L'AUTISTA
Giacomini Giuseppe nasce ad Acqualagna il 9 giugno 1915. È il più piccolo di cinque figli e l’unico maschio. I genitori sono mezzadri e vivono insieme ai nonni paterni. Il babbo muore in guerra e Giuseppe non lo conosce. La mamma è la sorella del Sindaco di Urbania, Sarti. “Mia madre era una donna, come si dice, da pochi complimenti. Io non ho mai avuto una carezza da mia madre. Neanche un bacio. Mai! Era una donna seria”. Nel 1921 la madre e il suocero comprano una casa a Urbania. “E così siamo venuti qui in Urbania. In Urbania ho fatto le scuole elementari fino all’avviamento professionale, si chiamava quella volta. Era la sesta, la settima e l’ottava”. “Con me hanno fatto la scuola”, ricorda Giuseppe, “anche il prete Pantacchi e Don Corrado”. “Loro sapete perché si sono fatti prete?” Perché “sono saliti sopra” il ponte, “sono scivolati e sono andati dentro” il fiume. “Li hanno salvati. Allora le mamme, capirai!”. Dicevano che era stato un miracolo. “E allora così, insomma, li hanno fatti fare preti. Li vestivano col saio, come i frati. Ma loro non ci volevano andare. Erano più birbi di tutti gli altri”.
Vivevamo con la pensione di guerra del babbo, ricorda Giuseppe, e mia madre andava a lavorare in campagna. “La volevano tutti far sposare ma lei non si è più sposata”; “le mie sorelle, poverette, andavano a lavorare”, “a fare le donne di servizio” e con i soldi ci facevano il corredo. Da mangiare ce n’era poco. “Mia madre ci aveva due galline e io gli fregavo le uova”. “Una volta comprò un piccione” per farci il sugo. L’aveva cotto e messo sopra un piatto in cima a un armadio. “Allora cosa ho fatto? Ho preso la seggiola, sono andato vicino e sono andato su. Ho preso il piccione, l’ho mangiato tutto e poi ho buttato su il gatto lassù”.
Durante il fascismo, Giuseppe è stato balilla e avanguardista e “ho fatto anche i tiri. Qui c’è il poligono da tiro. Ci avevo un fuciletto piccolo, non era tanto grande.. da ragazzi. Poi facevamo i tiri lì e facevamo le adunate”. Però “io ero nemico di tutte queste cose”. Secondo me Mussolini “non era cattivo”, “solo un po’ spavaldone”. “Il cattivo era tutto il contorno”. “Ma io l’ho visto Mussolini dal vivo. Io sono stato dentro a Piazza Venezia, alla cosa del mappamondo, dove c’è il mappamondo. Sono stato a Villa Torlonia, da Mussolini”.
Da bambino e da ragazzino, Giuseppe ha avuto una grande passione per la bicicletta e nel 1932 ne compra una da corsa. “Avevo trovato una penna stilografica d’oro dopo il passaggio dell’Artiglieria”, racconta. “Io ho preso questa penna e la portai da Giacomini, quello che c’aveva l’oreficeria. Gli dico, quanto mi dai per quest’affare?” “Dice, ti do cento lire”. “Sono andato qui da Sputaforca, lo chiamavano, un meccanico di biciclette. Vendeva le biciclette, vendeva. E allora a questo gli ho detto, senti io voglio comprare la bicicletta da corsa”. “Io c’ho cento lire però io la domenica ti vengo a lavorare e scontiamo il resto. E così, quando è stato un periodo di tempo, dice basta basta. L’hai già scontata. L’hai già pagata” “Allora io con questa bicicletta da corsa, da ragazzino che ero, andavo su a Bocca Trabaria, andavo su fino a Città di Castello”. “Sono stato anche a San Marino” “ma a San Marino passando da Fano, Pesaro, Rimini”. A Pesaro ci andavo per “a fare il bagno”. “Sempre da solo, perché i miei amici o non avevano la bicicletta o non erano allenati come me”. “Una volta volevo andare in un casino, ma non mi hanno fatto entrare perché ero troppo giovane”.
