IL LOCOMOTORISTA
Gengotti Francesco nasce a Perticara, una frazione di Novafeltria, il 26 dicembre 1916. “Mio padre faceva il minatore. Però abitavamo a due chilometri da qui e allora avevamo un pezzo di terreno” di cinque, sei ettari e anche le bestie”. “Mia madre ha avuto tredici figli. Nove vivi e gli altri invece morti”. Era fatica “perché lo stipendio era minimo minimo”. “Mio padre prendeva al massimo 11 lire”. “Lo stipendio non era sufficiente a niente perché le famiglie erano tutte famiglie grosse quella volta”. “Con lo stipendio che prendeva mio padre si riusciva appena a mangiare a mezzogiorno”. Si mangiava la “roba che dava la possibilità il campo”. Alla domenica si andava nei macelli e si comprava il castrato per farci il brodo.
Da bambini “ci alzavamo a lavorare con la vanga”. A dieci anni “mi alzavo e fuori con le pecore. Se no a zappare nel campo”. Alle otto di mattina andavamo a scuola, due chilometri a piedi”. Dopo pranzo, “si andava nella macchia a fare quella fascinina, un po’ di legna”. “La seconda e la terza” elementare, racconta Francesco, “l’ho fatta in un villaggetto”, Francescone era chiamato. “E poi dopo le altre scuole le ho fatte qui”. “Dopo la quinta elementare ho frequentato una scuola serale dove uel diploma che ti davano era come la sesta”. In casa, erano le donne che si occupavano degli animali. Il lunedì, che era giorno di mercato “andavano a vendere il pollo, il cappone, le uova” e “prendevano le aringhe, il baccalà, quelle cose che costavano molto molto meno e si mangiava un pezzettino per uno”. Con un nuovo fritto, ricorda Francesco, si mangiava in tre, per esempio.
I ragazzini non uscivano tutti i giorni. “Uscivi alla domenica e basta” e si andava alla messa a Perticara. Non si andava al bar e all’osteria come oggi. Come divertimenti “andavamo a tagliare i bottoni alle fodere del letto” stese fuori “e si giocava a palline.
Le ragazze si incontravano a scuola e alla messa ma noi “eravamo molto molto indietro” rispetto ai ragazzi di oggi. “Fino a dodici, tredici anni eravamo chiusi in noi stessi”. In casa non si parlava di niente “perché c’era il rosario da dire e basta”. A casa “parlavano di interesse, parlavano di miseria”. I soldi servivano per mangiare, per vestirsi e per le ragazze che dovevano farsi il corredo.
“I contadini stavano meglio perché lavoravano con meno pericolo se no stava meglio l’operaio perché guadagnava un tantino di più”. “Io sono stato sempre in mezzo ai contadini”, ricorda Francesco, “perché finivo di lavorare e andavo a vangare”.
Francesco inizia a lavorare come minatore a quindi anni. Decide di andare a fare questo mestiere “perché noi altri eravamo figli di minatori” e “si guadagnava qualche soldo in più” con questo lavoro. Mio padre, racconta, andò dal Direttore e dai capiservizio a dire “io c’ho questo ragazzo, un ragazzo bravo, un ragazzo sveglio e ho bisogno di farlo lavorare”. “Quando mi chiamarono indossai gli zoccoli di legno perché ero piccolino e mi facevano più alto”. I primi tempi il mio lavoro consisteva nel fare i pani, ossia delle pagnotte con il minerale. Questo è stato il primo incarico. “I primi tempi che ho preso il lavoro, nel ’32, prendevo 3 lire. Poi 3,72 a quindici anni, a sedici anni 5,10, fino a diciotto anni”.
