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02 / MEMORIA OVER 90
 
BIANCO DI FARINA
Pietro Fortunati nasce a Piticchio, frazione di Arcevia, il 29 giugno 1909.
È l’ultimo di quattro figli, nati rispettivamente nel 1897, 1899 e 1902. Il babbo e la mamma sono contadini. I nonni materni hanno un piccolo fondo, quelli paterni, invece, Pietro non se li ricorda.
C’era la miseria a casa; il babbo era emigrante mentre la mamma andava a giornata dai contadini. “Babbo andava a Roma, andava in Francia, in Germania è stato, a lavorare, ma non aguzzava un chiodo”, perché guadagnava poco ma aveva tante spese. “Mamma era sempre a lavorare da un contadino. Alla sera portava a casa, capace una pagnotta di pane di granturco”.
La sorella di Pietro, la primogenita, ha fatto la sarta; i maschi invece, da piccoli hanno fatto i garzoni dai contadini, poi "sono andati a finire tutti e due a Roma. Quello grande ci è rimasto a Roma. Aveva diciassette anni è andato… c’era una fiera a Grottaferrata, stava salendo sul tram quando è scivolato. È cascato tra il muro e il tram. L’ha macellato tutto. A diciassette anni è morto. È campato una settantina di giorni. Mamma è stata lassù due o tre mesi con lui”. Il terzo, invece, si è sposato, è rimasto vedovo “e ne ha presa un’altra a Roma. Ci ha fatto tre figliuoli. Un maschio e due femmine. Il maschio è morto e le due femmine ancora sono vive”.
Pietro va a scuola fino alla quarta elementare. “Mi è toccato lasciare andare di andare alla scuola. Al 29 di aprile, che la scuola c’era rimasto poco, mi è venuto a chiamare quel contadino che c’era da lavorare i campi, non c’era più il ragazzo che gliele mandava giù queste bestie, ha detto: ‘Se ci vieni, vieni oltre subito, vieni oltre’ e mamma mi ha fatto smettere di andare a scuola”. È stato doloroso ma “c’era da andare a guadagnarsi il pane quella volta. Dopo io non sono andato nemmeno a prendere i risultati, però la quarta l’avevo superata […]. Sono stato sette mesi da un contadino a lavorare con le bestie, a Palazzo di Arcevia […]. Dopo c’era mio fratello che era sposato con una vedova che faceva la contadina, sono stato altri sette otto mesi con mio fratello dopo, ho trovato con un ortolano. Sono stato tre anni con un ortolano. Questo ortolano non c’aveva i figliuoli, non ci aveva nessuno. Anzi, voleva che io fossi stato con loro sempre. Ma io c’avevo babbo e mamma ancora”. Quando l’ortolano lo manda via, perché “si vede che lavorava poco”, Pietro trova lavoro in un Mulino che era lì vicino.
Farà il mugnaio fino al 1970, anno in cui andrà in pensione.
Cambia quattro mulini in questi anni. Un anno a Palazzo, venti anni a Serra dei Conti, 6 anni a Marotta da Soldoni, tredici a Molino Vecchio di Mondolfo.
Il lavoro di Pietro è stato duro perché dentro il mulino “toccava fare tutto. Quello che capitava di fare”. Macinare, battere la pietra, portare i sacchi di farina sulle spalle, stare in mezzo all’acqua. “Si macinava, bisognava stare attenti alla macina”. Si batteva la pietra che pesava venticinque quintali. Ci volevano due ore per batterla, di solito si faceva la domenica, quando non c’era la gente. “A batterla non era tanto faticoso perché c’erano le martelle. Le martelle come un coltello tagliavano”. La farina, anche “un quintale e mezzo me l’ho caricata sulle spalle”. D’estate e inverno, poi, bisognava stare in mezzo all’acqua “a chiudere, a fare la parana, a mandare giù l’acqua” nel mulino. “Anche le mezze giornate stavo su per il fiume […]. Non è che ho goduto”. Oltretutto, Pietro lavorava tutto il mese, tutto l’anno e non ha mai fatto vacanze né ha mai avuto le ferie. “Una volta non usava le vacanze. Né vacanze né ferie e né quattrini di ferie. Non usava niente. E io non ho mai avuto le ferie. Non le ho mai avute e nemmeno me le ha pagate mai. Quella