LA TESSITRICE
Massi Maria nasce l’11 luglio 1916 a Monterolo, una frazione di Pergola. È la primogenita di due figli e suo fratello ha un anno meno di lei. “Mia madre dicevano che faceva la tessitora”, “ma io non l’ho conosciuta”. “Mio padre faceva il legnarolo, era chiamato, faceva le cose da mettere nella ferrovia, tutte quelle striscette”. “Faceva anche i mutulli” per i pagliai e andava a lavorare dai contadini, anche fuori Pergola. Addirittura, “per limare l’accetta andava a Foligno a piedi, ma quando tagliava era liscia” “e non si è mai preso nei piedi”. Quando era giovane poi, racconta Maria, “mi pare che ci andava a Roma” a falciare.
Nel 1918, la mamma di Maria muore di spagnola.. “Io di mia madre mi ricordo solo due volte. Perché quando andavo alla messa, io andavo lì la strada, e mi prendeva sempre in braccio mia madre. E poi mi ricordo che quando dopo è morta e la portavano via”, “nei carri funebri, c’era una volta quelle mappe color d’oro” e “questo qui mi sembra adesso, che io volevo andare a prendere quella lì. Non pensavo che era mia madre dietro”.
A casa, spiega Maria, c’era il telaio. “Io avevo imparato” da ragazzina a usarlo. “Io facevo i cannelloni” e “una signora mi insegnava quando si ordiva”. “Avevo imparato molto molto anche io a tessere”. “Tante volte ci sono venute” anche persone da fuori, “perché mica tutti ce l’avevano il telaio”.
Il babbo, poi, si è risposato e ha avuto un altro figlio.
Questa seconda moglie, “però mi voleva bene. Si adattava a fare tutto, sapeva fare tutto, sapeva accomodare un paio di mutandine, non è come adesso”. “Lavorava dappertutto, la terra dai contadini”.
Del periodo fascista, Maria ricorda che quando era piccola, l’8 dicembre “accendevano il fuoco. Allora io, perché eravamo tra bambini, accendevano questo focarello e sono andata su. È arrivato uno che lo conoscevo bene” e sapevo che era fascista. “Io gli faccio, fascista spomodorato” “e lui deve avere parlato. È capitato qualcuno alla porta del poro mio padre. Hanno ragionato, però non gli hanno fatto niente perché io ero piccolina”. “Non è successo niente, fortuna”, però “noi avevamo paura dei fascisti”. “Perché mi ricordo una volta mi avevano portato, c’era una festa, venivano su quei fascisti, suonavano, battevano” “a fuggire, figliuola mia, lì a casa. A correre che ti correre”. Mio babbo non era fascista, non l’ho mai “sentito dire”.
Maria è andata alla scuola elementare fino alla quarta. “La prima l’ho fatta sul paese che era vicino. La seconda sul ponte di Monterolo che era dai dieci ai dodici chilometri, con un paio di zoccoli, un par di cencia di calzette e se pioveva un par di cencia sulla testa. Ecco”. Mi hanno sempre promossa a scuola, perché ero “brava molto a fare i disegni” e mi piaceva tanto cantare. Andavo anche alla dottrina.
Della fanciullezza, Maria ricorda un episodio molto particolare, quello di un furto accaduto a casa. Eravamo io e mio fratello “e facevamo la sgarza per fare le seggiole”. “Si faceva la sgarza così, io e mio fratello, nella strada. Allora uno ci viene a dire, quanto vi ci vuole? E che ne sappiamo noi quanto ci vuole. Non lo sappiamo”. Eravamo nella strada davanti casa, ricorda Maria, “e di dietro c’erano le finestre”. Mio padre quella volta “ci aveva una cassettina così lunga, era quadrata e lui ci teneva, c’era l’oro di quella pora mamma, la verghetta che dopo babbo l’ha messa lì dentro quella cassettina, c’aveva un po’ di collane” “e ci avrà avuto cinquanta lire”. “E allora, dopo di un pezzetto, io sento un chioppo. Ho detto a mio fratello, è scappato il maiale, vuoi scommettere, è scappato il maiale? Vado giù e il maiale invece dormiva. Quando alla sera riviene mio padre” “la cassettina non c’era più”. Gli abbiamo raccontato tutto. Così mio padre ha denunciato quello che ci era venuto a domandare, Bruno si chiamava. “Gira gira, l’ha denunciato, i carabinieri sono venuti lì casa, a me e quel poro mio fratello, quattro giorni ci hanno portato a Pergola alla caserma dei carabinieri. Alla mattina ci venivano a prendere e alla sera ci portavano a casa”. Durante il giorno ogni tanto ci interrogavano, per vedere “se sbagliavamo a dire quella cosa”. “Noi gli abbiamo detto sempre quelle parole quelle. Era la verità”. Alla fine, vicino casa di questo Bruno, c’era un Maresciallo “che era l’amico della madre e quello lì ci ha fatto perdere tutto”, se no “era sicuro, era sicurissimo”.