“Io ho incominciato a lavorare sotto la Montecantini nel 1932. Ho lavorato sul Certino circa tre anni e poi ho lavorato a un pozzo chiamato Parisio”, dove “si distribuivano le cerniere per l’interno”, ossia i genesi, “per riempire i buchi che c’erano nella miniera”. “Io facevo lo screperista” e avevo tre operai. Si riempivano i vagoni dei genesi, ossia delle bruciaglie., quel materiale che va a finire nell’interno, dove levavano il minerale e lo riempivano di questo per la paura della frana. “Ho lavorato lì cinque anni”, “con tanto orgoglio”. “perché percepivamo lo stipendio” come i minatori nell’interno. “Eravamo a cottimo quella volta, era chiamato bedò. Era un cottimo. Chi aveva la salute” e poteva “lavorare di più, guadagnava di più”.
La miniera era pericolosa, ricorda Francesco. Quella volta era così: “l’operaio che partiva non si sapeva se poteva ritornare”, perché tutti i mesi succedevano delle disgrazie. Duecento, trecento persone sono morte nella miniera. Nel 1934 c’è stato un incendio grande. “Avevano chiuso la miniera”. Io, in quel periodo, ero “a quel pozzo, alla corsa chiamata. Che prendevamo vagoni pieni, li portavamo nelle tramoggie, di lì li si vuotavano con dei rovesciatori e andavano questo minerale tutto in questo cantiere Certino che lì c’erano i forni, i calcheroni” e così via. “Dove c’era tutta la fusione del lavoro. Il ricavato, insomma”. Al telefono mi dicono di mandare giù la gabbia libera. È venuta su, “c’erano tre morti nella gabbia. Quelli che erano stati bruciati nell’incendio”. “Un disastro”. “Perché c’erano tutti questi infortuni? Perché la caporalanza” “ti faceva sempre fretta” “Per forza di cose venivano commessi degli errori”. Il pericolo “maggiore era proprio nei tagli. Dove usciva la produzione, insomma”.
“Nel 1938 sono stato chiamato di leva, sotto le armi”. “Ho fatto diciotto mesi a Bologna, però stavo bene perché ero in ufficio”. “Facevo lo scritturale e” “andavo a prendere le poste e li portavo in ufficio e si protocollavano”. Questo fino alla fine del 1939. Poi, “invece di congedarci, ci hanno trasferito in Africa settentrionale, ossia in Libia. Lì ho fatto 38 mesi, circa quaranta mesi. Sfinito, proprio non se ne poteva più”. Il deserto libico era un disastro, perché era caldo, c’era il vento e tanti animali, soprattutto le mosche. “Non dormivamo nelle caserme ma in piccoli paesi”. “Scrivevo a casa tutte le settimane”, ricorda Francesco, “perché la mia famiglia era molto legata e in più ci avevo la fidanzata”. “Poi abbiamo fatto la ritirata, siamo ritornati a Tripoli”. Era caldo e “avevamo un casco nella testa” per ripararci. “Per fortuna mi hanno dato una licenza premio per anzianità di colonia, questa licenza premio mi ha portato a sette cieli”. “Poi sarei dovuto andare a Napoli”. “Nel frattempo la società Montecatini disponeva degli esoneri. Io ho avuto la fortuna di essere esonerato dal militare e chiamato dalla società come militarizzato”. “Abbiamo fatto dal ’42 al ’44-’45 come militarizzati. Avevamo come una divisa e ci chiamavano in miniera quando volevano loro”. “Eravamo a casa nostra a disponibilità della Montecatini”. “C’era il caporalato che ti comandava” e mi avevano chiesto “di spillare dei vagoni a una tramoggia”. Io “non riuscivo a fare quello che mi chiedevano”. “Allora il caporale mi disse che se non riuscivo a portare a termine questo lavoro mi avrebbe mandato al fronte”. “Mi sono gettato contro questa persona” e gli ho detto “vai via che ti ammazzo.” “Lui mi fece un verbale per insubordinazione che dovevo partire subito”. “A un certo punto mi chiama il sorvegliante”. “Era un sorvegliante con una coscienza infinita”. “Ha capito che quel lavoro era impossibile e così mi ha cambiato il lavoro e sono andato avanti. Da quel momento ho fatto il locomotorista”. “Ho fatto il locomotorista per quasi vent’anni”. “Ero nel cantiere ovest che si partiva nel pozzo Vittoria, si andava giù a Fanante”, “poi giro cavalli e poi la rimonta muli. C’erano tre gallerie che dal basso portavano questo minerale in alto che poi noi, con questi locomotori, andavamo a prendere”. “Portavamo i vuoti e prendevamo i pieni. Li portavamo al pozzo Vittoria. Dal pozzo Vittoria prendevamo i vuoti, andavamo al pozzo Parisio, dove io ho lavorato sopra”, “poi dopo mi mandarono sotto che andavamo a ritirare questi genesi, questa bruciaglia”. “Lasciavamo i vuoti anche lì, prendevamo i pieni e li portavamo nei cantieri”.. Il locomotorista “era un lavoro sacrificante”, ricorda Francesco. “Era un lavoro duro e pericoloso”.