Da ragazzino, Giuseppe fa molti lavori. Dopo la scuola va “a lavorare dal calderaio, Palini. E così da Palini ho imparato a fare un pò il calderaio. Però non mi piaceva il mestiere”. Allora “sono andato qua da Guidi a imparare il meccanico. Io.. la mia passione era per il meccanico. Tanto è vero che io, mentre gli altri andavano a spasso, io andavo a lavare la macchina al dottor Ricci”. Ma ce n’era pochissimi che avevano la macchina, quella volta, “ce n’erano cinque in tutto a Urbania”. “E così ho imparato a portare la macchina”. “Un bel giorno”, “Tonucci ha fatto la società dei cacciatori e ha comprato la macchina, una Cinquecentonove, voi altri non sapete manco cosa è. Allora nessuno la sapeva portare”. Ha chiamato me che non c’avevo la patente. “Andavamo su al Castel D’oro, lo chiamavano, a Santa Maria sarebbe. E così andavano a caccia e quando era verso le dieci si lasciava andare e venivamo a casa”. “Un giorno viene l’ordine da Mussolini” che il maresciallo doveva andare al Furlo. “Gli ho detto, ma io non ci posso venire con voi altri! Perché? Perché io non ce l’ho la patente. Il maresciallo” ha detto “ne prendo tutta la responsabilità io”. “Quando si arriva oltre il Piobbico” “ecco la Polizia stradale. Porca miseria! Ho detto, adesso mi sono combinato proprio! E bè.. dice, ma…ma chi è qui il padrone? Padrone qui non c’è nessuno”. “Ma tu quanti anni hai? Avevo diciassette anni, mi pare. Gli ho detto diciotto anni. Ma lo sai che la macchina non la puoi portare? E allora diglielo al maresciallo”. Il Maresciallo ha risposto “io non ci ho nessuno. Che dovevo fare? Questo è ordine superiore”. E così “siamo andati a fare tutto il giro del Furlo e siamo ritornati qui a Urbania. Piano piano io dopo sono andato a prendere la patente a Urbino. Quando sono andato su a Urbino, sempre con questa Cinquecentonove, c’era Terzino, lo chiamavano.” Mi ha detto “hai fatto bene a venire con la macchina. Perché? Perché deve arrivare l’ingegnere da Ancona e la macchina mia mi si è rotta”. Vallo a prendere alla stazione di Urbino. E così lo sono andato a prendere. “Mentre sono per la strada gli dico, senta ingegnere, ha visto come porto la macchina? Io non ce l’ho la patente. Sono venuto anche per prendere la patente”. L’ho presa così la patente.
“A diciannove anni ho preso la valigia di cartone, la valigia, l’ho legata bene bene” e sono andato a Roma. “Perché Roma qui a Urbania era tutto. Era il punto di arrivo”. “Avevo guadagnato cinquantamila lire e sono partito. Arrivato a Roma ho pianto tanto perché mi sentivo solo; in più sono potuto ritornare a casa solo dopo otto anni perché prima non ci avevo abbastanza soldi”.
