamare, era un uomo che si ubriacava e picchiava la moglie, ma niente di eclatante. Noi, abbiamo avuto benessere e salute in famiglia; in più abbiamo saputo accettare tutto quello che la vita ci offriva. Le cose più grosse che si facevano, erano le feste da ballo. Succedevano, però, delle gran cagnare, perché i ragazzi erano ubriachi e vedevano le cose storte”. Alcuni erano anche armati, “fortuna che non le hanno mai usate le armi”.
Per quanto riguarda la religione, invece, “mia madre ci insegnava il Padre Nostro, il segno della croce e basta. Mio padre niente perché lui non bestemmiava, non fumava, non beveva, pensava solo al lavoro”.
“Nel paese non c’era della gente che portava sfortuna”, afferma Livio a proposito delle superstizioni, “ma la mamma evitava di farci conoscere anche certe cose. Non metteva in urto uno contro l’altro. In casa nostra, poi, non c’era nemmeno il tempo a pensarle queste cose […]. Però, c’era l’invidia, perché una volta, mi ricordo, avevamo piantato alcuni filari nella vigna e abbiamo trovato, la mattina, le viti tagliate. Ci siamo rimasti male, anche se non è che ci portasse miseria perché le viti ce ne avevamo tante. Io penso che sia stato un uomo che aveva dato uno schiaffo a mio fratello, perché le pecore erano entrate nel suo campo”.
“C’erano molti che emigravano (quella volta). Per esempio” racconta Livio, “una sorella di mamma ha fatto fortunissima in America, perché suo marito, che mio nonno considerava un avventuriero, ha messo su una catena di alberghi. Anche mio padre aveva tentato l’emigrazione, cioè aveva fatto il passaporto per partire, invece poi ha rinunciato”.
“Nella mia famiglia siamo stati sempre tutti molto forti e in salute. Mia sorella grande si è sposata a sedici anni perché” racconta Livio, “era una ragazza già sviluppata e ha trovato da fare bene. L’altra ha sposato il figlio di un americano che aveva degli averi, ma è morta di appendicite perché il medico non l’ha riconosciuta. Ezio è l’unico, forse, che si è concesso delle trasgressioni, cioè beveva un po’ troppo perché il nonno ci aveva un po’ l’abitudine di praticare la cantina, e lo portava sempre con lui. Però non era un alcolizzato, anzi, lui dopo che ha smesso di lavorare in campagna, si è messo a fare il muratore ed era speciale per gli intonaci, per i soffitti”, ricorda Livio.
“Sono stato io il più sfortunato da piccolo” racconta Livio. “Avevo, infatti, sempre il male di orecchi, forse prendevo il freddo alla mattina, e la mamma ci metteva l’olio caldo, il latte caldo. Verso i dieci anni, poi, ho avuto un‘appendicite che mi ha portato alla morte. Si, perché il medico non la conosceva, metteva l’acqua calda, l’acqua fredda, l’acqua calda e non sapeva quel che era”. Un giorno la mamma gli dice: “Dottore non sarà l’appendicite?”, lui ha aperto gli occhi e mi ha portato in ospedale. Operazione immediata. Era peritonite, ero morto perché il medico mi ha aperto e mi ha richiuso così. Sono stato un mese all’ospedale con queste medicazioni giornaliere che erano come un rinnovo di questa operazione. Mettevano dentro queste stoppacce, perché bisognava assorbire questa infezione che c’era. E mi sono rimesso abbastanza bene ma non so come ho fatto a sopravvivere. Dopo, con questa famosa operazione che mi ha portato alla morte, mia madre che ci aveva la testa, dice: “Ma questo figliuolo può lavorare?”. Hanno pensato che fosse meglio non farmi stancare con i lavori della campagna, sicché m’hanno mandato nel collegio – seminario di Cagli”.
“Durante gli anni del fascismo” spiega Livio, “prima di tutto, mio fratello (grande) era il primo iscritto al fascismo e mi ricordo quando è venuto a casa, ci aveva la rivoltella. Babbo non voleva, perché noi non siamo stati politicanti; a casa mia non si parlava di politica e i miei erano moderati; quindi la cosa è rimasta così. Lui partecipava a queste riunioni ma non diceva né più né meno di quello che vedeva. Parlo del ‘22, e mi ricordo, più che altro, che c’era un fascista, un carabiniere che si chiamava Scavicchia, che i comunisti cercavano perché aveva ammazzato un comunista. Oppure mi ricordo i fuoriusciti e mi ricordo Giovanotti, un comunista, che è dovuto fuggire in Francia. Infatti, c’era qualche comunista che beveva troppo e parlava troppo, così dopo i fascisti lo facevano arrestare”.
