CASA NOSTRA E' TUTTA BRUCIATA
Giromotti Milton nasce a Acquaviva di Cagli nel 1911. È il secondo figlio dopo Pierina, nata nel 1907. Il nome Milton è americano e gli viene dato da suo padre, emigrante in America.
Milton il babbo non l’ha conosciuto affatto. È morto in America, durante il suo terzo viaggio in quella terra nel 1913. Faceva il manovale generico e lavorava nei lavori di ricostruzione successivi al terremoto che aveva colpito San Francisco nell’aprile del 1906. “Demolivano, demolivano […] gli è cascato un pezzo di muraglia… fatto secco”. L’emigrazione era iniziata alla fine dell’Ottocento. Milton racconta che era stato in America “due o tre anni. Poi ha fatto quella casetta dove sto io, poi è ripartito. Ha comperato un po’ di terra con il fratello”. “C’era anche il fratello della pora mamma anche lì, un altro cugino che stava lì vicino a casa mia […] c’erano altri italiani, insomma”. La mamma non aveva mai pensato di raggiungere il marito perché “c’aveva già la… mia sorella era più grandina”. La notizia della morte del babbo “è arrivata subito. Subito la notizia del grave incidente che ha avuto sul lavoro. Un telegramma. Eh… c’erano i paesani”. “C’era un fratello della pora mamma, c’era anche un fratello – sarebbe un cognato – e poi anche un altro Giromotti che sta vicino a me”. La salma non è mai ritornata in Italia, il padre è stato sepolto a San Francisco e Milton non c’è mai andato, solo sua sorella.
Dopo qualche anno la mamma “ha formato famiglia col fratello (più grande) del poro babbo”, e ha avuto altri cinque figli. A quel punto erano in sette. Quattro maschi e tre femmine. I maschi sono morti tutti. “Ci sono rimasto solo io”. È viva solo una femmina.
Tutta la famiglia ha vissuto sulla casa e sul podere acquistati con i risparmi del lavoro in America. Questo zio viene descritto da Milton come “un uomo di famiglia”, “una brava persona”. “Ci ha tirato su a noi due, a me e a mia sorella. Dopo mia sorella si è sposata presto e io sono stato lì nella famiglia fino a venticinque anni, dopo mi sono sposato”. La mamma e lo zio sono rimasti nel fondo fino all’ultimo.
Da ragazzino il compito all’interno della famiglia era di accudire le bestie, pecore e maiali.
Milton è andato a scuola fino alla quarta elementare. “Dopo dovevo andare a Cagli e a Cagli non mi ci hanno mandato perché c’erano le pecore, c’erano i maiali, dovevi dare aiuto in casa”.
Milton non ha mai patito la fame però, racconta, “era fatica”.
Milton è stato richiamato durante la guerra d’Africa. “Sono stato richiamato nel ’35 quando Mussolini è andato in Africa. Io siccome ero figlio unico… risultavo che ero figlio…in Africa con il battaglione mio non mi ci hanno mandato. Non sono partito per la guerra. Sono rimasto al 94 reggimento di fanteria. A Fano c’era il 94 di fanteria. Ecco lì. Pochi mesi dopo mi hanno congedato. Ma la classe mia ha fatto due anni d’Africa, anche di più”. Durante questo periodo numerose sono le licenze. “Qualche volta venivo su con la bicicletta”, racconta infatti. “Un’ora, un’ora e mezza anche più. Allora ero portaordini al comando del battaglione” e avevo “una bicicletta da bersagliere con le gomme piene. Le corse di dietro al colonnello quando andava giù a piazza d’armi. Anche lui ci aveva la bicicletta e quando arrivava lui io dovevo essere presente”. “Stavo bene quella volta”, commenta, oltretutto la sera aveva il permesso fino a mezzanotte. “Eravamo in tre di portaordini. Uno per battaglione”. La sera “uscivamo. Qualche sera andavamo al cinema se c’era qualche soldo, perché non c’erano sempre”, oppure “qualche visitina” nelle case chiuse ma poco”. Altrimenti “andavamo in quel giardino vicino al mare”.