A dieci, dodici anni, racconta Maria, andavo a lavare a casa dei contadini. Mi chiamavano perché ero brava, “gli davo un bel po’ di sapone e facevo venire via tutto quell’unticcio”. “Contenti erano”.
Ricorda anche che da Monterolo andava tutti i sabati a Pergola al mercato a piedi, per comperare i libricini di canzoni che le piacevano tanto. “Quattro soldi ci buttavo”. “Le canzoni, le leggevo, le cantavo”, mi ci mettevo “alla domenica, un’oretta”.
All’età di quattordici anni, Maria “è andata per serva” “dai contadini”. Ci stavo “quattro, cinque mesi d’estate, poi io d’inverno” imparavo la tessitura. Andavo “sempre vicino a Monterolo” e dormivo nelle case dei padroni. “La sera, quando si cenava, mi facevano lavare i piatti”. Mi trattavano bene, anzi se andavano alla fiera, “capace che mi riportavano la veste”. “Mi facevano fare da magiare”, una volta, mi ricordo, gli ho fatto una sfoglia “di quadrellini, tutti contenti”. “Perché io avevo imparato da piccolina a fare la pasta”. “Mi sono trovata sempre bene”. Sono stata a servizio “fino a ventiquattro anni”, ma non nella stessa famiglia, “giravo sempre da uno e dall’altro”. “Dopo ho cominciato ad andare a lavorare per conto mio”, sempre dai contadini in campagna, nei lavori agricoli.
“A ballare ci andavo qualche volta, sempre a Monterolo”. “Mi ci accompagnava la mia seconda mamma”, perchè “mica si andava da soli come adesso che vanno tutti in giro”. “Alle nove ci si andava, a mezzanotte si tornava a casa”. Mia mamma accompagnava anche le mie amiche, perché le altre volevano stare con me. Mio babbo non veniva “e non era neanche tanto, troppo contento, a dire la verità”. Però non hanno mai discusso per questo perché “se diceva di si ci si andava, ma se diceva proprio di no, allora non ci si andava”. Si ballava vicino alla casa del prete, dopo la messa, il sabato. “Questo prete, svelto svelto, scappava dalla chiesa prima che uscivamo noi e poi si affacciava sulla finestra, volete i soldi signorine? Volete i soldi per andare a ballare? Volete i soldi? Ci faceva apposta, scherzava”. Facevano due o tre balli, poi andavamo a casa. La mamma guardava e parlava con le altre mamme. “C’era da bere ma più che altro si bevevo un goccio d’acqua e poco più. Neanche gli uomini bevevano”. Ci si andava quelle due o tre volte a Carnevale e basta, anche se c’era un vicino di casa che ci aveva l’organetto e organizzava delle feste.”Si andava si rideva, si scherzava un’oretta lì, poi si andava a casa”.
Nel 1937 Maria si sposa, con un ragazzo di Sant’Andrea di Suasa che faceva il mezzadro. “L’avevo conosciuto”, racconta, “perché me l’aveva presentato un cugino. Ci avevo un cugino che stava lì vicino casa mia”. Siamo stati fidanzati un anno. Quando ci siamo sposati sono andata a vivere a casa sua”. Lì “ho dovuto faticare sempre di più, che la terra era diciotto ettari”.
“La sua famiglia mi ha accolto bene”. “Ci avevo una cognata e il suocero, perché la suocera era morta e non l’ho conosciuta”. In famiglia, “il capoccia lo faceva mio marito”, spiega Maria, pur avendo un fratello più grande. “Perché quell’altro ha fatto la guerra”, e allora “non era invalido, però non stava mai più bene”. Gli altri due fratelli, invece, gli erano morti, uccisi nella prima guerra.