Durante gli anni del fascismo Livio ha studiato. “Sono stato cinque anni in collegio e lì è stata temprata la mia vita, perché è stata una vita di sofferenze, però di soddisfazioni perché ho potuto svolgere quello che io veramente potevo pensare e sognare di fare. È stata una vita dura perché era freddo e il pane era contato, anche se io - spiega Livio - c’avevo la fortuna che c’avevo Ezio, che era più grande di me, mi veniva a trovare da Pergola a Cagli in bicicletta, questo la domenica quando lui non lavorava, e allora mi portava la fila del pane, le salsicce, prosciutto. Finito il collegio sono venuto a casa. Dopo sono andato in un Urbino. Ho dato l’esame, mi sono iscritto alle Magistrali e dopo lì è cominciata un po’ la vita serena, perché mio padre mi pagava la pensione […]. Sono diventato maestro, sono stato promosso a giugno”.
Livio di Mussolini aveva fiducia. “Io ero Istruttore dei balilla, c’avevo la squadra dei Balilla, facevo il sabato fascista, insegnavo alle scuole medie educazione fisica. Lo facevo volentieri. Facevo i saggi pubblici. Parlo del ’35, ‘36 e quindi io mi sentivo a buon agio con il fascismo, perché non c’era niente di straordinario […] Ero Istruttore dei Balilla - spiega Livio - perché io ho fatto i corsi di educazione fisica a Trento, Bolzano, per due anni, quindi avevo un’autorizzazione a insegnare alle scuole medie. Al corso eravamo trecento, a un compito sul fascismo era stato il migliore il mio, mi ricordo come fosse adesso […]. Mentre comandavo i balilla, un giorno, il preside del Ginnasio mi dice: “Senta io ho bisogno di un Segretario, lei mi potrebbe fare il Segretario?” Così ho fatto il Segretario per due o tre anni. Contemporaneamente mi sono iscritto all’università”.
Proprio facendo il segretario Livio conosce la sua futura moglie, Nella, anche lei di famiglia benestante. Suo padre, infatti, aveva quarantacinque ettari di terra e tre poderi. “Lei è venuta a presentare la domanda per la sua cugina. Allora io l’avevo vista già a passare, perché lei è più giovane” di otto anni. Allora ho avuto modo di scambiare qualche parola. Non l’ho corteggiata tanto ma la tenevo d’occhio e un giorno mi sono deciso di rompere il ghiaccio. Le avevo scritto, abbiamo deciso di fare un appuntamento a casa della zia e lì ci siamo incontrati. Però non è successo niente, insomma. Lei è rimasta molto sulle sue. Lei era già maestra” si era diplomata nel 1940.
“Dopo è successo così. Io sono partito militare e tutto è rimasto come prima. Nel 1942, infatti, ho fatto il concorso per la scuola e sono entrato di ruolo a Bolzano, ma sono stato richiamato e sono andato in Corsica . Mi sono imbarcato per la Corsica, il 3 gennaio. Facevo parte di un battaglione di trecento, trecentocinquanta uomini. Durante la guerra - spiega Livio - i soldati sono morti per disgrazia, non per la guerra, ovvero uno è caduto in bagno e si è rotto la spina dorsale e a un altro gli è partito un colpo dal fucile, solo per fare un esempio. Il che vuol dire che la guerra, per me, non è come pare, cioè pare che questi soldati in guerra muoiono tutti e invece per muoiono più, posso dire, con le disgrazie, che con la guerra”.