Finita la guerra d’Africa Milton si fidanza con una donna di otto anni più giovane. Dopo un anno si sposa. Sua moglie faceva la sartina, era anche lei di Acquaviva e si conoscevano da ragazzi, da quando si facevano le feste di Carnevale e insieme ballavano. Era una bellissima donna e aveva molti pretendenti. Ha scelto Milton “perché quella volta chi c’aveva una casetta e un pezzo di terra” era un buon partito. Anche Milton aveva molte corteggiatrici, “anche troppe. Dove andavi ce n’era una”.
“Del ’37 mi sono sposato. Del ’39 un’altra cartolina. Quella volta non c’è stato più rimedio. Quella volta non c’era più il figlio unico. Ma sono stato fortunato anche quella volta”. Ho fatto la Sardegna e la Corsica”. Mentre, infatti, il suo battaglione si muoveva verso nord, Milton “era aggregato a una batteria di presidio” che raggiunge la Sardegna. “Sono stato quasi due anni sempre lì al porto. Facevamo servizio, era una compagnia di presidio, scaricavamo, caricavamo materiale”. In Sardegna Milton prende la malaria e viene curato in un ospedaletto da campo. Qualcuno non ce la fa e muore di malaria perniciosa, racconta. “Quella non diceva di no, eh? Quella ti portava via. La mia era più benigna”. Dopo la Sardegna “un anno di Corsica. Lì l’aria era diversa, l’aria era più pura che nella Sardegna”. Della guerra Milton ricorda il grande tasso di analfabetismo diffuso tra i soldati e quanto lui fosse fortunato perché invece sapeva leggere e scrivere. Il giorno del richiamo lo ricorda infatti così: “Giromotti, titolo di studio. Quarta elementare. Passa dall’altra parte. E adesso che cazzo vuole? Subito nel plotone degli allievi caporali perché sapevo leggere e scrivere”. E ancora: “noi andavamo in libera uscita” mentre per i soldati analfabeti “c’era l’adunata, tutti, per studiare”. Per imparare a fare la firma e scrivere alle famiglie. Milton racconta che scriveva le lettere per tre soldati di Acquaviva. Si ricorda di un suo amico che quando la moglie gli scriveva “era sempre con quella letterina sulle mani finché non aveva trovato a me” e di tanti soldati che erano malinconici perché pensavano alla moglie e ai figliuoli. Milton scriveva alla moglie una volta alla settimana, anche meno e lei gli rispondeva sempre. Aveva fatto le elementari anche lei. Durante la guerra qualche licenza. Ad Acquaviva c’era la radio e la ascoltava per avere tutte le notizie degli “avanzamenti, le battaglie, i bombardamenti”.
Milton sostiene che Mussolini abbia “fatto anche delle cose fatte bene”, quindi che “negli anni dell’amministrazione sua ha fatto delle belle cosette. La strada Flaminia l’ha fatta nel periodo suo, poi tutti i bei consorzi per ricevere il grano, tutte le bonifiche”, per non parlare del fatto che ha eliminato la malaria a Roma. Però definisce “storielle” l’idea dell’Italia grande, del grano e della famiglia numerosa, e critica come cose gravi le tasse per i non sposati, quella sul bestiame e l’ammasso. “C’era il milite con la camicia nera che veniva e misurava il grano”, racconta. “Tanto per la famiglia, tanto per il Fim, questo all’ammasso”. Per Milton il grano “mica lo davo tanto volentieri” perché “ce ne toglieva anche troppo”. Non ha dubbi Milton quando afferma che fare la guerra è stato il suo più grande errore dei Mussolini. “Non eravamo tanto attrezzati per un’altra guerra”. “Del resto potevamo stare tanto bene. Avevamo preso una metà dell’Africa. Un impero già ce l’avevamo. Fare scoppiare un’altra guerra!”
