LA SCUOLA SERALE
Feligiotti Teresa nasce il 9 agosto 1914 a Cagli. È la seconda di quattro figlie femmine, la più grande del 1910, la terza del 1916 e l’ultima del 1919. “Il babbo era capomastro, un muratore molto bravo” e lavorava con l’impresa Giachetti. “La mia mamma lavorava. Era una bustaia molto brava. Quella volta portavano tutti i busti. Lavorava con la sorella in casa”. Lei “ci teneva molto. Era una donna, diciamo un po’ così, moderna” nelle idee, “non era quelle signore retrograde. Assolutamente no”.
Quando il babbo muore, Teresa ha cinque anni. “I fratelli della mamma ci hanno tenuto in casa e hanno fatto a gara per poterci dire, in seguito, che il babbo non ci è mancato. E infatti facevano a gara chi ci poteva tenere meglio. Chi ci portava fuori, chi ci portava al mare, chi ci portava in montagna, chi ci portava a Roma”. “Ho avuto degli zii che come li ho avuti io non credo” che ne esistano “specialmente uno di cui non dico il nome”. “Se oggi sono come sono lo devo a me stessa che ho lavorato e molta parte ai miei zii che mi hanno aiutato”. “Loro avevano le possibilità economiche e c’era anche uno zio prete; la sorella del babbo, invece, non aveva i mezzi per aiutarci”. “Quando noi figlie, a turno, andavamo in vacanza con gli zii, la mamma”, ricorda Teresa, “rimaneva a casa”. “A me è piaciuto sempre viaggiare”. “Io a quindici anni giravo a Milano come giro a Cagli”. “La prima volta che sono andata a Milano non ho provato alcuna emozione, però mi piaceva la città”. “Io a Roma da giovane ci sono stata parecchio”. “Io, per esempio, i Castelli Romani li ho girati tutti a piedi o in bicicletta” con mio cugino. “Quando andavo a Roma ci stavo come minimo quindici giorni”. “Mio zio aveva fatto una villa a Grotta Ferrata”. “Non si sa quanto aveva speso e quanto era bella”. “Ero in contatto con una signora, una Contessa, e ci scrivevamo, ricorda”. “Non è che io mi sono fatta mai problemi”. “Quando andavo là mio cugino, l’ingegnere, mi portava alle conferenze”. “Dicevo che ero anche io iscritta all’università, al primo anno”, “per non far fare brutta figura a mio cugino”.
“La famiglia”, ricorda Teresa, “era molto religiosa e molto rigida con le figlie”. Però amava andare a teatro e possedeva anche un palco nel teatro di Cagli, almeno “fino a quando il Comune non li ha presi tutti”. “Era al terzo ordine perché noi non eravamo nobili. Ma insomma, ce l’avevamo”. “E all’età di cinque anni”, ricorda Teresa, “ho fatto la comparsa per l’opera lirica Lorelei”. “Io ero un’ondina del mare la quale doveva andare con una carrozzella, che facevo la barchetta, insomma, dovevo andare nello scoglio dove c’era Lorelei”. I veglioni erano “belli, belli”. L’organizzavano la Pro Loco e ci si andava con la mamma. “Lei poverina stava nel palco” mentre noi giovani ballavano.
Invece “non c’era la cultura per parlare di politica”. “Capirai mamma ci mandava alla mattina alla scuola, all’asilo, fino alle cinque della sera”. “Poi che sono andata alle elementari, quando finiva la scuola ci mandava dalle suore del Preziosissimo Sangue, fino alle sei della sera, a lavorare, a imparare a lavorare e a fare i compiti”. “Io e mia sorella più grande abbiamo lavorato sempre per aiutare loro”. “Io ho fatto la magliaia”. La sorella più grande, invece, ha avuto il diploma di scuola tecnica.
