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02 / MEMORIA OVER 90
 
MEGLIO NON C'ERA
Giombetti Alipio nasce il 22 luglio 1915 a San Costanzo, in via Tomba. “Quando io sono nato”, racconta Alipio, “la mia mamma, era grande, aveva quaranta, quarantadue anni”. “Sono infatti l’ultimo di sei figli, quattro maschi e due femmine. La più grande è nata nel 1999, poi c’era Rodolfo che era del 1901, Emilio del 1902, un’altra femmina del 1907 e Natale del 1908”. “Il babbo e la mamma erano mezzadri e lavoravano in un podere di otto, nove ettari, di proprietà di Petrolini di Mondolfo”. “Mio padre era molto buono ma se si incazzava era un po’ cattivo”, spiega Alipio; in più “il poro babbo era inabile al lavoro perché c’aveva la tosse”, “per cui eravamo noi figli a dover mandare avanti il fondo”. “Io, da bambino”, spiega Alipio, “andavo a cambiare le pecore”. “C’era un pilo di legno con una corda. Le pecore erano legate a due a due. Quando era un po’ che mangiavano lì, toccava cambiarle, se non c’era più l’erba” per le altre. Oltretutto, siccome “mia madre era vecchia abbastanza”, facevo “i lavori da donna anche”. Ovvero “mi è toccato fare anche il bucato” e impastare il pane. “Durante gli anni che siamo stati in questo podere”, ricorda Alipio, “mia sorella più grande è andata in America nel nord, mentre mio fratello Rodolfo è emigrato in Argentina”.
“Quando avevo dieci anni”, prosegue, “abbiamo cambiato” il podere, “sempre la stessa via, però sotto il comune di Fano”. “Siamo stati costretti ad andare via, spiega, perché il padrone ci aveva dato la disdetta a causa di mio fratello Emilio, che non voleva togliersi il cappello ogni volta che lui arrivava, così come voleva la consuetudine”.
Al momento del cambio, spiega Alipio, la famiglia si è smembrata ancora, perché Emilio ha deciso di andare a lavorare in Argentina e dopo di lui “è andato via anche il fratello, Natale si chiamava”, “sempre in Argentina”. Hanno deciso di andare via, commenta Alipio, “perché la gioventù fa come gli pare”; però “il lavoro c’era per tutti”.
“Quando siamo andati via da quel fondo lì, siamo andati nel fondo del prete delle Caminate”. “Quando siamo andati dal prete delle Caminate, il fondo era più grosso e c’è toccato a trovare i soldi un po’ in prestito”. “Mi ricordo”, infatti, racconta Alipio, “che ci prestò centomila lire uno di San Costanzo”. Nel nuovo fondo “c’erano i buoi” e “lavori che non avevo mai fatto”, per cui a undici anni, commenta Alipio, “mi è toccato lavorare con le sterpature e con i bovi”. “Per fare la semina”, infatti, “ci vuole lo sterpatoio. E allora c’erano i bovi davanti che tiravano e tu dovevi tenerli con i manubri”. Ho fatto “tutti lavori da contadino” fin da ragazzo; era una vita che mi piaceva “perché meglio non c’era”, anche se sapevo che “il mezzadro stava peggio di tutti perché era sotto il padrone”. “Vero è che la nostra famiglia”, aggiunge Alipio, “non ha mai sofferto la fame”. “Non c’era da sprecare niente, però l’importante era il pane”.
In campagna, spiega Alipio, i contadini giravano sempre dall’uno e dall’altro e alla sera si vegliava tutti assieme. Durante le veglie, le donne filavano con la rocca, mentre gli uomini giocavano a carte. Si facevano anche delle feste da ballo e “io da ragazzo”, ricorda Alipio, “ero un bravo ballerino e andavo a ballare anche al teatro di San Costanzo”.
Durante il fascismo, spiega Alipio, “c’era ordine” e “c’era disciplina” e Mussolini, “io lo consideravo un uomo perbene”. “Perché teneva a freno le altre nazioni”. “Perché gli altri volevano l’Italia e l’Italia si difendeva”. “La nostra famiglia, però, non si è mai iscritta al partito fascista, il babbo”, “qualche volta ne parlava bene, qualche volta ne parlava male, come sempre tutte le cose, insomma ma non abbiamo mai avuto problemi, perché non davamo confidenza a nessuno”.