volta i lavori non c’erano. Bisognava anche stare zitti perché se ti mandava via non lo ritrovavi il lavoro”. “C’erano i sindacati ma non controllavano niente”. “Nel ’37 ho cominciato a pagare i contributi perché è venuto un Ispettore” che ha obbligato il padrone a metterlo in regola entro otto giorni. “Lo so che avevo diritto però se brontolavi diceva: ‘Levati dai coglioni’, ti licenziava”. La paga poi non era molto alta. All’inizio, a Serra dei Conti, Pietro guadagnava 600 lire all’anno. Non era tutto regolare dentro il mulino; ogni tanto, infatti, il padrone, rubava qualche chilo al contadino, quando si pesava. “Cosa gli dovevo dire, toccava stare anche zitti”.
Durante il fascismo, la vita di Pietro non è cambiata. “C’erano i fascisti ma se uno non si impicciava…. A me non mi ha mai detto niente nessuno. Ho sempre camminato liberamente […]. Non sono mai stato iscritto a niente”.
“Mussolini era costretto a fare quello che gli diceva Hitler”, racconta Pietro. “Perché c’era un motivo. Del ’36 c’è stata l’Africa laggiù, Addis Abeba. I tedeschi lo hanno aiutato a Mussolini a prendere l’Africa laggiù. Dopo non si poteva staccare più”.
“La conquista dell’Africa era giusta” racconta Pietro “perché Mussolini la voleva prendere per farci andare a lavorare gli italiani. Mica aveva torto lui, Mussolini, aveva ragione perché in Africa c’era il lavoro per parecchia gente, per parecchi operai”.
Durante la guerra Pietro è stato due anni in Germania a lavorare alla Bosch, dal settembre del ‘41 al 15 giugno 1943. Emigrare per lui è stata una necessità “perché il mulino non aveva più bisogno dell’operaio”. C’era la tessera, la farina la si andava a prendere al mulino a cilindri, e il padrone riusciva a tirare avanti il mulino con i figli senza bisogno dell’operaio. E poi, “a Serra dei Conti adesso, ci saranno duecento fabbriche, anche di più”, mentre “quella volta non c’era niente. Piantavano il grano e i foraggi per le bestie e basta”. “Allora eravamo tre, quattro amici lì al paese. Una Domenica decidiamo di partire e il giorno dopo, con la bicicletta, andiamo ad Ancona. Lì incontriamo la delegazione tedesca della Bosch che cercava gli operai. Ci ha fatto firmare il contratto, ogni cosa. Ha detto: ‘Fra quindici giorni partirete’ e infatti dopo quindici giorni ci ha chiamato. Siamo partiti, siamo andati là in Germania e siamo stati quasi due anni […]. Quella volta si produceva per la guerra”, si faceva di tutto. “Essere rimpatriato è stata una fortuna” commenta Pietro “perché ero stato appena in licenza in Italia e non mi sembrava il caso di ritornarci subito . Dopo io avevo cominciato a pensare, la guerra avanzava, gli americani sbarcavano laggiù in Sicilia. Ma, dico, ma sarà meglio andare a casa? Sarà meglio andare a casa?. Allora sono andato all’Ufficio del Lavoro lì della Ditta, gli ho detto: ‘Liquidatemi, datemi quello che mi spetta che io vado via”. Ha detto: ‘Ma per te gli incartamenti non l’hanno fatti’; c’erano i tedeschi sulla porta che non ci facevano uscire, perché non avevo i documenti. Per fortuna il capo campo italiano è andato a parlare con i sindacati tedeschi e alla fine mi hanno lasciato libero”. Dei quattro amici di Pietro, però, uno non riesce a ritornare in Italia fino all’aprile del ’45, quando sarà un testimone di Piazzale Loreto. “Ha detto che ha visto Mussolini a gambe all’insù, legato, con la testa ingiù […]; la gente lo sfotteva a Mussolini ma Mussolini era morto”.
Una volta rimpatriato, Pietro rimane a casa due o tre mesi, poi viene richiamato nel sesto artiglieria a Bologna, dove rimane 35 giorni, fino all’8 settembre. “Dopo l’8 settembre sono riscappato via e sono venuto a casa. E non mi ha cercato più nessuno”.
