Home Archivio delle voci  
  Giardini della memoria   Memoria over 90   Catturare le storie                  
Ecofox
imaGo online
ENGLISH
CONTATTI
PUBBLICAZIONI
CREDITS
ATTIVITA'
DATABASE
database
 

 

 
02 / MEMORIA OVER 90
 
SI STAVA TANTO BENE
Ferri Maria nasce il 23/12/1911 a Urbania, e si sposa a Sassocorvaro nel 1938, dove tutt’ora risiede.
“Sono nata in una famiglia patriarcale, eravamo 17/18 perché il mio babbo aveva 4 fratelli più una sorella”. Erano possedenti “c’era anche un bel palazzo, e c’erano i contadini… I possidenti di una volta. I proprietari […]. Prima c’era il mio nonno … e poi dopo il nonno è morto. Dopo c’era lo zio, era anche il capo e lui delle volte beveva e diceva: ‘Sono io il padrone qui!’”. In totale, ricorda Maria, “Eravamo in 10 tra me e i miei cugini. Lui voleva fare il padrone, era il più anziano. Io avevo 4 fratelli e io: 5. L’unica femmina ero io. I miei fratelli più quelli grandi hanno continuato a lavorare la terra, fino a quando non hanno cominciato a studiare. Hanno studiato a Urbania”.
Maria frequenta le scuole elementari in campagna a Urbania e poi viene messa in collegio a Sant’Angelo in Vado, dalle suore, assieme alla cugina Olga, con la quale manterrà un legame duraturo anche dopo sposate. Rimane in collegio per due anni, assieme alla cugina, dove impara a cucire e a svolgere tutte le altre mansioni domestiche.
I genitori avevano piacere che i figli studiassero, che non fossero dei contadini: questo soprattutto per i maschi, perché Maria, dopo i due anni in collegio, ritorna a casa e aiuta la madre nelle faccende domestiche: fa la pasta, il bucato e ricama il corredo: “A me piaceva ricamare”. Le sarebbe, però, piaciuto studiare, diventare maestra.
“Si stava tanto bene… andavamo alle feste nelle parrocchie”. Ricorda Maria che erano molto uniti, come una famiglia allargata “i maschi ci trattavano bene… ci volevamo bene”. “La mia mamma poretta, mi ricordo, lei un po’ ha dovuto soffrire. Dopo, l’altra cognata è arrivata, dopo di qualche anno. Quella era stata in collegio. Si era data alla tela”, perché non era abituata a fare i lavori in casa, ma c’era la serva che aiutava la mamma di Maria.
Maria rimane a casa per 10 anni, fino all’età di 24 anni quando si sposa. In questi 10 anni non lavora in campagna “Io in campagna non ho mai lavorato. Portavo da bere qualche volta ai contadini”. Il padre va alle fiere per vendere e comprare animali, Maria si ricorda di come i garzoni lo aiutavano, mentre per gli affari ci pensava un suo zio, “Ognuno aveva un suo ruolo”.
Di politica non si parlava mai quella volta e ricorda che si è cominciato a parlarne un po’ quando “c’erano i fascisti”. Il padre non ne parlava quasi mai, ma era molto religioso, come tutta la famiglia “Tutte le domeniche a messa senza meno… veglia e rosario tutte le sere. Tutti religiosi”.
Ricorda le veglie: la sera si riuniva tutta la famiglia attorno al camino assieme ai contadini e agli amici, molti parlavano della guerra, “del Carso, e che andavano con le mazzette”. “Venivano una sera sì e una sera no, venivano alla veglia i contadini di lì intorno. Da bere ne avevamo… intorno al camino. E noi invece, noi donne, la luce non c’era… non si stava senza far niente… le maglie”. “ Mio fratello più grande aveva comprato il cantastorie, tutte quelle canzoni cantava e stonava da matti… cantava per divertimento con i miei cugini”. Con i cugini e i fratelli, ricorda che si è divertita tanto. “I miei cugini, quelli che stavano in Urbania, figli di una sorella del mio babbo, venivano sempre d’inverno da noi e dicevano: “Oh facesse la neve così stiamo per un bel pezzo quassù” Erano simpatici, bravi”.