Alipio ha avuto due fidanzate prima di sposarsi. “Quando mi sono innamorato della ragazza che oggi è mia moglie”, spiega infatti, “io ero già fidanzato con un’altra ragazza”, che abitava “sempre via Tomba”. “Eravamo fidanzati in casa e gli avevo comprato l’anello, gli avevo comprato tutto”. “La moglie, quella che c’ho adesso, era una bambina” allora, “aveva dodici, tredici anni”. Un giorno, “io andavo giù sulla strada a far l’amore, mi fa, Alipio dove vai? Vado a fare l’amore”. Ma “non è meglio che torni qua” da me? . Dai e dai “ci siamo innamoratie ho lasciato andare quell’altra”, però “io ne avevo diciotto” di anni “e lei dodici, tredici”. “Lei andava a parare le pecore” e noi ci incontravamo “sotto il greppetto”. “Una volta ci ha visto sua mamma, si è arrabbiata e io sono scappato via, perché eravamo bambini”. “Dopo, però i suoi genitori si sono convinti”.
“Quando lasciai andare la prima fidanzata”, racconta Alipio, “che dopo è emigrata in Argentina, il padrone dove abitavo, che era stato nostro ruffiano, c’era rimasto male e mi aveva fatto un malocchio”. Sono sicuro che è stato lui, perché “era tutto arrabbiato”, “tremava tutto” e io “mi indebolivo sempre più”, fino a diventare “debole, debole”. “Dopo a Senigallia, c’era uno che levava i malocchi. Ci sono stato con la bicicletta. Ci sono andato da solo”. “Gli ho raccontato tutto quello che era successo” e “dopo me l’ha tolto”.
“A causa del contrasto con quel padrone”, ricorda Alipio, “poi abbiamo lasciato quel fondo e siamo andati in un altro”. “Sono partito per fare il militare, invece, nel 1936 e l’ho fatto a Fano nella caserma Montevecchio e poi sono andato nella caserma Paolini, anche se ho fatto solo sei mesi”. “Sono stato sempre un po’ ruffianello con gli ufficiali e con i sottufficiali. E allora, quando ero a Fano, da permanente, io facevo la camera dei sottufficiali”. “Un giorno il Maggiore, mi manda a chiamare perché voleva conoscere quel soldato così bravo”; dopo il colloquio, “mi ha portato con lui alla caserma Paolini, dove davo anche la cera ai pavimenti che non la dava nessuno”.
Nel 1939, Alipio si sposa, dopo “quattro, cinque anni” di fidanzamento, nella chiesa di San Costanzo. Dopo le nozze, “abbiamo mangiato a casa mia in una capanna fatta alla meglio, di legno”. “Eravamo trenta, quaranta” e hanno cucinato “tutti un po’”.
“Da sposati, io e mia moglie”, spiega Alipio, “siamo andati ad abitare da soli sempre in via Tomba”. “Anche dopo sposato”, racconta Alipio, “andavo a ballare”, “ma un po’ di meno”, “perché mia moglie non era una ballerina come me”. “Però si andava al cinema. Ad esempio, il lunedì c’era lo spettacolo a Mondolfo e ci andavamo a piedi”.
“Mi hanno richiamato, invece, quando è scoppiata la guerra”. “Sono andato a Mestre e lì mi ricordo che mi avevano scelto per andare a combattere in Francia, ma sono scappato, perché non si erano segnati il nome”. “Poi sono stato in Grecia e sono stato sempre attendente con gli ufficiali”. “Quando eravamo in Grecia, il comando della compagnia mi fa, tu Giombetti che fai?” “Rimani nella squadra comando o vuoi ritornare in compagnia?” “Rimango nella squadra comando” “Io la guerra non l’ho fatta, c’avevo solo la rivoltella, non c’avevo fucili, non c’avevo niente”. “Il nostro compito era quello di andare a prendere i feriti in montagna” e i morti “li buttavamo dentro la chiesa” “Non solo morti di guerra, anche congelati, parecchia gente”. “Di duecentosessanta della mia compagnia e quattro ufficiali, siamo rimasti in diciotto” alla fine, “con un sergente”. “Io, il tenente di compagnia, l’ho portato per sette chilometri sulle spalle, era ferito quello lì”. “Ne ho viste un bel po’”.
