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02 / MEMORIA OVER 90
 
ERANO ANNI DI MISERIA
Greppi Aldo nasce a Perticara di Novafeltria il 1 settembre 1911. È il quarto e ultimo maschio di sette figli. “Avevo solo una sorella più grande”, ricorda “lei era del 10”.
Quando Aldo è piccolo, il babbo parte per la guerra, “mio babbo è stato in guerra, è stato sul Caporetto, sul Carso lassù […]. Io mi ricordo quando veniva in licenza, anche se poche volte è venuto […]. Non ci raccontava niente; noi bambini sapevamo che erano militari e basta”.
Non avevano terreno di proprietà ed “erano anni di miserie […]. Mio padre era minatore lui, poveretto, mentre la mamma una casalinga. Non c’erano altri lavori, c’era la miniera e basta […]. Se uno c’aveva il lavoro in miniera mangiava qualche cosa, anche se le paghe erano quelle che erano, insomma. Mio padre, dopo, andava a lavorare un pezzettino di terra per raccogliere magari qualche chilo di grano oppure si arrangiava se qualcuno aveva bisogno di qualche cosa, di un aiuto. Era fatica proprio”.
Aldo è andato a scuola fino alla terza elementare e di questo periodo ricorda quando, da figlio della lupa, prendeva il trenino a Novafeltria per andare a Pesaro a fare le manifestazioni. “Abbiamo dovuto smettere di studiare, di andare a scuola, per via del lavoro. Ho deciso di andare a lavorare in miniera” racconta “perché non c’erano altri lavori” e poi lo stipendio della miniera era sicuro. Non ha mai pensato di fare l’artigiano, però “la Domenica andavo a saponare da mio nonno che faceva il barbiere e guadagnavo “quattro, sei soldi”.
Tutti i maschi della famiglia hanno lavorato in miniera. La mamma prima di partire gli diceva: “Stai attento” e quando tornava “Beato te che sei ritornato”. Infatti ogni tanto succedevano delle disgrazie e ogni volta la Montecatini doveva far uscire tutti gli operai dalla miniera. Il pericolo maggiore era quello dell’incendio. Nel 1935, ad esempio, due operai sono rimasti chiusi dentro per sei mesi perché il passaggio si era chiuso, “allora loro si sono buttati dentro la tramoggia, dentro la botola,” ma la botola era piena di zolfo e non sono riusciti a uscire. I minatori, comunque, erano davvero tanti a Perticara e alcuni venivano da lontano e facevano perfino cinque ore di cammino a piedi per arrivarci. “La Montecatini”, infatti, “per me è stata una società seria e in gamba”, che “l’operaio lo faceva lavorare” ma pagava tutti i contributi. Oltretutto, “ha fatto delle case per gli operai”, ha costruito tutte le officine e le centrali e ha fatto lavorare tanta gente per tanti anni. “Anche le donne lavoravano. C’avevano degli stampi in cui mettevano lo scarto di zolfo misto con l’acqua, poi rovesciavano gli stampi, buttavano il materiale nei forni, nelle celle e facevano quelle che chiamavano le pagnotte”.
“Sono entrato in miniera il 21 ottobre 1924” ricorda Aldo “e quella volta, per farti assumere, dovevi andare a raccomandarti. Tredici anni avevo. Allora ne avevano assunti altri quattro o cinque. Dopo uno si è fatto male, in miniera, di questi ragazzi, e la società non li poteva assicurare perché non avevano quindici anni, allora ci hanno mandato tutti all’esterno a lavorare”. All’esterno “buttavamo giù lo zolfo in una tramoggia” e “se c’era qualche cosa di scarto, che non era minerale, bisognava scartarlo, buttarlo via”. A quindici anni è ritornato dentro “tiravo i vagoni, nelle gallerie principali, con i muli. Ero mulattiere […]. Andavo sulle coltivazioni dove c’erano questi vagoni. Dove trovavo vagoni pieni di zolfo, li attaccavo uno all’altro, avevo il mulo e tiravo e venivo all’ascensore, al pozzo”. Per ogni turno “dovevi stare otto ore sotto” e per mangiare “si portava via quello che si poteva trovare e lo si mangiava così, lavorando, camminando”. “Quando uscivi dal pozzo, dalla galleria, che vedevi il sole, non vedevi più niente” e anche i muli diventavano ciechi. Quando Aldo finiva il suo turno, il padre iniziava il suo, “mio padre, quando veniva a lavorare, lui entrava e io dovevo uscire […]. Lui andava a cominciare il suo lavoro proprio quando “arrivavo all’ascensore, liberavo il mulo e andavo a casa […]. Ho fatto questo lavoro per sei sette anni poi sono diventato ascensorista. Mentre facevo il mulattiere” racconta infatti Aldo, “delle volte mancavano persone all’ascensore perché all’ascensore erano due. Allora se mancava qualcuno di quelli, mi mandavano a me lì e allora piano piano piano piano, un giorno, un mese dopo un mese, sono entrato effettivo a fare quel lavoro lì. Non ero più con il mulo, ero con l’ascensore. Lì mi sono trovato abbastanza bene […]. Ho avuto quell’incarico fino a che hanno chiuso la miniera”.