L’8 settembre “ero di guardia vicino alle due torri in via Rizzoli. Ero di guardia lì, c’era una confusione di gente dentro la città che non finiva più […]. Da lì abbiamo lasciato andare il servizio, abbiamo visto che abbandonavano tutti i servizi i soldati. C’era un caffè chiuso in uno scantinato e là ci siamo rifugiati. Dopo alla notte è passato un ufficiale che non era del reggimento dove ero io e ci ha fatto riprendere il servizio fino a verso le quattro, le cinque della mattina. I tedeschi rubavano le armi ma noi le avevamo nascoste nello scantinato. Nello scantinato c’erano due rampe di scale. Di sopra c’erano gli uffici. Chiediamo ai borghesi dei vestiti e questi ci aiutano. Una volta vestiti in borghese, prendiamo il treno per tornare a casa. Alla sera alle nove ero a Senigallia. Abbiamo preso il 31 e siamo venuti a casa”.
Dopo l’8 settembre “a me mi è venuta l’idea, una volta, di scappare in montagna”, ma “dopo è capitato a Arcevia, lassù, che ne ha fucilati una settantina”, perché i partigiani avevano ammazzato due, tre tedeschi. “Ogni tedesco”, infatti, “ammazzava dieci italiani. Come capitava li prendeva”. Allora “io non mi sono mosso più da casa, non mi ha detto più niente nessuno, sono stato tra i tedeschi, sono stato tra gli americani, sono stato con i soldati italiani, c’ero quando passava il fronte e non mi ha detto niente nessuno”. Dopo sono arrivati gli americani e “ha finito”. “Che ha finito la guerra erano contenti tutti, si capisce, perché aveva stufato la guerra. C’era gente che moriva, la miseria c’era”.
Pietro si sposa nel 1934. “Ho sposato una, ci sono stato 35 giorni assieme. La prima si è ammalata, gli ha preso la polmonite. Cinque giorni di malattia, è morta. Aveva 22 anni. Dopo sono stato quattordici, quindici mesi prima di trovarne un’altra. Di sposarmi. Ne ho trovata un’altra, ne ho presa un’altra. Con quell’altra ci sono stato 54 anni. Ha fatto due bambini, uno è campato un giorno e uno è campato quattro giorni. Perché quella volta non c’era né incubatrice, non c’era niente; nasceva, lo mettevi lì nel lettino e se muori, muori, se campi, campi. Non c’era niente”. Per ogni figlio morto la moglie di Pietro ha allattato due anni. Dal ‘37 al ‘39, dal ‘40 al ‘42. Ha fatto la balia a quattro bambini, uno di Senigallia, uno di Montecosaro, uno di Jesi, uno di Barbara. “Mia moglie andava a lavorare dai contadini” vicino, ma “non guadagnava niente”. Se lavorava tutto l’anno “gli davano un quintale di grano”. La famiglia di Pietro era religiosa “io andavo alla messa quando c’era tempo. Mia moglie ci andava sempre […].“Dopo si è ammalata. Gli ha preso l’artrite deformante” e alla fine si è ridotta in una carrozzina. È morta nel 1990. “Dopo che è morta lei io sono stato quindici anni da solo. Poi è arrivato un certo momento che la macchina non la potevo portare più perché non ci vedevo più”. La patente Pietro l’aveva infatti presa dopo che era andato in pensione perché prima “non ci avevo il tempo di andare alla scuola”. Viaggi lunghi, lui, non li ha mai fatti ma “andavo a Mondolfo, andavo a Serra dei Conti, in Ancona sono andato qualche volta e tante volte anche giù al mare […]. Ho guidato fino a una novantina d’anni […]. Mi ha accudito per cinque anni una vicina di casa e dopo lei non ci veniva più, si era stufata e la macchina l’ho data via, l’ho regalata che ancora ci aveva sessanta mila chilometri, ancora era buona”.
Ora Pietro vive nel ricovero di Mondolfo e la sua casa a Molino Vecchio l’ha venduta al suo infermiere perché mantenerla era un costo troppo grande.

 

Dati intervista
   
< ELENCO NOMI
< ELENCO LUOGHI
Cognome Nome
Fortunati Pietro
Mestiere svolto
Mugnaio
Data di nascita
29 giugno 1909
Data intervista
8 giugno 2007
Luogo di nascita
Arcevia
Durata intervista
75 min
Temi principali
Lavoro, Matrimonio, Famiglia, Politica, Emigrazione,
Guerra

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