“Sono diventata maestra in questo modo, racconta Teresa. Quando è morto il babbo, Marina, la terza figlia, faceva le elementari. Dopo le elementari ha puntato i piedi, io voglio studiare. È diventata maestra e si è diplomata nel ’43. Ha vinto subito il concorso per la scuola rurale”. “E io, essendo magliaia, lavoravo in casa, andavo giù ad aiutarla”. La scuola era a Colle Sant’Anastasio. Era una scuola “rurale sperimentale”. “E quindi andavo giù a aiutare. E tutte le volte che veniva l’Ispettore, si chiamava Ciancaglini, vedeva che io ero lì e mi chiamava l’angelo tutelare”. “E allora diceva alla mamma, perché non fa studiare anche lei? Me la dia che l’aiuto io”. Così “ho preso il Diploma anche io”. “Come ho fatto? Ho lasciato naturalmente il lavoro e sono andata a studiare perché quella volta per avere il diploma di insegnante ci volevano sette anni. Quattro anni di inferiori e tre anni di superiori e quindi io le inferiori le ho fatto in due anni, le superiori in tre”. “Sono andata a Urbino a fare le magistrali. Mi spostavo con la littorina e tornavo spesso, quasi tutte le settimane”.
“Io nel ’41 ero già insegnante”. La prima scuola è stata una scuola rurale a Poggio di Acquaviva. 2Ci andavo a piedi e in bicicletta. Da lì hanno iniziato a chiamarmi “la Contessa del Poggio di Acquaviva”, perché mio futuro cognato per il compleanno mi fece una poesia con questa Contessa del Poggio”.
Durante la guerra, durante l’estate che non c’era niente da fare, Teresa racconta che faceva la scuola serale ai ragazzi richiamati, prima della partenza., per far prendere loro la licenza di quinta. Era il ’41-’42.
Nel ’42-’43, Teresa ha una nomina annuale a Monleone, una frazione di Cagli, molto isolata. “Ero alla dipendenza del Direttore Mariani, quella volta”. Era una scuola statale. C’erano tre classi, dalla prima alla terza. “E allora lì non si ritornava giù perché ci volevano cinque ore”. La scuola era dentro una casa di campagna e “io dormivo in una camera nella scuola”, racconta Teresa, “mi dovevo fare da mangiare e anche lì facevo la scuola serale. C’erano, infatti, donne che mi portavano a leggere le lettere dei mariti in guerra e io gli insegnavo a scrivere”. “Mi ricompensavano con i proventi della natura. Perché quella volta soldi non ce n’erano ovviamente e le cose non si trovavano. E allora chi ti regalava il grano, chi ti regalava la farina, chi regalava il formaggio, chi regalava l’ovetto. Insomma, si tirava avanti così”.
“Il giorno in cui l’Italia è entrata in guerra”, racconta Teresa, “io me lo ricordo”. “In piazza c’era chi urlava”. “Molti urlavano evviva evviva. Io no”. “Io non ho pensato niente. Non mi interessavo. Facevo scuola e basta”. “Mi ricordo che c’era” “il coprifuoco”, “tanto è vero che c’avevo una sorella che studiava a Bologna come Assistente Sanitaria e volevamo mandarle i soldi ma c’era la Linea Gotica e non si poteva. Una signora è andata su, la sorella di Alberto Mochi, andava su a prendere la sorella che stava male e volevamo mandarle i soldi, almeno cinquemila lira, ma diciamo, dove li troviamo?”. “Provo ad andare in Banca”. “Gli ho detto così, mi trovo in queste condizioni. Come devo fare. Ha detto, ha bisogno? Si. Ecco”. “Me li ha dati, però era già verso le cinque questo e io dovevo andare a portare i soldi a questa qui e c’era il coprifuoco. Non potevo uscire. Allora conoscevamo la figlia del primo maresciallo a Cagli”.
“Nella frazione di Monleone”, racconta Teresa, “c’erano i partigiani che mi volevano così bene che a me non hanno dato fastidio per nessuna ragione”, anzi “cercavo anche di portare le notizie” e di aiutarli. Una volta, c’era un ragazzo “che soffriva, c’aveva tutte le piaghe dietro la schiena che aveva preso il sole e io conoscevo Cini, un ragazzo, di Cagli. L’ho aiutato”. “La medaglia che mi hanno dato?”. “Non è che non ci tengo, per carità. Sono contenta di averla avuta, è quello che mi ha dato anche la possibilità di guadagnarmi un posto nella scuola, però stop”. “Io l’ho fatto come persona, l’avrei fatto comunque”. “Peli sulla lingua non li ho”.