Durante la seconda guerra, invece, mio marito non è stato richiamato “perché non l’hanno preso”. “Mi ricordo, che la prima cannonata è stata vicino casa nostra, sopra una covata di grano che ancora non si era battuto. L’ha preso e l’ha scompigliato tutto”. “Dopo la battitura, la parte nostra di grano, l’abbiamo nascosta in una botte, sotto un pagliaio, per paura che ce lo portassero via. Il grano, infatti, era importante, perché il pane lo facevamo sempre noi e era buono”. “Adesso invece non si sente più l’odore del pane, perché non ci sono più i contadini”. A quei tempi, “abbiamo avuto anche paura, perché” quegli uomini “avevano fatto un buco” e stavamo sotto il pagliaro” ma se scoppiava una bomba, capace che il pagliaro ci cadeva addosso”.
“Non abbiamo mai sofferto la fame, però, a tempo di guerra”, spiega Maria. “Anzi mi ricordo che ci alzavamo presto presto a fare il pane e poi lo nascondevamo, perché era vietato”. “Le tessere, comunque, me le ricordo bene, e la spesa l’andavamo a fare o io, o mia cognata, o mio marito”.
“I tedeschi li vedevo passare, e ho assistito anche all’uccisione di un uomo”, a cui “quelli della guerra hanno sparato, mentre camminava nel campo e si accendeva la pipa. Mi ricordo anche che una volta, a mio marito, i tedeschi gli hanno preso le corde delle bestie” e quando lui gliel’ha richieste, “invece di dargli le corde gli hanno dato due schiaffoni”.
Gli Americani “sono arrivati fino a davanti casa. Avevano vestito a mio suocero come erano vestiti loro e ridevano. Noi altri ridevamo anche noi, ma non ci hanno lasciato niente”.
“Eravamo sette in famiglia, prima che nascesse mia figlia”, spiega Maria. “Mio suocero era anziano, stava lì d’intorno, diceva sempre la Corona e non faceva niente”. Lui, tutto il giorno, teneva la corona in mano e diceva il padre nostro, mentre “alla sera, insieme con lui, tutti dicevamo il rosario. Quando mio suocero è morto aveva novantadue anni”.
In campagna, spiega Maria, le famiglie si scambiavano l’opera, infatti, “quando si batteva” “c’era sempre l’aiuto”. Da noi “c’erano sempre dalle sessanta, settanta persone” e “mettevamo la cuoca”, “perché chi ce la faceva a fare tutto?” Però nessuno veniva pagato per lavorare, “era lo scambio d’opera e niente più”. Il padrone e mio marito, continua Maria, “si volevano bene come due fratelli”. Le divisioni le facevano insieme loro due e il fattore non c’era mai.
I pochi soldi che c’erano, si spendevano per comprare la pasta e il riso, “per cambiare”, perché il resto ce l’avevamo in campagna, in più noi avevamo le oche, i conigli e i polli.
I vestiti e le scarpe “non erano cari come adesso” e si compravano “quando si vendeva qualche quintale di grano”. Le annate, però, spiega Maria, non andavano sempre bene. “Mi ricordo che un anno si potevano fare cinquecento quintali di grano, invece ce ne ha fatti centoquattordici. C’è stata una gelata all’8 di maggio e ha seccato”. Oltre al grano, noi “vendevamo qualche pollo” al pollarolo, che passava sempre a casa.
“Le scarpe, invece, le facevi ogni due anni, un paio di saldali d’estate e un paio d’inverno”.
“I paesani, quando stavamo a Sant’Andrea, venivano sempre giù a domandare. E dammi una fetta di pane”. “C’erano quelli di Castiglione, e datemi una fetta di pane. Una mattina ce l’avevamo sul forno”. “Ci ho la pizza”, gli ho detto”. “Si, magari mi date quella”, mi hanno risposto. “Allora gli abbiamo dato una di quella. Tutti contenti. Ma passavano tutti i giorni”.