A Roma, “io andai immediatamente a fare l’autista dal ministro Vivagli, che era lì a via Bertoloni. Facevo l’autista e in più facevo da cameriere”. “Sono stato un po’ di tempo con lui, però dopo - era d’estate - lui dice adesso andiamo a Caletta. Sa dove è Caletta? Vicino a Castiglioncello”. Però io volevo stare a Roma e imparare a conoscere la città, così “ho preso e sono andato via”. Sono andato a lavorare dalla signora Augusta Renata Severi Monaldi. A casa di questa signora “c’era la cameriera che si era innamorata di me e io non la volevo manco vedere. Era una sarda”. “Non mi piaceva”. “Guardi che io la sera giravo, lo posso dire? Andavo a girare tutti i casini! Le case di tolleranza sono la cosa più bella di questa terra, voi altri non lo sapete!” “Ce n’era una a coso, a Via dei Serviti e una in via Capo Recase, quindici lire ci voleva. Ma lei doveva vedere cosa era”. C’erano anche quelle da quattro, cinque lire, ma non erano la stessa cosa. In quelli costosi, infatti, passava la visita una volta alla settimana. “Io non ho mai adoperato un preservativo. Non ho mai adoperato niente. Non ho mai preso una malattia”. “Però mi lavavo bene”. Con la signora non ci sono stato nemmeno un anno. Sono venuto via “dopo una mezza litigata”. “Li ho lasciati a Portofino”. Guadagnavo bene. “Prendevo ottocento lire al mese quando un primo ragioniere poteva prendere cinquecento, a seicento non ci arrivava”. “Tornai a Roma, avevo messo un’inserzione sul giornale”. Mi chiamò il “professor Rubbiani. A via Bertoloni”. A casa sua “c’erano cinque persone di servizio”. “C’aveva tre macchine, non una. Io alla mattina alle otto dovevo essere pronto con tutte e tre le macchine. Fra cui c’era una Millecinque, carrozzeria Bertone”, “una Millecento e c’aveva la Lancia”. “Era un professore ostetrico” e ha fatto costruire la Villa Bianca che quando è stata inaugurata c’era persino la Rai. “Edda Ciano veniva da lui”. Aveva un trattamento speciale. “Il trattamento speciale era quello che quando arrivava la contessa, il marchese e lei passavano dall’altra parte” e “la ragazza le faceva passare subito”. Edda era “una donna molto intelligente”. Una volta sono andato a casa sua , eravamo in tre o quattro, “noi aspettavamo lì ed è venuto giù” Ciano “con la parananza”. “Le frittelle ci ha dato”. “Gli piaceva a cucinare a Ciano”.
A casa del professor Rubbiani, Giuseppe conosce la ragazza che diventerà sua moglie. “Era più alta di me. Alta, magra, una bella donna”, originaria di Cosaldo di Belluno e faceva la cameriera dal professore”. “Ci aveva il ragazzo, questa. Ci aveva il ragazzo ma a me non mi importava niente. Il ragazzo era anche un bel giovanotto, direi”. “Una sera mi fa.. dice… piangeva. Cosa c’hai? Sta zitto, ho litigato con il mio ragazzo. E bè ce ne sono tanti di ragazzi, gli ho detto subito! E così insomma”, “cominciamo a frequentarci. E allora che cosa ho fatto? Io a un certo momento, porca miseria, volevo sposarmi. Perché cominciavo ad essere a venticinque, ventisei anni. Non ho fatto altro che dire al professore”, “io mi voglio sposare”.
Fare l’autista del professore è troppo impegnativo per Giuseppe e a un certo punto “gli ho detto me ne vado via. Di fronte a me c’era Piombini di Urbino che era comandante generale dei Vigili del fuoco. Alla sera mi trovavo con questi figli. Ci aveva due figliuoli”. Ho detto al figlio, senti a tuo padre se ha bisogno di un autista. Ma lui ci aveva il Maresciallo che lo andava a prendere. Però “il giorno dopo mi chiama”. Gli dico “voglio entrare all’Atac” e ho già fatto la domanda. Il giorno dell’esame, l’ingegnere “li boccia tutti. Io vado su, l’ingegnere mi da una guardata, ero.. sono piccolo… è inutile, ma tu ce la fai a portare l’autobus? Come non ce la faccio? Adesso vedrai. Vado su e inizio a guidare”. “Appena sono passato lì che sono arrivato all’Altare della Patria, mi fa l’ingegnere, no no, fallo fermare. Per carità basta basta, questo va anche troppo bene”. “Così sono entrato all’Atac di Roma, fra il personale viaggiante.. E ho fatto quaranta giorni di scuola. Prima portavo solo l’autobus, poi sono passato al filobus perché io ero autorizzato a tutti i mezzi dell’Atac”. “Il filobus era più simpatico”.