L’8 settembre 1943 Milton è in Corsica. Sa dell’arresto di Mussolini perché la corrispondenza funziona bene. Mentre molti fuggono, nonostante non ci fosse più nessun Ufficiale perché erano tutti partiti “prima che suonassero le sirene”, Milton non riesce a ritornare a casa e rimane lì. “Un anno sono stato per strada prima di ritornare a casa. Perché i battelli non ne attraversava uno perché avevano lasciato tutti i galleggianti per mare e non ne attraversava uno di battelli”. In quell’anno “facevamo i vagabondi”, racconta, “allo sbando, tutti riuniti, dormivamo sotto le tende”, eravamo qualche centinaio. “L’esercito non pagava più, non dava più niente. “Lì giocavamo a carte, c’avevamo un pallonaccio”. Sempre con la stessa divisa, di cui ogni tanto “lavavamo la camicia”; addirittura c’erano gli animali, pidocchi, di tutto. Fortuna “che dopo sono arrivati gli alleati, ci hanno portato un po’ da mangiare” e qualche sigaretta.
In Corsica c’era stato anche il battaglione dei tedeschi ma dopo se ne sono andati. In quell’anno Milton non è mai riuscito a fare recapitare una lettera a casa. “Quattordici mesi senza avere notizie”. A un certo punto gli abitanti della Corsica “non ci volevano più”. “Ci hanno buttato fuori e siamo andati in Sardegna e lì ci siamo ricoverati lì finché non abbiamo avuto l’opportunità di un battello”. “Dalla Sardegna invece di andare a Civitavecchia hanno sbarcato a Napoli” perché “c’era il tratto di mare più libero”. A Napoli c’era il comando. “Abbiamo sbarcato, ci hanno dato d mangiare, ci hanno cambiato la camicia tutta rotta e poi per andare a casa?”. A Napoli Milton non riesce a scrivere a casa. “E dopo da Napoli a venire su un’altra bella partita”. “Lì dopo, chi un po’ a destra, chi un po’ a sinistra, con i mezzi di fortuna, c’erano i camion che andavano e venivano anche militari”. “Io avevo un lascia passare fino a Fabriano. Più avanti non ci potevi neanche venire” perché c’era la linea Gotica. Milton raggiunge Roma e viene ospitato da una zia. “Roma non era mica tanto devastata. Non molto”. La zia abitava a San Giovanni. Gli rimedia un po’ di vestiti. A Roma Milton viene a sapere del disastro di Acquaviva dalla zia. “la frazione qui era stata bruciata tutta”. Poi “c’erano i carrettieri che venivano a prendere il grano giù…qui nelle Marche”. Le strade erano tutte rotte. Non c’era più nessun ponte. C’erano solo un po’ di stradine che erano passati i carri armati, fatte con la ruspa. La zia va a parlare con i carrettieri per chiedere loro un passaggio per il nipote. Le rispondono “si, noi andiamo giù. Un po’ con il carretto, un po’ a piedi”. Milton parte. Il viaggio dura tre giorni. L’ultima notte si fermano a Sassoferrato. Piove. Milton alloggia in una stalla di un contadino. “Sei fortunato che non c’è nessuno, non c’è una sera che non c’è qualcuno”, gli risponde l’ospite. E dopo questa famiglia dice: “Ci avete fame” “Signora mia sono partito da Roma. Mia zia mi ha dato due sfilatini, sa come sono gli sfilatini romani? Dopo questi signori che fanno quel tratto lì ogni tanto ci avevano un appuntamento con una famiglia, fermavano il cavallo e si facevano fare un piatto di minestra”.
Milton torna a casa a ottobre del ’44. La moglie sa del suo ritorno. “Certe amiche di mia zia mi avevano dato un paio di lettere da portare a Frontone e allora mi sono fermato. Un amico mio verso Urbania andava. Gli ho detto, quando passi lì ad Acquaviva, dì che Milton, tutti mi conoscono, è a Frontone, sano e libero”. Quando Milton torna la moglie, con il fratello più grande, erano sfollati sul monte. Hanno vissuto in una grotta per parecchi mesi fino a che non è passato il fronte. Acquaviva era distrutta. “L’avevano un po’ bombardata perché c’era la stazione, i ponti” e dopo i partigiani “avevano ammazzato un tedesco qui” e per ripicca “hanno fatto un rastrellamento che hanno bruciato tutto”. Quaranta uomini vengono portati via per trentacinque giorni, ma alla fine si salvano tutti. “Pora gente non ci avevano nessuna colpa perché i partigiani erano tutti nascosti sul monte”.