Quando Mussolini è stato arrestato, nel luglio del ’43, “mi è dispiaciuto, certo, perché io ero abituato a quella vita, così come la mia futura moglie ha pianto”, racconta Livio; mentre dopo l’8 settembre, “per me la guerra ancora non è finita perché l’esercito è rimasto compatto. Non ho aderito alla Repubblica Sociale perché in Corsica questa probabilità non c’era, però sono rimasto nell’esercito e combattevamo contro i tedeschi. Io, infatti, in quel periodo ero ufficiale al comando, avevo un sacco di responsabilità e mi occupavo del vettovagliamento dei soldati in tutti i paesi dell’isola […]. Posso dire di aver fatto un’unica azione di guerra dopo l’8 settembre e me la ricordo perché morì il mio Capitano. Un giorno avevamo l’ordine di occupare Bastia, perché i tedeschi erano venuti dalla Sardegna in Corsica e io ero in Corsica. Io ero ufficiale carrista e il battaglione mio era di rinforzo alla divisione Friuli. I tedeschi avevano occupato il posto di blocco che era un po’ fuori. Occupato il posto di blocco, hanno fermato tutta la colonna nostra, perché i carri non potevano entrare. Il nostro colonnello, però, ricevuto l’ordine di forzare il posto di blocco, ha dato l’ordine di attaccare, i tedeschi hanno abbandonato la posizione e noi siamo entrati a Bastia. Lì però la guerra è continuata, perché i tedeschi, nella notte, avevano occupato al porto due navi italiane e le avevano affondate. Dal porto, infatti, hanno cominciato a bombardare il colle chiamato Teghime, sopra Bastia, dove si era schierata la divisione Friuli, e alla fine, la divisione Friuli bombardata ha ceduto, e anche noi abbiamo dovuto prendere la strada della ritirata e siamo ritornati indietro. Era però una ritirata strategica quella durante la quale morì il mio Capitano, spiega Livio, così alcuni giorni dopo siamo riusciti a occupare l’isola. Poi siamo stati un mese in Sardegna, quindi sbarcati a Cassino, poi il battaglione mio si è fermato dietro la Linea Gotica e noi abbiamo operato dietro la Linea Gotica. Lì non avevamo più i carri armati, ma un compito di retroguardia, controllo ai magazzini, controllo ai carburanti, controllo al vestiario, al vettovagliamento, a tutte quelle cose di sussistenza alle forze alleate. Eravamo vicini ad Arezzo e mi ricordo che i partigiani non mi hanno fatto tanto piacere, perché loro operavano e dopo i tedeschi facevano le rappresaglie”, ossia “facevano stragi” e “bruciavano”.
“Io ho scritto poco alla mia futura moglie durante la guerra” confessa Livio, “perché ancora non c’era nulla di ufficiale. Io ero interessato, però non mi sono mai abbassato e non ho mai piegato la testa”.
“Dopo, quando sono tornato, mi sono trovato in un mare di guai. Perché le ragazze ce l’avevo un po’ di qua, un po’ di là e mi ero mezzo impegnato con una di Arezzo. Niente di serio però, qualche volta mi hanno invitato anche a pranzo, molto gentili, e poi, alla fine, quando sono ritornato a casa, non mi sono più curato di quello che era passato. Mi interessava l’avvenire. Ho detto: “non ho intenzione di legarmi con questa persona. Mi dispiace di avergli dato l’illusione, però ho bisogno di troncare tutto. Le ho scritto che non potevo impegnarmi per nessun motivo. Ero legato con troppe cose qua. Non volevo impegnarmi però alla mia futura moglie - confessa Livio - pensavo. L’ho pensata sempre come madre dei miei figli però, non come ragazza per cui potevo scapricciarmi. Questa, dico, è la donna, se mi va bene, come madre dei miei figli. Però ci avevo il tempo di perdere il tempo dietro Tizia, Caia e Sempronia”.
Nel frattempo Livio era entrato di ruolo a Bolzano e ha fatto domanda per tornare a Pergola. “Ho chiesto quindi subito il trasferimento, anche perché Bolzano un po’ mi preoccupava. Era una zona di frontiera. Ho quindi insegnato un anno a San Vito, dove c’era una ragazza di San Lorenzo che mi aveva messo un po’ nei pasticci e che, a un certo momento, mi ha messo un po’ alle strette. Però, siccome io, a fidanzarmi in casa, mai, l’ho dovuta lasciare e sono ritornato alla carica con Nella perché, lo ripeto, mi piaceva come carattere e l’ho scelta come madre dei miei figli. Quindi rispettare, amare, voler bene, sempre sempre”.
“Finalmente ci siamo fidanzati, siamo stati fidanzati due anni e ci siamo sposati nel 1947. Dopo le nozze, abbiamo fatto un viaggio di quindici giorni, a Bologna, Firenze, la Liguria, Sanremo, fino a Ventimiglia. In treno - ricorda Livio - perché la prima macchina, una Cinquecento, l’ho comperata, al ritorno”.
Nella ha fatto il concorso per l‘insegnamento nel 1948 e ha sempre lavorato come maestra. “Io ero contento perché la vita doveva essere un po’ più facilitata, anche se lei stava bene di casa”.