In miniera la retribuzione era diversa in base alla categoria di lavoro; “c’era il manovale che prendeva 11 lire, l’aiuto minatore che guadagnava un po’ di più, il minatore ancora di più, e così via, c’era quella scala lì […]”. Aldo il suo stipendio lo lasciavo tutto alla famiglia, e così “a volte si usciva di casa che non avevi una lira in tasca”. La prima volta che ha avuto dei soldi suoi ha comperato una bicicletta. “Non c’erano i soldi contanti, pagavi un po’ al mese […]. Quando c’erano le paghe venivano su. Si mettevano là e allora gli davi dieci, quindici lire […]. Io sono pazzo per la bicicletta, da ragazzo avevo molta passione per la bicicletta. Uscivo dalla miniera, prendevo la bicicletta e facevo chilometri. Andavo a Sant’Arcangelo a vedere la corse e mi piaceva un sacco Binda”.
Ha fatto solo tre mesi il militare “ero nell’aeronautica, ero a Padova. Dopo, siccome avevo un difetto in un occhio, mi hanno mandato all’ospedale militare di Trieste e lì mi hanno fatto la riforma e sono venuto a casa […]. Ho avuto fortuna.
Nel 1939 Aldo si sposa con Emma, una ragazza di Perticara di diciassette anni, conosciuta sin dall’infanzia. Anche la famiglia di Emma è legata alla Montecatini perché il babbo fa il fabbro nell’officina della miniera. Prima di sposarsi, Emma va tutti i giorni, a piedi, a Svignano, a imparare il mestiere di sarta, “però non sono potuta arrivare alla fine perché ci siamo sposati”. Emma ricorda che il fidanzamento è durato poco perché Aldo doveva pagare il celibato e così ha detto: “Con quei soldi lì ci sposiamo”. Dopo il matrimonio, Aldo e Emma si trasferiscono “un po’ alla meglio”a casa di lei e vi rimangono fino alla partenza per il Trentino.
Del fascismo, Aldo e Emma, hanno un buon ricordo. “Lui voleva bene a Mussolini”, mette in luce Emma, “ma anche io”. “Io credo che Mussolini era un uomo che faceva del bene per l’Italia”, aggiunge Aldo, “ha aiutato molta gente che non poteva” e “ha fatto delle leggi” importanti come la Mutua o gli assegni familiari. “Mussolini dava, dava, dava e io non posso dire male”. A Perticara poi, erano tutti fascisti e c’era un sentimento patriottico molto forte e grande fiducia verso il Duce.
La guerra, però. “ha scombussolato tutto”, ricorda Aldo. “Ha portato una miseria” ancora più grande “Bisognava comperare a nero perché con la tessera ti davano quel pochettino di olio e poco altro ancora. Se c’avevi i soldi, andavi in campagna e comperavi il grano; se non ce l’avevi morivi di fame. Mia mamma una sera ha provato a fare la piadina con la semola del grano […]. Io mi arrangiavo. Andavo giù verso il fronte dove c’era la guerra” verso Rimini, “prendevo una gallina, se la trovavo e facevo il cambio con le sigarette”, per venderle. Era fatica perché “erano momenti duri […]. I tedeschi qui avevano ribaltato tutto […]. Hanno fatto saltare la centrale da dove partiva l’elettricità e non si è potuto più lavorare”.
“Mi ricordo tutto del tempo della guerra e quando Mussolini è stato arrestato” racconta Emma, “la gente non era felice”.”Bello l’8 settembre” aggiunge Aldo, “perché la repubblichina non c’era più e dopo l’8 settembre è ritornata. L’ha creata Mussolini”.
Nel 1946 Aldo si trasferisce nella miniera di Trento, dove lavorerà fino al 1964, anno della chiusura. A Trento non c’era lo zolfo ma ricorda che c’era la pirite “la pirite è la porta della silicosi polmonare”. Nella miniera di Trento, Aldo avrà il compito di rifornire i minatori con l’esplosivo. “Era un lavoro che facevo benissimo perché non era faticoso ma di grande responsabilità. Non si scherza con l’esplosivo. Una volta, infatti, è successo che un collega mio di un altro turno ha sparato che ancora erano dentro l’avanzamento. Uno è morto sul colpo lì, è rimasto lì, l’altro è ferito”. Questa è stata l’unica disgrazia. “Quando si usciva dalla miniera uno era tutto nero e non c’erano i bagni. Ti davano un catino di acqua e ti lavavi così. Era dura, dura, dura”.