La moglie l’aspetta per strada. Milton racconta di essere rimasto molto male per via della casa. “Ma la casa nostra è tutta bruciata”, gli dice la moglie. Allora “la rifaremo. E l’abbiamo rifatta”. Un aiuto per ricostruire la casa glielo darà poi il genio civile, anche se Milton sottolinea come il problema, durante la ricostruzione, era “che non si trovava il materiale. Non si trovava.. il cemento non c’era, il legname non c’era, la calce neanche…”. Quando la casa brucia i tedeschi rubano una bicicletta che Milton doveva ancora finire di pagare. Una bicicletta che costava 235 lire e per saldare il debito “mi è toccato anche andare a falciare a Roma per le Maremme”. Milton aveva la passione per la bicicletta “una mucchia” e acquistarla era difficile perché “a quei tempi il soldarino mancava. Non tutti ce l’avevano la bicicletta qui a Acquaviva”.
Milton ha tre figli. Il figlio più grande, Marcello, nasce nel ’39; il secondo, Irvando, nel ’49, appena finita la casa nuova; il terzo, Giambaldo, nel ’55.
Dopo la guerra Milton ha un incarico politico e diventa Assessore Comunale. “Io, a dire la verità, ero un socialista, di Nenni”. “Ero un pezzo grosso”, Assessore comunale dal ’47 al ’55: eletto alle prime elezioni del dopoguerra, al tempo in cui Sindaco era l’avvocato Arduini. “Ho avuto un sacco di voti” e i problemi di cui si occupava riguardava principalmente la ricostruzione. Le famiglie andavano spesso in Comune e “chiedevano, chiedevano, chiedevano. Ma che cosa chiedevano al Comune. Non ci avevamo niente da dare?”.
“E dopo, dopo.. niente…si è aperta l’emigrazione, mi sono dimesso e sono andato ad emigrare”. Milton vive dieci anni in Svizzera, a Lucerna, dal ’55 al ’65. Decide di partire perché la terra non “bastava più”. “No, non bastava più perché la dovevi fare lavorare dagli altri perché i mezzi non ce li avevo” e quindi non rendeva. I figli mangiavano, erano tre maschi. “Ho fatto un po’ di tutto. Un po’ da carpentiere, un po’ da manovale, un po’ da muratore, un po’ sulle… perché era una ditta grandissima e aveva i lavori un po’ dappertutto. Dove andavi bisognava che ti davi un po’ da fare, ecco”. “Una professione propria non ce l’avevo però…” “Dieci anni lì, mi ha sempre voluto bene”. “Adesso mi mandano qualcosina” di pensione, “versamenti che ho fatto là”. In Svizzera Milton dormiva nelle baracche dei prigionieri della seconda guerra. “Dopo mano a mano si sono trovate delle famiglie, dormivamo dalle famiglie”. “Eravamo tre o quattro italiani. Facevamo da mangiare da per noi altri per risparmiare qualcosina. Non si andava al ristorante.” Per lavare e stirare si andava da una famiglia. Gli italiani erano visti “così così. Io come lavoro mi sono trovato sempre abbastanza bene. Facevo un sacco… dieci ore al giorno minimo. Dieci ore. Sono tante”. Pagavano a cottimo, secondo la resa che davi. “Quando andava bene” Milton riusciva a mandare a casa “una settantina di mila lire”. Non era poco “a quei tempi”, “ma dovevi stare attento un bel po’”. Quasi tutte le famiglie di Acquaviva avevano degli emigranti, “le persone buone, da lavoro…”, chi nel Canton Lucerna, chi a San Gallo, chi a Zurigo, sparsi un po’ dappertutto”. Per partire “facevi il passaporto con una richiesta della ditta perché se no a Chiasso non passavi”. A Chiasso c’era anche la visita medica. “A Chiasso se eri idoneo passavi, andavi avanti, col passaporto e il permesso della ditta che andavi là”. Perché “lì la gente in giro non la volevano vedere”. Lì o lavoravi o tornavi a casa “non è come qui in Italia che entrano così a valanghe. Lì