Dai 14 ai 24 anni circa, Maria svolge questa vita, poi conosce il ragazzo che diventerà il suo futuro marito, grazie alla cugina Olga che, sposata, si era trasferita a Sassocorvaro. Il suocero di Olga è convinto che per Maria possa andare bene Elmo. “Quella volta ci scrivevamo le lettere, i ragazzi facevano le dichiarazioni con le lettere”. Maria, che non aveva mai visto Elmo, lo incontra per la prima volta alla fiera in Urbania, dove la famiglia della ragazza è proprietaria di una casa, “Era molto alto, alto, aveva un bel viso. Timido, timido. Però prima avevo avuto tante richieste però…non ero fidanzata con nessuno, alla domenica capitavano lì, ci davamo del lei. E’ come voialtri… volevano fidanzarsi, si scriveva una lettera e si ringraziava, però non è che…”. A Maria non piace nessun ragazzo: “a me non sarebbe piaciuto andare ancora in campagna. Questo qui era in paese, insomma stava in questa casa, ma non era un contadino. Anche lui era un possidente”.
Elmo e il fratello, assieme al loro cugino infatti, dopo la morte del padre, gestiscono l’azienda di famiglia. Elmo non studia e si occupa dei suoi poderi, mentre il cugino diventa geometra. “Mio marito aveva la mamma e una la sorella che, poveretta, è morta a venticinque anni di polmonite. Allora eravamo fidanzati e ci siamo sposati un anno dopo. Anche perché la mamma di Elmo era rimasta sola, era morta sua figlia. Anche Elmo così si sentiva più libero, se no alla sera rimaneva sempre da sola”. Maria si trasferisce molto volentieri a Sassocorvaro “Ero contenta di venire qui in un paesino” perché c’era tutto. E continua a fare la casalinga e ricama molto “Dopo sposata ho fatto la casalinga e ho fatto 5 figli. C’era da fare lo stesso. Mia suocera era buona, buona, poretta, era giù perchè le era morta sta figlia, e io potevo fare come mi pareva. Lei stava in casa, andava alla messa e basta. Le lasciavo i bambini volentieri”.
Maria si sposa dunque nel 1938 e l’anno dopo nasce il primo figlio, e poi ha altri 2 figli; intanto arriva la guerra “Dopo c’è stata la guerra e per la guerra con 3 bambini piccoli sono sfollati in un podere di loro proprietà nel comune di Urbino” dove c’era ancora la casa paterna del marito “Mio marito si doveva sempre nascondere durante la guerra perché lui non l’avevano preso nel militare, una paura sempre…stava nascosto a casa, si nascondevano nelle soffitte pensi. Passavano ogni tanto i tedeschi. Dei tedeschi ricordo che portavano via tutto, venivano su in casa… la farina, il lardo, toccava nascondere le cose. C’eravamo previsti prima si sentiva dire, a nascondere ma trovavano tutto… Là dove siamo sfollati c’erano i partigiani, e questi facevano la guerriglia, avevamo paura anche per questo”. “Con noi alti, ricorda Maria, c’era un maestro che stava qui vicino, era venuto con noi, lui era fascista. Allora l’hanno portato via i partigiani in Urbino e poi l’hanno rimandato a casa scalzo… era una persona tanto per bene”. Non ricorda episodi particolarmente violenti. Di politica non si parlava tanto ma, ricorda, “il maestro ci diceva: “Non avete paura che noi vinciamo” Ma noi non sapevamo niente, non c’era la televisione”.
Alla fine della guerra, si profila però per Maria e la sua famiglia il periodo più brutto: tutti i loro contadini abbandonano il lavoro ed emigrano in Romagna “Questo è stato il periodo più brutto. Verso il ’46 a noi c’hanno abbandonati tutti. Sti contadini non volevano più lavorare la terra. Volevano più soldi e sono andati tutti verso la Romagna, verso Riccione e non verso Roma. Poretti, dopo ci sono venuti a trovare. Poi non ci faceva l’aria, erano diventati grassi e sono morti. Volevano più soldi e impiegarsi su. Eravamo preoccupati da matti perché ste terre a mandarle avanti, toccava pagare la giornata, i contributi … E’ stato un disastro per qualche anno. Dopo da qui ho dovuto andare tutti i giorni a far da mangiare a sta gente, a mezzogiorno, a colazione, alla sera. Noi abbiamo avuto tutta una gran rimessa. Dopo mio marito ha comprato il trattore per lavorare, verso il 1950/51. Dopo il mutuo i soldi non c’erano, toccava prenderli dalle banche. E’ stato un momento in cui c’hanno messo tutte le ipoteche nelle terre perché noi non pagavamo più i tributi. Dico sempre che mi ricordo di più questo periodo brutto, dal ’50 al ’60 così. Abbiamo resistito e a un certo punto abbiamo detto a quelli lì “Noi abbandoniamo tutto. Cosa dobbiamo fare?” I soldi non c’erano, era tutto un debito. Le banche