Per due anni, Aldo ha vissuto da solo in Trentino; dopo due anni la moglie e il figlio lo hanno raggiunto. “Ho preso il treno” racconta Emma, “era la prima volta che uscivo di casa. Non volevo andare perché mi dispiaceva lasciare i genitori. In Trentino, all’inizio abbiamo vissuto nelle baracche di legno come i prigionieri. La vita era dura perché la baracca era come un sgabuzzino, e in più, il Trentino non ci voleva e ci guardavano male”. “A noi ci chiamavano italiani” racconta Aldo, “perché parlavano il tedesco loro e non ti volevano vedere tanto. Una volta, mentre andavo a lavorare ho incontrato un anziano. Gli ho fatto vedere le mani callose e gli ho detto: ‘Ecco le mani che danno il pane per la vera società’ “.” Per fortuna che erano tanti i perticaresi lassù” aggiunge Emma “così ci siamo fatti coraggio”.
“Dopo ho trovato la casa” racconta Aldo. La prima è stata nella canonica del prete, dove pagava cinque mila lire al mese; “era una camerina che una volta era una chiesa. Tanto per aggiustarmi avevo fatto una parete in mezzo […]. Non ho mai chiesto il trasferimento a Perticara perché ormai ero lassù e spostare le famiglie, quella volta, costava, in più alla fine mi trovavo bene”.
Negli ultimi anni Aldo racconta che c’è stata anche la lotta sindacale “mi sono impegnato con la Cisl. In Trentino, però, il sindacato non era organizzato come nelle Marche e i minatori erano trattati peggio”.Ad esempio drante la festa di Santa Barbara,protettrice dei minatori, mentre a Perticara davano un fiasco di vino, oppure un mezzo chilo di carne, lassù non davano niente.
Quando hanno chiuso la miniera a Trento “sono venuto via e sono ritornato a Perticara anche se posso dire che in Trentino ho visto le stelle sul principio ma dopo mi sono trovato bene perché io parlavo, parlavo, e tanta gente mi ascoltava”. A Emma è dispiaciuto molto ritornare “volevo rimanere ma ho dovuto cedere e ubbidire”. Stavano bene, infatti, Aldo suonava la batteria in un’orchestra da ballo e spesso andavano a fare delle gite e a ballare.
Nel 1970 Aldo va in pensione. “Quelli che lavoravano nel sottosuolo e avevano quindici anni consecutivi di sottosuolo, c’era una legge che potevano andare in pensione a 55 anni. Gli altri cinque anni li passava la Previdenza. Allora io sono andato in pensione a 55 anni però ne avevo già 66 degli anni. E dopo a forza di battere e di ribattere, ho incominciato ad andare un pensione nel ‘70”.
Perticara era cambiata “poco e niente” quando sono ritornati. Avevano fatto dei lavori, diverse case, “ma come industria niente” commenta Aldo; “i dirigenti della Montecatini hanno sbagliato lì”, cioè non facendo niente dopo la chiusura della miniera.
Dopo la pensione Aldo ha lavorato per altri trenta anni, fino al ‘90. “Ho lavorato per un fornaio a portare via il pane, con un camioncino […], ho lavorato“nel calzaturificio […] e ho lavorato con uno di Novafeltria tre anni, che aveva la concessione dell’esplosivo. Aveva quattro sonde che foravano, andavano giù magari a trenta, quaranta metri, e poi bisognava buttare giù l’esplosivo. Facevamo esplodere e veniva fuori una cannonata di roba e di lì vedevamo se c’era il metano o no […]. Ho anche fatto il sacrestano venticinque anni al mio parroco che mi dava qualche cosa ogni tanto. Dopo ho cominciato a suonare in un’orchestra da ballo, dove ho suonato parecchi anni”. A Perticara c’era un grande teatro dove venivano organizzate delle feste e anche lì qualche cosa guadagnava. “Poi sono diventato un po’ anziano e dall’orchestra sono passato nella banda, sono entrato nella banda musicale minatori di Perticara; lì ogni servizio che si faceva davano il gettone di presenza e si tirava avanti così”. Aldo ha suonato fino al ’90 quando ha smesso perché “era impossibile. Non gliela facevo più perché c’erano le trasferte, c’era quello, c’era quell’altro. Difatti, non c’era un prete nel Montefeltro, che non faceva una festa religiosa se non c‘era la banda e durante le processioni era dura perché bisognava camminare in salita”.
Aldo e Emma hanno avuto tre figli. Il primo è nato a Perticara, gli altri due a Trento.
Oggi Aldo è invalido del lavoro a causa della silicosi polmonare. “Se ritornassi indietro” dice “non ci tornerei più in miniera, mi butterei nel commercio, perché nel commercio guadagni” e aggiunge
“Io muoio contento perché so che i miei famigliari sono a posto; ognuno c’ha la sua casa e il suo lavoro”.

 

Dati intervista
   
< ELENCO NOMI
< ELENCO LUOGHI
Cognome Nome
Greppi Aldo
Mestiere svolto
Minatore
Data di nascita
01/10/1911
Data intervista
29 giugno 2007
Luogo di nascita
Perticara di
Novafeltria (PU)
Durata intervista
120 min
Temi principali
Famiglia, Lavoro, Guerra, Politica, Matrimonio, Emigrazione

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