“In prima linea, ricorda Alipio, ci sono stato una sola volta”. C’era il sentiero per i muli che portavano da mangiare, i conducenti erano sette e dovevano fare diciassette chilometri di mulattiera. Di sette ne è arrivato uno solo, gli altri sono stati bombardati. “Io con quello lì, ho fatto il giorno di Natale con mezzo limone e cinque fiammiferi”. “Cosa mangi?”. “E scrivevi a casa che stavi bene”.
“Mi ricordo che ho avuto dei problemi, perché sono passato dalla Grecia all’Albania”, continua Alipio, “senza autorizzazione”. “Io ero sempre con gli ufficiali, c’era il maggiore, il tenente medico, eravamo tre o quattro lì”. “L’ufficiale, un giorno, manda me e un altro, in cima alla montagna ad osservare cosa facevano i greci”. “Noi dovevamo riferire cosa facevano i greci”. “Era d’inverno, c’era un metro di neve”. ”Io e un altro andavano su per questa montagna, nascondendoci dietro un cespuglio dopo l’altro mentre i greci scendevano dalla montagna”. “Abbiamo deciso di valicare il monte e raggiungere l’Albania, ma quando siamo arrivati in cima, quello che era con me mi fa, ai, sono ferito. E dove? Nella pianta del piede”. “Gli ho detto, guarda, siamo arrivati in cima alla montagna. Io, dall’altra parte ti aspetto”. “L’ho aspettato un paio d’ore ma non si è visto. Sono andato giù dall’altra parte”. Vicino c’era un paesino, “laggiù ci sono stato più di una mesata”, “a mangiare e bere”. “Trasportavamo i feriti da una parte e dall’altra, dopo c’erano i furbi che facevano da ferito invece non era vero per niente”. “Dall’Albania, per attraversare la Grecia, abbiamo camminato ventotto, ventinove giorni”, “ventisette, ventotto chilometri al giorno”. Dopo “siamo rientrati in guerra”. “Quando siamo rientrati l’ufficiale mi ha detto “traditore della patria””. “Ci voleva anche bastonare” come disertori. Per fortuna “mi è andato tutto bene”. “Dopo avevo scritto a casa di non trovare nessuno per la semina perché sarei tornato io”. Ma dopo “siccome la guerra è sempre la guerra, dalla Grecia a tornare in Italia, era l’estate del 1943, abbiamo preso il treno greco fino al confine, poi siamo saliti su un treno slavo e da lì ci hanno portato a Postumia e lì ci hanno tenuto dieci, undici giorni per ripulirci dai pidocchi”. “Siamo stati tre o quattro giorni a Trieste, poi siamo arrivati a Fano e da Fano ad andare a San Costanzo, a piedi”. “Quando sono arrivato a casa ho visto la mia figlia per la prima volta che aveva due anni”. “Questa bambina giocava” dietro casa, “quando mi ha visto, a piangere”. “Da quel momento”, spiega Alipio, “non sono più ritornato in guerra”. “Ho avuto l’esonero perché mio padre era inabile al lavoro. Avevamo il fondo, sei ettari di terreno, da lavorare. Mio padre non era più buono a lavorarla”.
“Io l’ho saputo” che Mussolini era stato arrestato, racconta. “I tedeschi dormivano nella nostra casa e una volta hanno preso mio padre per fargli portare via le bestie e l’hanno tenuto con loro due giorni”. “Noi eravamo in una capannina rinchiusi. Siamo stati più di due mesi in un rifugio per non morire”. “Molti miei conoscenti sono morti durante la guerra”, ricorda Alipio. “Anche Egisto, mio cognato, era in un rifugio e una scheggia l’ha sgozzato”.
“Ripreso il lavoro nel fondo, invece, sono andato dalla padrona a dirle che se non mi lasciava qualcosa in più, avrei cambiato terreno e sarei andato a Case Bruciate”. “Per questo motivo ho avuto il maiale tutto per me”. “Mi hanno lasciato il maiale per sopravvivere, perché quel fondo rendeva poco. Anche la ghianda la davo al maiale. Quella non la dividevo con il padrone”.
Dopo la guerra, racconta Alipio, “ho cominciato a vedere qualche cosa”, “ho cominciato a rimediare qualche soldo”. “Di maiali ne ho fatti anche cinque” e li vendevo a due macellai di Fano, Longhini e Uguccioni. “Io ho sempre un po’ trafficato”, spiega infatti. “Facevo, un po’ il traffichino, il mercante”. “Mi ero fatto dei compagni che quelli erano già nel commercio, allora io mi ero arruolato con loro”. “Compravo i prosciutti poi le rivendevo”, e anche i tacchini e le oche. Andavo in campagna, andavo dai contadini, poi le rivendevo “al mercato a Mondolfo”, “per guadagnare qualche soldo”.