non ci davano più neanche i soldi. Era tutto finito. Dopo, pian piano, si è aperta una via. Sa cosa mi toccava fare? Mio marito si era avvilito, arrivava da pagare e i soldi non c’erano. Proviamo a chiederli a quello se faceva il piacere a pagare 50/100.000 lire che quella volta era molto… Io le facce che ho dovuto fare per pagare questi mutui. Per un mese poretti facevano il piacere, ma dopo bisognava trovarli da un’altra parte. I miei figli avevano già cominciato a studiare e toccava pagare”. La famiglia d’origine di Maria non ha avuto questi problemi, e dunque aiutano lei e il marito a pagare i debiti. Dopo 10 anni circa le cose migliorano, i figli si sistemano e mandano a casa i soldi. Per Maria “Se fossero rimasti i contadini, le cose non sarebbero andate così. Noi andavamo avanti con la pensione della mia suocera, poretta, 10000 lire, da mangiare però non mancava, c’erano i polli.” In realtà le cose migliorano perché vendono due poderi e “Sto figlio che lavorava a Milano tutti i mesi mandava qualcosa, quell’altro figlio che è stato in collegio a Fermo, anche lui…”. Il marito si adatta a fare il contadino ma “non volevo che lavorassero in campagna, nemmeno i miei figli, perché si tribolava e basta”. Intanto, nel 1945 e nel 1951, nascono due figlie femmine.
Il rapporto con la famiglia d’origine di Maria è rimasto sempre buono; le continuano a prestare i soldi e l’aiuto non manca mai. La madre di Maria, però, non vuole che la figlia paghi gli interessi sui soldi prestati.
Maria è ancora legata a Urbania: “Ancora c’ho un fratello, i miei fratelli, tutta la famiglia dei miei fratelli. Mi vogliono un bene. Tutte le feste andavamo… Adesso sono diventata bisnonna di due bambini…Noi siamo stati legati molto, molto. Ripenso, ripenso, il più brutto è stato il dopoguerra. Io non sapevo dove sbattere la testa…la religione mi ha aiutata molto: “Signore aprite qualche via” poi, dopo, una volta ho trovato una signora qui del paese “perché si preoccupa tanto? Venga giù da me quando ha bisogno di qualcosa”. Lei aveva un figlio ingegnere e aveva il libretto, ma noi abbiamo venduto i poderi e la signora diceva che potevamo fare a meno di vendere, c’aiutava volentieri per coprire il debito”. Racconta Maria che il figlio di questa sua amica “si sapeva che aveva aiutato molta gente in paese, che faceva tanti piaceri, perché aveva molti soldi”. Trova dunque la solidarietà anche nel paese, oltre che nella sua famiglia. Maria restituisce sempre dopo un mese i soldi prestati. E’ sempre lei che cerca di risolvere i problemi “Mio marito non faceva niente. Era tanto avvilito, non era tanto aperto. Però faceva pena anche lui, perché sempre andava a lavorare in campagna. Aveva fatto la fede un filo era diventata… andava sempre in campagna, perché c’era le piante da curare. Dopo ci siamo ripresi. Sti figli sono cresciuti. E lui è morto nel 1981”. Ricorda Maria che un giorno il marito vende un podere senza dirglielo e versa in un libretto 7/8 milioni circa, che serviranno poi, dopo la morte di lui. Nonostante tutto, Maria rimane dell’idea che i suoi figli dovevano studiare. Le femmine vanno a studiare a Urbino per diventare maestre, e alloggiano presso una famiglia privata, amici di famiglia. Erano: “Ragazze tranquille e brave, che si accontentavano, senza pretese. Alla sera non uscivano. Non è come adesso. … non è che andavano nelle discoteche. Noi ci stavamo dietro”. Come madre Maria confessa che le sarebbe dispiaciuto se fossero uscite alla sera con qualcuno. “Non ero tanto contenta se andavano in giro. Non permettevo tanta roba, tante cose […]. Mio marito non si interessava tanto… facevo tutto io. Non è mai andato alla scuola dai professori. Lui andava in campagna […]. Se era una cosa brutta gli raccontavo, ma gli dicevo anche le cose belle, se passavano gli esami… Non c’avevano tanta confidenza, non è come adesso”. La figlia piccola per studiare va ad alloggiare dalla cognata di Maria a Urbania, e lì viene tratta come una figlia.
