DISPERSO IN RUSSIA
Giacomini Laudemia è nata a Cantiano il 3 aprile 1916. Suo padre era “cavallaro”, “andava per le Maremme”. “A volte stava fuori anche sei mesi”, trasportava anche il carbone e la legna. In quei mesi nei quali era assente, le comunicazioni venivano mantenute per lettera. Laudemia ricorda che a volte suo padre tornava senza soldi: “una volta al padrone gli si bruciavano le capanne, una cosa e un’altra”. “Noi comunque riuscivamo a vivere bene”, “avevo i nonni materni che stavano bene, avevano una specie di podere, allora c’era la frutta, le mele, l’uva … avevano anche le pecore, le capre”, “io ancora c’ho il sapore del latte di capra, me lo davano caldo caldo”. “Non ci mancava niente”. “Nonno portava il pane a cuocere a Cantiano e diceva alle figlie e alla nuora”: “lasciate due file di pane per la Checchina [la madre di Laudemia]”.
“Eravamo ben vestiti, la casa era di nostra proprietà”. “Eravamo cinque fratelli, due sorelle e tre maschi, uno è morto in Russia, è andato via che aveva 19 anni … ci ha scritto fino al 1942, poi non abbiamo saputo più nulla, è stato dichiarato disperso”. Nelle lettere il giovane scriveva che si trovava presso una famiglia russa in cui veniva trattato come un figlio. “Io penso che l’hanno portato via i tedeschi”. Dei tedeschi il giovane riferiva che questi trattavano gli italiani con arroganza. Laudemia esprime giudizi negativi sui tedeschi: “i tedeschi mi hanno minato la casa”, lei e i suoi familiari sono corsi a svuotare la casa: “con le corde abbiamo calato i mobili della camera e li abbiamo portati a casa dei nonni”, “un baule con la biancheria è stata seppellita sotto terra”; “io sono stata 15 giorni paralizzata dalla paura”.
“Io ho lavorato in casa, ho fatto la casalinga, sia quando stavo in casa con i miei genitori, ma anche dopo sposata”. Da ragazza è andata ad imparare a fare la sarta, a Cantiano.
Il marito di Laudemia, Geremia, era anche lui di Cantiano: “era molto bello, moro con gli occhi verdi”. Conoscevo la famiglia: “quando è venuto gli ho detto “non, no so troppo giovane, avevo 17 anni, non mi metto a fare l’amore adesso … quella volta l’amore era l’amore vero, non era l’amore che fanno adesso”. “Una volta l’amore era il fidanzamento”. Laudemia e suo marito, Geremia, sono stati fidanzati cinque anni: “io non mi sono concessa mai, quando mi sono sposata sono andata per la prima volta a letto con lui … io sono una persona per bene, non come quelle di adesso che dopo tre giorni si danno”. Ci dicevano: “non si deve fare e basta”. Aggiunge: “tutte le amiche mie erano incinte, ne parlava tutto il paese … ero io che ero una donna seria”. Laudemia si è sposata nel 1938, non hanno fatto il viaggio di nozze. “Io ho sposato e so andata in famiglia”: “lì ho patito le pene dell’inferno”, la suocera non era granché favorevole al matrimonio di Laudemia e Geremia, avrebbe voluto sistemare prima le sue due figlie.
“Geremia lavorava con lo zio, stava in ufficio … lo zio c’aveva un fabbrica di macine da mulino”. Laudemia e suo marito hanno sempre avuto un ottimo rapporto con questo zio che li ha costantemente aiutati. Il marito di Laudemia ha lavorato in questa fabbrica fino alla seconda guerra mondiale (“i tedeschi hanno minato anche la fabbrica”). Dopo la guerra, ha iniziato a fare il “commerciante dei mulini ad acqua, poi dei mulini a cilindri”. Lavorava per una ditta di Treviso: “stavamo bene, molto bene, no poco”; “ho fatto la signora”, “so stata bene, non ci mancava niente, ho fatto studiare due figli, uno è farmacista, l’altro ha studiato fino a tre anni di Università poi ha voluto smettere, adesso fa il rappresentante di medicinali”.
“Mio marito era del 1913 ed era sempre richiamato … una volta è andato a Spalato”. Il padre di Laudemia però riesce a fare avere al genero un esonero facendolo inserire tra i carbonari che lavoravano per il governo. Rientrato a Cantiano, lo inviano a Canino, in Maremma, dove lo segue Laudemia. Là gli uomini vivevano nelle capanne, lei viveva in una casetta del capomacchia, della guardia forestale, in una stanzetta a lei riservata. “C’avevo con me Lucio piccolo”, “però non ci è mancato niente, una signora mi dava il pane per tutta la settimana, un’altra signora mi dava un litro di latte al giorno”; “se moriva un vitello, la carne la prendevamo noi”, “alcuni pezzetti li mettevo ad affumicare sotto il camino e quando non avevamo la carne fresca si mangiava quella”; “le uova erano da tutte le parti”. Quando siamo tornati ho portato “un mucchio di roba”. Lasciata la Maremma, dopo sei mesi di permanenza, Geremia, divenuto capomacchina (“era istruito, bravo, bravo”), viene trasferito a Reggio Emilia. Laudemia lo segue anche lì. “A Reggio Emilia, però, c’era poco da mangiare”. “Noi siamo venuti via l’8 settembre, quando si è saputo che era caduto il fascismo”. Passati alcuni giorni in un albergo vicino a Reggio Emilia, marito, moglie e figlioletto hanno preso il treno e si sono diretti verso Bologna. “Arrivata a Fano ho respirato, ho detto “meno male, so arrivata a casa””.