“Una volta, lei non lo ha mai saputo, ho prestato centomila lire anche alla mia padrona”, racconta Alipio. “Mi era infatti venuta a chiedere se conoscevo qualcuno che poteva prestarle quattrocentomila lire per comprare una casa a Fano, dietro alla caserma Paolini, e io le avevo trovato un mio amico. Questo qui, però, aveva solo trecentomila lire, così che il resto ce l’ho aggiunto io”. “Non gliel’ho potuto dire”, confessa Alipio, “perché non mi potevo far riconoscere che avevo messo da parte quella somma”. “Però quella volta, cento mila prestate”, spiega Alipio, “davano cinquemila lire di interesse, e io, con quelle cinquemila lire, ci ho comprato un bel paio di stivaletti”.
Nel 1954, Alipio lascia il fondo di San Costanzo, compra un tremila metri di terra e Pontesasso e vi si trasferisce con la famiglia. Il proprietario era Brilli di Pesaro, racconta Alipio, “che era un pezzo grosso”, “aveva novantasei ettari di terreno” e vendeva in questa zona. “quattro ettari”. “Allora ci siamo decisi, io e i fratelli di mia moglie, di comperare questa terra qui”. Quaggiù, commenta Alipio, siamo “tutti di San Costanzo, da via Tomba”. “Noi siamo stati i primi” a comperare qui, “ci siamo innamorati del Piano”, anche se prima volevamo comperare al di là dell’autostrada, “da un sensale di Mondolfo”. “Io i soldi ce ne avevo pochi”, così “io ne ho comperato tremila metri e” i miei cognati “hanno preso mezzo ettaro di terreno”. Quella volta, per comprare tremila metri di terra ci volevano, confessa Alipio, seicentomila lire. Poi, “noi abbiamo fatto una casetta piccolina”. “In questa terra coltivavamo fagiolini, pomodori e i cavoli” e li vendevamo alle cooperative. Era un buon terreno questo. “I fagiolini, mi ricordo, un anno, sessantadue quintali”. “Mia moglie mi aiutava e piantava i cavoli, piantava i fagiolini”, quella roba lì.
“Quando andavo a lavorare in campagna”, aggiunge Alipio, “andavo a lavorare” anche “per una cooperativa di Fano” “che lavoravano nelle ferrovie”. Era “la Cooperativa Filippetti”. “Lì ci ho lavorato sette, otto anni e per essere assunto”, confessa Alipio, “gli ho portato un bel paio di galli”. “Mettevamo il pietrisco nuovo nelle gallerie”. “Ho durato più di un mese sotto la galleria di Ancona”. “Andavo a lavorare verso le otto di sera” “e ritornavo alla mattina alle sette e mezza, le otto”. “Tutta la notte” “dovevamo scaricare la roba che va sotto le traverse, coi pianali del treno”. Era un lavoro pericoloso e ci sono stati anche incidenti gravi con morti e feriti, spiega Alipio. “Dopo io mi sono messo a fare la banchina”.
“Nella mia vita”, commenta Alipio, “non mi sono mai interessato di politica, anche se a votare ci andavo”. Sono stato “sempre socialista” ma mai iscritto al partito. Per quanto riguarda la religione, invece, “io ho sempre rispettato la chiesa” ma “i preti sono negozianti”.
Alipio ha avuto due figlie femmine, Agnese, nata nel 1941 e Sandra, nata nel 1944.
Oggi, però, conclude Alipio, “se tornasse il fascismo sarebbe meglio” “perché ci sarebbe più disciplina”. Perché oggi “è tutto un magna magna”. “Tanto i Comuni quanto le Province e le Regioni. Tutti uguali”.

 

Dati intervista
   
< ELENCO NOMI
< ELENCO LUOGHI
Cognome Nome
Giombetti Alipio
Mestiere svolto
Ferroviere
contadino
Data di nascita
22 luglio 1915
Data intervista
20/07/2007
Luogo di nascita
San Costanzo (PU)
Durata intervista
75 min
Temi principali
Lavoro, Famiglia, Matrimonio, Guerra, Emigrazione,
Riti e Costumi

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