Verso il ’68 il marito di Maria acquista l’auto, una multipla: “Era tanto comoda. Si spendevano i soldi, ma era necessaria, per bisogno. Era meglio che non la disfacevano e tenerla per ricordo”.
In casa sua non si parlava di politica “Mi ricordo che i fascisti facevano le sfilate. Erano tutti presi anche i miei fratelli. Mio fratello era fissato anche lui… diceva che era stata una grazie di questo partito. Lo lodava un gran bel po’ Mussolini. Io non ho mai visto Mussolini. Quella volta erano tutti fascisti e poi non si poteva neanche dire. Facevano i dispetti”. Di politica dunque non si interessano, ma “forse i sindacati mettevano su i contadini, ma allora non stavano tanto bene quelli che l’avevano un po’ di terra”.
Del 2 giugno 1946 e del voto in generale, Maria ricorda che “Quella volta noi c’avevamo da fare da ridere quella volta in chiesa, in parrocchia, per portare a far votare la Democrazia Cristiana… Perché c’era il prete e tutte queste donne facevano adunanza. Sono dell’Azione cattolica… Mi sa che erano fasciste anche quelle. Io ero presidente, scrivevo tutte le volte che facevano l’adunanza che c’erano tante donne, che avevamo parlato di questo, di quello, parlavamo più che mai di religione però e ci dicevano di votare per Democrazia Cristiana” “Quella volta gli davamo peso a quelle votazioni, ma adesso no. Adesso non sai più chi votare. Si andava a votare e se c’era qualcuno che stava poco bene, c’era la macchina che ce li portava”.
L’attività di Maria in parrocchia è stata intensa: “Aiutavo a fare il catechismo insieme alle altre, ma dopo è finito tutto… dopo siamo rimaste solo noi anziane”. Le ragazze non frequentano più l’Azione Cattolica: “Non ne avevano più volgia nessuna”.
Maria ricorda qualche comizio, ma soprattutto i “fascistoni” e i “comunistoni” e li definisce così “perché erano gli accaniti”. Racconta di un tale che era chiamato “Peppone, comun istone” perché era “accanito” più di altri “Era tanto simpatico, da matti, ma era comunita!”. Quanto alle donne, racconta “Le mie amiche erano tutte di chiesa. Ma c’erano anche le altre, quelle dei comunistoni. Si sentiva dire una era comunista, rossa, bene… qualche donna era comunistona: ma non mi ricordo di episodi sgradevoli”. Nemmeno i figli di Maria si sono interessati attivamente di politica: “E’ passato tutto così… Noi di chiesa, per la Democrazia Cristiana ci tenevamo… Davvero adesso non si capisce neanche chi è meglio, chi è peggio”. Il marito era d’accordo con la moglie e le definiva “pie donne”.
Dopo aver trascorso il periodo più brutto economicamente, Maria e la sua famiglia si concedono gli elettrodomestici, siamo verso il ‘68 “La lavatrice l’ho comprata un po’ tardino. Prima la macchina, non mi importava la lavatrice, lavavo bene anche da per me. Dopo invece, ha fatto comodo. La lavatrice l’ho comprata da Peppone, quel comunistone. Aveva il negozio di queste cose… era onesto”. Quanto alla televisione, Maria racconta che prima di acquistarla: “andavamo a vederla da una mia amica che diceva: “Venite a vedere la televisione”. C’erano tutte le cose da vedere solo in un canale. Era già un avvenimento. Ci divertivamo”.
Il suo unico passatempo era far visita alla famiglia in Urbania, dove si recava con il marito con la moto “Dava piacere andare con questa motocicletta e poi caricavamo due o tre bambini… andavamo a trovare i miei genitori, soprattutto per le feste, più che mai a Pasqua e a Natale. Ci ritrovavamo tutti insieme, le belle fotografie con questi bambini ancora piccoli. Dopo però stavo bene anche qui, qui avevo sempre il mio da fare.”
Nella vita è stata la religione a sostenerla: “Mi giovava, mi dava qualche spiraglio, lo dico anche ai miei… ed ero più ottimista di mio marito”.

 

Dati intervista
   
< ELENCO NOMI
< ELENCO LUOGHI
Cognome Nome
Ferri Maria
Mestiere svolto
Casalinga
Data di nascita
23/12/1911
Data intervista
6 novembre 2007
Luogo di nascita
Urbania (PU)
Durata intervista
85 min
Temi principali
Famiglia, Lavoro, Guerra, Politica

Guarda il video

Installa Adobe Flash Player 9


Piazza Tre Martiri, 43 - 47921 Rimini / tel. 0541.434059 - 0541.434023 / fax 0541.434060