La guerra è stata “un errore madornale”, racconta Giuseppe. “La guerra non la voleva nessuno. Ma gli italiani non sono fatti per la guerra”, “sono fatti per amare”. Quando ho fatto il militare a Bagna di Trieste, racconta Giuseppe, “il mio capitano lo chiamavamo Pipa perché fumava sempre la pipa”. Diceva “io ho fatto l’altra guerra, ho visto la fine dell’altra guerra, ma da qui incomincia la fine dell’Italia”. “La gente anziana che conosceva il mondo come era fatto, l’avevano capito subito che era uno sbaglio madornale” andare in guerra.
Scoppiata la guerra, Giuseppe viene richiamato in Albania. “Io l’Albania la conosco meglio che gli albanesi! Perché là andavo ad accomodare i centralini telefonici”. La prima volta “ho fatto Durazzo Coriza a piedi, duecentoquaranta chilometri, con zaino in spalla”. “Io sono stato a Coriza”. “Io sono stato tra gli ultimi a venire via dal fronte. Eravamo sette, otto. Arrivo giù al comando generale, non c’era più nessuno”. Però “l’8 settembre non ci stavo più là” perché ero stato richiamato a Roma. “L’8 settembre sono scappato e sono tornato a casa”. Sono tornato a casa a Roma, mi hanno dato il congedo illimitato il 5 ottobre 1944 e sono ritornato a lavorare all’Atac. I trasporti, infatti, funzionavano correttamente anche se molti posti erano occupati dalle fattorine perché gli uomini erano in guerra; fattorine che “ho consolato” dalla mancanza dei mariti. Quando c’è stato il bombardamento di Urbania, nel gennaio del 1944, sono ritornato con mia moglie, mio figlio e una valigia di cartone in mezzo alle gambe, con una Vespa.
Durante la guerra Giuseppe viene messo in prigione. È un normale giorno di lavoro e lui sta camminando sottobraccio alla moglie, alle dieci e mezzo del mattino, per andare a lavorare. “Tutta una volta, mi sento a prendere per un braccio, vieni con noi”. “Mi hanno portato su alla Trionfale, alla Polizia. Dalla Polizia immediatamente a Regina Coeli. Porca miseria! Ma cosa ho fatto? Non avevo fatto niente!”. Mi avevano fatto un verbale, “anti italiano, antitedesco, sabotatore”. In carcere “eravamo sei dentro un coso, un buco così. Stavamo uno attaccato all’altro. Le cimici ci portavano via. L’unica cosa che non c’era” “erano le pulci perché le pulci, le cimici le mangia tutte”. “Allora che facevo? Prendevo l’acqua, facevo un circolo così tondo, perché la cimice non salta”. Un giorno un secondino mi dice, se vuoi mandare fuori una lettera ci vogliono ottocento lire. “E così ho scritto una lettera” all’avvocato. “Due giorni dopo mi arriva questa lettera di risposta”, in cui si diceva che non c’era “niente da fare perché è cosa politica”. “Ma non c’hai nessun pezzo grosso?” mi hanno detto. “Io conosco qualcuno!” “Ho detto, conosco il Ministro degli italiani all’estero, De Cicco”. “Lui, poveretto, ha dovuto andare da Kesserling, quello che comandava tutta Roma, il tedesco. Solo per quello dopo sedici giorni mi hanno tirato fuori”.
Il 9 giugno 1948 nasce l’unico figlio di Giuseppe. “Chi ci ha un porco lo fa grasso e chi c’ha un bambino lo fa matto”, commenta Giuseppe. “Perché mio figlio… ero matto io ma quello è più matto di me”. “È stato una canaglia. A sedici anni già andava in giro con la macchina di nascosto”. Giuseppe e sua moglie vogliono far studiare il figlio e lo mandano, a pagamento, in una scuola privata, riuscendo a fargli prendere il diploma di perito tecnico. Il ragazzo però non vuole fare questa professione e così Giuseppe gli compera “una boutique a Via Fossalagna” che vendeva sia vestiti da uomo sia da donna. “Ma dopo gli hanno dato fuoco al negozio perché non pagava la tangente. 300 milioni di roba”.