A proposito dei tedeschi, aggiunge ora “c’era il buono e c’era il cattivo”. Una volta sono venuti i tedeschi a fare il rastrellamento e così Geremia è scappato sulla montagna: “faceva la staffetta per i partigiani”. “Era pericoloso, ma era quella la strada, noi con i fascisti non ci volevamo stare … erano stati loro che avevano fatto tutto sto casino”. Anche un altro fratello di Geremia, Livio, aveva deciso di partecipare alla guerra di Liberazione. I fascisti locali per tentare di rintracciarlo, fanno arrestare un terzo fratello, zoppo, e lo tengono una notte in prigione allo scopo di fargli rivelare dove si trovassero i suoi fratelli. Alla fine viene rilasciato grazie alla intercessione di Nicola, un amico di famiglia che, dice Laudemia, “stava un po’ coi fascisti e un po’ no”. In quei mesi furono uccisi tre giovani partigiani. Laudemia ripete: “abbiamo patito sa, mica poco, tanto”. Dopo il passaggio del fronte tre o quattro fascisti furono uccisi dai partigiani.
Dopo la guerra, la giovane coppia lasciano la casa della madre di lui per prendere possesso di una delle case fatte costruire per coloro che avevano avuto l’abitazione distrutta durante la guerra. Laudemia ricorda “benissimo” il 2 giugno del 1946. Dice “so stata la prima a votare”. “Abbiamo patito tanto, volevo votare”; “mio marito era in quel modo, io ho votato come ha votato mio marito”; “avevamo una grande speranza, … per un certo periodo mio marito è stato iscritto al Pci, poi però ha deciso di lasciare la politica perché vedeva che c’era qualche amico che non faceva bene”. Laudemia ricorda poi la figura di Giuseppe Panico, sindaco di Cantiano per oltre 30 anni: “sapeva predicare, sapeva parlare … era bravo bravo”; “andava a Roma, si faceva sentire”.
Dopo la guerra, Geremia acquista la sua prima automobile, una Topolino. Lei, pur avendone avuta l’opportunità, ha deciso di non prendere la patente “per paura”: “se ci fosse stata la strada grande grande, forse l’avrei presa”. La televisione l’hanno comprata un “po’ tardi”, “perché ci piaceva andare a vederla al café, giù in paese”.”Andavamo al café centrale”. Ricorda che suo marito tutti i giorni le lasciava i soldi necessari per “la giornata”, per l’acquisto degli alimenti, di ciò che occorreva ai figli. Lui non rientrava mai a casa a mani vuote: “la casa era piena di ogni ben di Dio”. Laudemia andava a Cagli a “vestirsi”, perché lì c’erano sarti migliori di quelli che c’erano a Cantiano. Lei e il marito frequentavano spesso il teatro di Cagli: “mi piaceva tanto andare a teatro, mi piaceva la lirica”.
A proposito dei fermenti sociali e culturali degli anni Sessanta e Settanta, Laudemia ricorda che Giampiero, il figlio nato del 1946, studente universitario in Urbino, era andato a Roma a manifestare davanti a palazzo Madama: “non ricordo però che cosa voleva”.
Sul suo nome, Laudemia racconta: “mamma era in cinta … le sue amiche le dissero: “se fai una femmina mettile nome Neudemia”, coma la protagonista di un romanzo a puntate”. Solo al momento del suo matrimonio, quando Laudemia si reca in municipio per “fare le carte”, scopre che era stata registrata all’anagrafe con il nome di Laudemia. Lei attribuisce la responsabilità dell’errore al parroco di Cantiano e si rammarica di non aver potuto leggere il romanzo che tanto aveva amato suo mamma.
A proposito degli altri ospiti del ricovero, Laudemia sottolinea che non ha amiche, le sua amiche vere sono tutte morte.
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Dati intervista |
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Cognome Nome |
Giacomini Laudemia |
Mestiere svolto |
Casalinga |
Data di nascita |
3 aprile 1916 |
Data intervista |
26/10/2007 |
Luogo di nascita |
Cantiano (PU) |
Durata intervista |
90 min |
Temi principali |
Famiglia, Lavoro, Guerra |

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