Nel periodo del fascismo, racconta Francesco, “eravamo tutti fascisti”. Infatti, “se non eri iscritto fascista non lavoravi”. “Io sono stato iscritto negli avanguardisti” e grazie agli avanguardisti ho preso il lavoro. “Eravamo soggetti al silenzio e al lavoro senza discutere, insomma. Non si discuteva”. I dirigenti sapevano però che “io la pensavo un pochino differente” però “l’hanno sempre tollerato”.
Nel 1941 Francesco si sposa. La sua fidanzata è di Perticara e i genitori sono proprietari terrieri e stanno molto bene. Il babbo di lei, ricorda Francesco, avrebbe preferito avere come genero un proprietario terriero e non un minatore. Però ci siamo innamorati, ci siamo sposati e ci “siamo voluti molti bene”. Il matrimonio è durato tredici anni.
Durante la guerra, ricorda Francesco, i partigiani uccisero tre minatori che avevano fatto domanda per entrare nella repubblichina, mentre “la Montecatini, del 1944-45, ha chiuso la miniera perché i tedeschi hanno fatto saltare tutto”.
Dopo la liberazione, Francesco ricorda il 1 maggio del 1945. “Quel giorno abbiamo piantato un albero di otto, nove metri, sotto un palo della luce e come bandiera abbiamo preso una sottana rossa di una signora e l’abbiamo tagliata”. “L’albero si piantava nei centri superiori. Noi eravamo un po’ in periferia, l’abbiamo piantato lì” se no si piantava nella piazza. “Il primo maggio, io ero nella commissione interna della miniera, anche se sono sempre stato di sinistra”.
Nel 1946, al momento della votazione della prima repubblica “io ero nel seggio”. “È stata una domenica” e “quella volta hanno votato anche le donne”. “Al momento dello spoglio mi sono accorto che c’era un errore di due voti”. “Feci rifare le votazioni”. “Venne fuori che questi due voti li avevano annullati e erano due voti nostri”. “Anche alle elezioni politiche del 1948 ero nel seggio. Pensavamo di vincere, invece la mattina dopo venne fuori: “Il fronte ha perduto. Ha vinto De Gasperi””. “A Perticara c’erano diversi di sinistra, ma c’erano ancora radicati diversissimi fascisti” e questo perché il Movimento sociale era forte grazie alla Montecatini”.
“Nel frattempo sono stato eletto nella prima commissione interna”. Davano queste possibilità a chi aveva un pochino di chiacchiera. “Ero capo zona” e “avevo una zona abbastanza grande”. “Infatti nella commissione eravamo sei persone e avevamo una zona per uno”. “Era appena finita la guerra e il nostro impegno era quello di cercare di far riprendere il lavoro nella miniera”, racconta Francesco. All’inizio “facevano fare 22 giornate a chi non aveva proprio niente e più di tre figli, 18 a chi aveva la casa, se no 13”. “Mandavano giù una trentina di operai al mese” e alla fine del 1947 eravamo tornati tutti.