Negli anni ’60 Roma era bellissima, ricorda Giuseppe. “Via Veneto era una cosa straordinaria, perché è grande, enorme, larga e poi ci sono i marciapiedi enormi. Tutti mettevano fuori i tavolini. Allora là ricevevi queste signore. Però c’è una cosa, ricordatevi questo. Che dentro la gran canaglia delle signore non c’entra nessuno. Se non sei dello stesso rango tu non c’entri. No, no, no, non c’entri. Neanche se sei, se sei il miliardario più grosso del mondo”.
L’Associazione dei marchigiani a Roma, Giuseppe la conosceva ma non c’è mai stato. “ C’è una che sta a San Silvestro e quell’altra a Piazza Vittorio. Ma io non ci sono mai andato. No. Perché io con i marchigiani ci ho sempre fatto poca voce.”
Nel 1964 Giuseppe decide di smettere di fare l’autista, fa il concorso da controllore e lo vince. “Io da controllore c’avevo il casotto, andavo in Piazza Bologna, in tutti i posti andavo”. “Io quando stavo alla Stazione c’avevo centonovantasette macchine”. Avevo fatto “una specie di tavola pitagorica, diciamo”;. “dovevi guardare” l’ora in cui arrivava. Se non arrivava “dovevi telefonare a quell’altro capolinea per vedere come” mai. Nei casotti venivano anche i poliziotti. A Piazza Bologna ce n’era uno, ricorda Giuseppe, che “si metteva cinque minuti alla finestra”, faceva un po’ di contravvenzioni”, “poi dice, ah bè, adesso io vado al cinema. Se viene qualcuno gli dici che sono dovuto andare su un’altra via perché è successo un incidente”. “Quando arrivavano gli amici miei e non sapevano dove mettere la macchina”, continua Giuseppe, “scrivevo la contravvenzione, mettevo il timbro e la lasciavo lì sul parabrezza. Nessuno la toccava perché c’era la contravvenzione”. Quando tornavano la strappavo. Il controllore aveva tante responsabilità, spiega Giuseppe. “Alla sera c’hai i papier così. E tu devi trascrivere in triplice copia, devi trascrivere, mica storie! Perché una resta a te, una resta alla direzione e l’altra va al movimento”. Sono venuto via dall’Atac tre anni prima, racconta Giuseppe, nel 1972. Ma “ho fatto i miei conti”. Con la pensione prendevo cinquemila lire in più dello stipendio perché non c’erano le trattenute. Oltretutto “io guadagnavo più di extra che non tutto il resto. Perché io mi intendo un po’ di tutto. Di rubinetti, della luce”. “Allora tutti mi conoscevano e tutti mi chiamavano”. “Io non li volevo i soldi ma loro mi davano la roba che quando è l’ultimo è più di un maestro pagato”.
Giuseppe a Roma ha abitato “un po’ dappertutto”, a Trionfale, al Flaminio, a Monte Sacro Alto, e l’ha amata tanto. Ha dovuto lasciarla alla fine degli anni ’70 e tornare a Urbania con la moglie per lasciare la casa di Roma al figlio.
Nella vita, racconta Giuseppe, ho avuto sempre buonumore e ho tanto amato le donne.
|
Dati intervista |
|
|
|
Cognome Nome |
Giacomini Giuseppe |
Mestiere svolto |
Autista,
controllore |
Data di nascita |
9 giugno 1915 |
Data intervista |
15/06/2007 |
Luogo di nascita |
Acqualagna (PU) |
Durata intervista |
120 min |
Temi principali |
Lavoro, Famiglia, Guerra, Affettività, Matrimonio, Emigrazione
|

Installa Adobe Flash Player 9 |