Durante la guerra, tramite uno zio, Teresa fa domanda per entrare nell’Ufficio del Registro di Cagli. “E difatti mi mandò chiamare perché l’unica che era stata scelta, tra tutte le domande, era la mia”. “Però c’era il problema della tessera, ovvero dell’iscrizione al partito fascista. Il segretario fascista c’aveva l’amante della bassa Italia, ricorda Teresa, e che cosa ha fatto? A me non mi ha voluto rilasciare la tessera del partito fascista, a lei si ed è entrata lei”. “E allora sono rimasta senza niente. Però, essendo conosciuta a Cagli, sono andata, mi hanno chiamato, come impiegata all’Ente Comunale di Assistenza e lì ci sono rimasta per undici anni”. “Per me il maestro della vita è stato l’Ufficio. Proprio quello è stato il maestro della mia vita. Perché io ero un po’ minchioncella quando ero giovane”. Il Segretario mi diceva sempre “fatti valere”. “Tu non sei una minchiona nel mondo del lavoro. Diceva, fatti valere”. “E così ho imparato”. “Una volta, uno dei consiglieri voleva che firmassi un mandato di soldi che non era regolare. Io gliel’ho fatto, però ho detto “la firma la mettete voi”. Mi hanno brontolato. Allora sono partita e sono andata a Pesaro dal Prefetto e gli ho raccontato questo pezzo”. “Se lei ha capito chi di noi ha più ragione, scelga lei. Arrivederci eccellenza”. “Dopo mi hanno sempre stimato. Al Segretario devo molto. È stato lui a insegnarmi a fare i rendiconti per gli internati civili e i poveri”. “A tutti ho fatto l’assistenza, sia ai poveri, sia agli internati civili”. “Portavo loro soldi e anche cibo”. “Sono riuscita sempre a soddisfare tutte le necessità”.
Durante la guerra hanno distrutto tutti i ponti. L’ingegnere che li aveva costruiti, per il dispiacere, si è ammalato e è morto. “Insomma, io la guerra l’ho sentita si, perché la bomba è cascata davanti a casa ma noi non c’eravamo. Eravamo sfollati”.
Quando è stato arrestato Mussolini nel luglio del ’43 “i fascisti ne sono rimasti pochi”.
È all’Ente Comunale di Assistenza che Teresa conosce il marito, tanto è vero che “il Segretario diceva: è stato un incidente sul lavoro”. Anche lui è maestro e insegnerà a Pianello il primo anno, poi un anno a Pergola, nove anni a Frontone e diciotto-venti a anni Cagli, dove diventerà anche vicedirettore.
Teresa, nel 1955, farà l’esame orale e ritornerà ad insegnare nella scuola. La prima sede è Sant’Agata Feltria, poi mi hanno assegnato Macerata Feltria ma “ho conosciuto dopo” “il Preside di Fano che era il provveditore. Mi ha detto “chieda il cambio” e io a Macerata Feltria non ci sono andata e sono andata a Paravento, sempre una frazione di Cagli, con cinque classi”. “In seguito sono stata per due anni in campagna a Acqualagna, poi per sei o sette anni a Case Nuove, dopo poi ho chiesto il trasferimento da laggiù e sono andata ad Acqualagna centro”. Fino al 1975, anno in cui sono andata in pensione “perché quella volta ci davano cinque anni di abbuono”. Però “quando ero impiegata, mi davano una specie di stipendio senza essere regolare. Allora sono andata al Sindacato, quella volta era appena nato, allora una signora mi ha detto: “faccia una domanda al Ministero del Tesoro, si faccia mandare il conto””. E difatti è arrivato il conteggio “e dopo ho avuto lo stipendio regolare”. “Li ho riscattati quegli anni, li ho pagati, anche se la liquidazione non l’ho mai avuta”.