La Montecatini era importante per la comunità di Perticara, racconta Francesco. La società dava a una parte di questi operai lo stabile, ma l’operaio, a quel punto, diventava “un po’ soggetto” alla società. Per questo la casa ce l’avevano “i sorveglianti, i caporali”, cioè coloro che erano “legati alla società”, mentre i minatori semplici non avevano niente e dovevano andare a lavorare a piedi. Ce n’erano alcuni che venivano da lontano. Francesco, per esempio, abitava “a tre, quattro chilometri dalla miniera”.
“Dopo c’era il dopolavoro”, sempre organizzato dalla società. Era una cooperativa privata ma sempre una cooperativa aziendale. C’era anche lo spaccio aziendale in cui si andava a fare la spesa e si segnava. Succedeva, però, che “quando era la fine del mese” spesso si prendeva una “busta in bianco, perché avevi speso di più di quello che avevi guadagnato. Un disastro. A me non è mai piaciuto”.
Nel 1948, quello stesso caporale con cui Francesco aveva litigato quando faceva il militare lo mandò aiutante ingabbiatore. “Mi hanno alzato la gabbia e i due vagoni sono andati giù al pozzo. Un disastro, proprio un disastro. Un fermo di quattro ore” alla produzione. A causa di questo hanno tentato di licenziarmi. Dopo abbiamo riunito le commissioni per difesa e “è venuto fuori che era stato sempre questo caporale”. “che mi avevano mandato lì” e “sopra c’era il macchinista che tirava all’argano e l’ingabbiatore che erano due fascistoni”. “Non potevano manifestarsi perché quella volta non c’era più il fascismo”. “Aveva tentato una seconda volta di farmi licenziare” ma io ho saputo difendermi.
Nel 1949 Francesco apre un negozio, un negozio che vende una sacco di prodotti, dagli elettrodomestici, alle bombole a gas, all’oreficeria. “Ho iniziato questa attività”, ricorda Francesco, “perché la situazione della miniera era critica e volevo costruirmi una rendita alternativa”.
Nel 1950 , infatti, “è arrivata un po’ di crisi. È arrivata la sessione dei sindacanti che si sono divisi”. “Io ero nella commissione interna della Cgil”. Dal’52 fino al ’53-54, “la società ha cominciato a chiamare le persone. Avevano l’intenzione di licenziare 500 persone”. Nel 1954 c’è stato uno sciopero di 4 mesi. “Dopo lo sciopero hanno incominciato a chiamare gli operai” offrendo alla persona anziana un compenso per il licenziamento, mentre al giovane la garanzia di un altro posto. Nel 1955 sono state trasferite più di 500 persone. “Il sindacato li chiamava queste persone” per convincerli a non licenziarsi. “Non siamo riusciti a niente perché i giovani hanno accettato” il posto di lavoro fuori. “Sono andati a Milano, a Ravenna, a Ferrara, dove la società aveva queste industrie abbinate allo zolfo che levavano qui”. Sono andati anche in Sardegna e in Istria. I ragazzi hanno “accettato perché avevano visto che lo sciopero era andato male e le famiglie avevano bisogno”. “Hanno fatto due mesi, tre mesi, un anno” soli; poi dopo “hanno chiamato le famiglie”. “Io ero anziano, mi hanno mandato in pensione nel 1959, con una pensione di diciannovemila lire al mese”. “Il nostro medico mi ha dato un ‘45% di invalidità”. Negli anni ’50, quando c’erano gli scioperi, Perticara era in contatto con la miniera di Cabernardi, ricorda Francesco, attraverso il sindacato. “Abbiamo avuto diversi incontri anche con Cabernardi”, però Perticara era un paese un po’ più organizzato, tanto che hanno messo su delle fabbrichette e alcuni minatori sono andati a lavorare là, mentre “Cabernardi si è spogliata”.