non si entrava. La polizia, se eri in regola con il lavoro, tutto andava bene, se no…”. In Svizzera con Milton c’era anche Marcello, in figlio grande, “ma lui faceva il falegname perché Milton voleva che tutti i suoi figli imparassero un mestiere. Dopo Marcello ha sposato una dell’alta Italia. “Tira tira il marito, l’ha portato in alta Italia e lassù è sposato, ha avuto famiglia. E quello era con la Regione. Con i pullman della Regione”. Faceva l’autista nella provincia di Vicenza. Il più piccolo, Irvando ha, invece, sempre lavorato con il Comune. Voleva anche lui andare in Svizzera ma non aveva diciotto anni e non gli hanno fatto il permesso di soggiorno. “Era minorenne e gli è toccato ritornare a casa”. Durante l’emigrazione Milton ritorna in Italia a ferragosto “perché c’erano quindici giorni e allora venivamo a casa e poi tornavamo a Natale. A Natale stavamo fino alla fine di febbraio, i primi di marzo. Ritornava il permesso. Partite che il lavoro viene ricominciato”. La vita “era dura”.
Milton lascia la Svizzera nel ’65 perché “dopo c’era il lavoro anche qui. Stavano bene chi c’aveva la famiglia là, la moglie, se no un uomo solo, a emigrare, non è che era una gran bella vita”, “perché si spendeva una mucchia, il dormire, il mangiare, vestire, lavare e poi eri sempre… scrivevi a casa… non mi hanno scritto perché staranno male…perché la pora mia moglie, difatti, stava anche male che dopo mi è morta…ho lavorato sempre per lei.” Milton, in Italia, lavora con il Comune e la Provincia. “Facevo una quindicina poi ti richiamavano magari la Provincia a fare le pulizie, a tagliare l’erba, a fare l’asfalto”. Sempre il manovale, “una gran professione no però mi adattavo un po’ a fare tutto”. E ancora: “Sono stato sempre qui d’intorno. C’avevo quel poco di terra”. Al ritorno dalla Svizzera, poi, nel ’56, Milton compra la lambretta “che non ce l’aveva tanta gente”. Invece la macchina non l’ha mai comperata e non ha mai preso la patente “perché costava qualche soldo e dovevi perdere qualche mese di giornata”.
I figli di Milton hanno studiato. Per lui è molto importante studiare. Anche per il discorso della lingua. È stato, infatti, brutto vivere in un posto dove non si sapeva nemmeno il nome del pane. Il figlio più grande, Marcello, “parlava meglio che i tedeschi”. Però all’ultimo anche Milton parlava tedesco, ad esempio, “tutta l’attrezzatura del lavoro, il pane, la spesa. Fare un discorso lungo no, però quando incontravi una persona, almeno buongiorno.”
Tornato in Italia non si è più interessato di politica anche se ha votato sempre il partito socialista. Definisce la politica di oggi “una gran porcheria. Una massa di ladri. Manco i socialisti mi piacciono più. Poi l’ultimo sgarbo che ha fatto Craxi. Quella volta poi mi ha buttato a terra completamente”.
Amaro è il giudizio sul suo paese oggi, che sta morendo perché i giovani vanno via. “Perché il lavoro non c’è, una piccola fabbrica qui non c’è. Lavorano a Cagli. Ci avevamo la posta, ce l’hanno tolta. Ci avevamo il macello, non ce l’abbiamo più. Ci avevamo le scuole e non ce le abbiamo più per niente”.
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Dati intervista |
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Cognome Nome |
Giromotti Milton |
Mestiere svolto |
Manovale |
Data di nascita |
17/08/1911 |
Data intervista |
22 giugno 2007 |
Luogo di nascita |
Acquaviva di Cagli
(PU) |
Durata intervista |
90 min |
Temi principali |
Famiglia, Emigrazione, Lavoro, Guerra, Politica
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