“Durante la mia professione di insegnante”, ricorda Teresa, “ho fatto sempre le pluriclassi anche se la classe più bella era la prima”. “Sono stata sempre una maestra di campagna mentre mio marito era quello di città. Con lui parlavo di scuola, anche se quando tornavo a casa, avevo sempre molto da fare”. I ragazzi “mi hanno voluto sempre molto bene” e alcuni di loro sono diventati avvocati, ingegneri e professori. “Io l’educazione e la disciplina riuscivo a insegnarla bene anche se lei capisce, l’educazione ce l’avevano fino a un certo punto, ma io riuscivo a tenerli a bada”. “A me piaceva il metodo Montessori e l’ho sempre usato”. “I ragazzi di campagna venivano a scuola regolarmente e volentieri, studiavano e pochi venivano bocciati alla fine dell’anno. Se lo erano, era per scarso rendimento, perché non ci arrivavano”. I rapporti con le famiglie erano buoni. I genitori si interessavano. “Vedevano che io non è che ho avuto delle discussioni con nessuno, quindi i ragazzi venivano volentieri. C’era una affezione diversa nei confronti delle insegnanti che ora non c’è più. La maestra era un personaggio. Per esempio il primo anno che sono andata a Fano, alla scuola Corridoni, mi avevano lasciato una prima, c’era un bambino difficile che si metteva sempre a piangere quando leggeva gatto che era il suo cognome, e con me non lo ha fatto più”. Non c’era discriminazione o differenza nei confronti delle maestre donne. “Assolutamente no”. “Io non l’ho avvertito”. Anche perché “quando c’era una cosa che non mi stava bene”, io “lo facevo presente”. Dentro la scuola “facevo come pare a me e non mi vergognavo a fare valere le mie ragioni ai Direttori e agli Ispettori”. “Io sono un po’ così, se non mi sta bene una cosa io te lo dico in faccia. Dietro non te lo dico”.
“Io a cinquanta anni ho preso la patente di scuola guida per andare a scuola per conto mio. Perché ero stufa di andare con le corriere e volevo essere indipendente”.
Teresa e il marito hanno avuto una figlia, oggi insegnante di matematica. “La mia è stata una odissea di figlia unica di genitori anziani”, confessa questa donna, perché la mamma non le ha permesso di andare a studiare al liceo di Pesaro né all’Università di Bologna. “Non volevo che stesse troppo tempo fuori da sola e ho preferito mandarla al Liceo scientifico di Pergola da uno zio, ricorda Teresa, e all’università di Perugia dove c’era Giovanna Laschi. Io mi sono sempre fidata di lei, ma non del mondo circostante”.
“Di politica, non me ne sono mai interessata”, racconta Teresa e nel 1946 “io ho votato il re”. “Non ero emozionata quel giorno, assolutamente no”. “A me non mi ha fatto niente”. “Ho scelto la monarchia perché lo zio prete diceva che il nostro posto era sotto la Chiesa, sotto il papato. Le forze cattoliche non è vero che erano tutte per la Repubblica”.
Oggi Cagli è cambiata molto e cambiata “in peggio”. “Cagli era una cittadina molto, ma molto, graziosa e bella perché c’erano le signore vere e proprie, che oggi non ci sono più”. “Perché non c’è più l’educazione”. “Per me non c’è l’educazione e la finezza che c’era una volta”. La colpa “è tutto l’urbanesimo che è venuto” e che ha fatto sì che le famiglie di campagna si siano trasferite in città. “Siamo rimasti in pochi delle famiglie che ancora hanno questo modo di vedere un po’ più, diciamo, elevato. Siamo rimasti in pochissimi”.
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Dati intervista |
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Cognome Nome |
Feligiotti Teresa |
Mestiere svolto |
Insegnante |
Data di nascita |
09/08/1914 |
Data intervista |
19 giungo 2007 |
Luogo di nascita |
Cagli (PU) |
Durata intervista |
90 min |
Temi principali |
Lavoro, Matrimonio, Famiglia, Tempo Libero, Affettività,
Guerra
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