Livio ha insegnato per quarant’anni a Pergola e non si è mai laureato. “Ero iscritto all’università, avevo dato tutti gli esami, mi ci era rimasta la tesi e da discuterla”.
Nel lavoro Livio ha fatto sempre il suo dovere: “ho cercato di fare il possibile, non ho mai perso tempo perché io sono uno di quelli che il tempo non lo perde mai. Nella scuola, inoltre, non consideravo solo l’istruzione, perché per me l’alunno doveva acquisire una certa formazione e indipendenza della personalità anche nella composizione e formazione del pensiero. Era importante, anche come dovevano scrivere e per questo motivo io correggevo i mancini. Oltretutto, in campagna, io vedevo quegli operai che usavano il matraccio con la sinistra e mi facevano pena, mi facevano proprio pena nel senso della parola e allora ho sempre evitato. Mi piace a me quel bel gesto della mano destra”.
Nella e Livio hanno avuto due figli maschi.
Il babbo di Livio è morto di influenza asiatica nel 1958. “C’aveva la febbre e non ha voluto prendere niente”.
Il podere, dopo la morte del babbo, è stato diviso tra tutti i figli, anche le case di proprietà “Ci hanno pensato i miei fratelli” ricorda Livio. “A me mi hanno messo a cose fatte. Ognuno ha preso la sua parte, però è rimasto tutto in famiglia. Adesso lì c’è rimasto il fratello più piccolo e basta”.
Nel ’68 Livio ha sofferto per i suoi due figli. “Infatti, tutto quello che avevo pensato per i figli, ho dovuto ridimensionare tutto. Io avevo pensato per quello grande che doveva fare ingegneria e l’avevo mandato all’Istituto Scientifico a Fano, e quello piccolo doveva fare il professore perché era proprio portato all’insegnamento. Aveva una buona cultura classica, scriveva bene, poi ci aveva passione per la lettura. Professore di greco e latino doveva diventare, di quelli vecchi, non quelli moderni che hanno rovinato la scuola. Con il ’68, invece, non l’ho potuto mandare a Lettere perché avevo paura, erano anni burrascosi e mi preoccupavano per quelle lotte politiche dentro la scuola. D’altra parte, io ho avuto sempre antipatia per la sinistra e non dimenticherò mai l’aver sentito dire da un comunista, “i democristiani li impicchiamo tutti sotto il palazzo”.
Livio è andato in pensione a dicembre del 1970. “Non sono andato mai in permesso a scuola. L’ultimo anno ho chiesto una aspettativa di qualche mese a dicembre perché era subentrata la scuola a tempo pieno e a me non mi piaceva, non era per me. Era quarant’anni che avevo avuto le scuole serie e quella scuola da burattini non mi piaceva. La scuola quindi, quando è cambiata, posso dire di essere andato in pensione. Quando hanno cominciato a mettere dentro il sostegno e gli alunni cominciavano a prendere i vizi. Ero innamorato dei miei scolari fino a quando gli scolari erano scolari. Quando poi questa catena di rispetto tra il maestro e gli scolari non era più quella di una volta, il maestro si mette da parte. Con i genitori avevo un rapporto buonissimo - racconta Livio - quando sono andato in pensione, molto genitori mi sono venuti a chiedere di non lasciare i figli, ma sono stato irremovibile”.
“Io e mia moglie non abbiamo mai litigato, solo adesso succede qualche cosa, per i figli e per i nipoti. È stata una buona moglie, anche se per la cucina - commenta Livio - non ha pazienza e ha imparato poco dalla madre che era molto brava. Sono sessant’anni che siamo insieme”.
“Io da lui” spiega però Nella, “non ho mai ricevuto un complimento. Anche quando c’avevo dei vestiti o che, se lui stava zitto voleva dire che andavano bene, e se no mi faceva le rimostranze. Io poi, ho cominciato a capirle e le ho sopportate, ma certe volte (mi davano fastidio)”.
“Oggi” conclude Livio “io ho ancora un campo, due o tre ettari, poco, perché a me la campagna piace ancora tanto”.
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Dati intervista |
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Cognome Nome |
Ercolani Livio |
Mestiere svolto |
Maestro elementare |
Data di nascita |
07/09/1913 |
Data intervista |
24 luglio 2007 |
Luogo di
nascita |
Pergola (PU) |
Durata intervista |
120 min |
Temi principali |
Famiglia, Lavoro, Affettività, Guerra, Politica, Riti e costumi
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