Perticara, infatti, negli anni ’50 era una comunità ricca. “Era una Milano”, “era un covo di soldi”, racconta Fracesco. “C’erano dei mercati non indifferenti” e c’erano anche i divertimenti. “Sopra il Circolo Arci avevamo una pista” da ballo e “tutti i miglior cantanti sono stati a Perticara”, da Claudio Villa a Carla Boni.
Nel 1954 la moglie di Francesco muore. Nel 1956 Francesco conosce Nunzia, una vedova di Savignano che ha appena perso il marito dopo due anni di malattia, una leucemia cronica. “Io sono stato tredici anni con mia moglie e lei con suo marito quattordici”. “Abbiamo avuto la fortuna di incontrarci. Ci siamo incontrati a casa di un mio cugino” che stava male. “Ci siamo trovati lì, vedovi tutti e due”. “Io vidi questa donna, mi è subito piaciuta”. Però era troppo presto perché lei era vedova da tre mesi. “Io ho detto, questa qui è la donna che deve fare per me. Appena l’ho vista”. Prima di fidanzarsi passano un po’ di mesi. Francesco scrive a Nunzia una lettera “e io gli ho risposto come educazione”, commenta lei, “non sapevo neanche chi era”. “Gli ho risposto che non ne volevo sapere niente e via”. Però lui, ogni tanto scriveva anche se “io non mi interessavo”. Un giorno però gli dò un appuntamento. “L’ho visto magro magro, ho detto ma questo qui avrà una settimana di vita. Ho detto, per carità”, avevo già avuto tanto da fare prima. Dopo “ci siamo dati un altro appuntamento. L’ho visto tutto diverso. Si era ripreso”. Era un bell’uomo e dopo un po’ di mesi “ci siamo sposati”. Era settembre del 1957.
Dopo il matrimonio Francesco si dedica completamente al negozio. Quando lui non c’è, è lei a mandarlo avanti. Nunzia infatti, ricorda Francesco, “è sempre stata una lavoratrice, una sgobbona”.
“Io avevo due figli”, ricorda Francesco, “lei nessuno e diceva che non poteva averli”. Invece “dopo quattro, cinque mesi, è rimasta incinta” e abbiamo avuto un maschio. Comunque Nunzia “i miei figli li ha tirati su come fossero stati i suoi figli”.
Oggi il più piccolo vive a Perticara, un altro lavora e vive a Rimini, la figlia è suora e superiora al convento.
“Io per trovarmi così”, commenta Francesco, è “perché ho una moglie in gamba”, una moglie che “meglio di così non lo potevo trovare”.
Della sua lunga vita Franscesco afferma: sono “proprio orgoglioso di me stesso”. “Ho avuto un sacco di soddisfazioni perché mi sono sempre messo in mezzo alla gente”. “Ho partecipato a tutte le manifestazioni”. “Ero sempre in testa con la bandiera del sindacato”. “Adesso sono consigliere nell’associazione invalidi”, invalidi sul lavoro e invalidi di infortunio, consigliere provinciale, e “sono nel consiglio dell’associazione ex combattenti”. “Ogni cerimonia ti chiamano e io sono sempre presente”. “Non posso neanche stare male perché ho troppo da fare”. Tutto quello che ho fatto l’ho fatto per passione e mai per interesse. “Io ho fatto 64 anni con la Cgil tutto volontariato. Non ho mai preso un soldo”.
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Dati intervista |
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Cognome Nome |
Gengotti Francesco |
Mestiere svolto |
Minatore |
Data di nascita |
26 dicembre 1916 |
Data intervista |
29/06/2007 |
Luogo di nascita |
Perticara
Novafeltria (PU) |
Durata intervista |
95 min |
Temi principali |
Lavoro, Politica, Guerra, Matrimonio, Famiglia |

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