“Con mio marito”, spiega Maria, “siamo andati a ballare poche volte, però a lui gli piaceva come a me”. “Alla messa andavamo separati, perché io ci andavo alle nove, mentre lui andava sempre a quella di mezzogiorno, però andava a San Lorenzo in Campo quella volta. Perché ci aveva il padrone a San Lorenzo in Campo, ci aveva sempre da parlare con il padrone, ci aveva da fare gli affari loro”.
Le regalie al padrone “ci siamo andati delle volte. Quella volta usava così”.
A proposito di superstizioni, Maria racconta che una volta, mentre stava andando a lavare al fiume, “incontro una donna. Mi fa, tu camperai fino a settanta anni e poi dopo muori”. Era una zingara che aveva un fazzoletto sulla testa. “Io sono andata a casa e mi sono messa a piangere”, perché ci credevo. “Invece sono stata sempre bene”.
Il 2 giugno del ’46, Maria non se lo ricorda, “perché erano cose che non interessavano”. Aggiunge anzi che “mi sa che io non ci sono mai andata”, “perché ci sono andati gli uomini”. “Mio marito, infatti, non parlava di politica, perché nella nostra vita si lavorava nel campo e basta. Anche nell’amministrazione della casa”, “lui era il capoccia” e faceva tutto da solo..
“Come donna, a me mi piaceva molto a faticare. Io ho faticato un bel pò. Io ho faticato come una bestia”, ma mi piaceva. “Anche adesso mi sarebbe piaciuto”.
De Gasperi me lo ricordo bene, prosegue Maria, perché c’era anche la canzone: “ho dato il voto a Gasperino, che ha aumentato il pane e il vino”.
“Dopo ho finito di fare la contadina lì”, “sono venuta a Castelevecchio”. Era “del ’52 o del ’58, non mi ricordo”. “Abbiamo cambiato podere perché eravamo pochi, il fratello di mio marito è morto, i due figli sono andati via”, mentre qui a Castelvecchio il podere era di due ettari. “Ci è toccato andare via, anche se il padrone aveva chiesto a mio marito di provarci anche da solo. Ma lui gli aveva risposto “mi alzo la mattina, faccio il giro di tutta la terra che c’è e quando la lavoro?”. Però a lui è dispiaciuto molto lasciare Sant’Andrea”.
A Castelvecchio “eravamo tutta una casa con il padrone e del podere si occupava solo mio marito”. “Non abbiamo mai pensato di comprare la terra nostra, perché non c’erano i soldi. Ma abbiamo fatto bene perché la terra oggi non rende. Almeno prima ci avevi il mulino vicino, ci avevi il consorzio”, “adesso dove vai?”.
“Dopo era venuta una norvegese, aveva fatto un frutteto e allora sono andata a lavorare lì”. “Lì ci sono andata diciotto anni a raccogliere la frutta”. D’inverno però, “andavo dai contadini che raccoglievano le carote, le bietole”. “Ho lavorato sempre sulla terra” e “mi piaceva. Perché poi quando si andava da queste aziende, si rideva ancora, si scherzava”. “Noi andavamo sempre bene d’accordo. Si rideva e scherzava e basta”. “Tante volte si diceva una cosa, poi un altro ne diceva un altra”; “c’erano anche gli uomini, ma eravamo per la maggior parte donne. Però non si guadagnava tanto bene”, e “poi io, diciotto anni lì in quel frutteto, mi ha messo giù solo cinque anni. Poco e niente”. Però non ho mai pensato di cambiare lavoro, “perché un altro lavoro che potevo fare?”
“La radio e la televisione l’abbiamo fatti tardi”, ricorda Maria. La televisione “non potevi stare sempre lì”, allora la si guardava “alla sera un pezzetto”, anche “se dovevi andare a dormire presto, perché la mattina bisognava lavorare”.
“Invece la patente, mio marito non l’ha presa e ha comprato solo la bicicletta, che poi gli hanno rubato”.
Maria ha avuto una figlia che è nata il 7 novembre 1939. Nel 1964, con il marito, è emigrata in Svizzera ed è tornata nel 1976. Il marito era di Castelvecchio e in Svizzera lavorava in una fabbrica di tappeti, mentre lei nella confezione. Ha avuto tre figli e dopo ha lavorato a casa, tagliava il pizzo sangallo. Quando la figlia è andata in Svizzera, Maria ricorda di aver pensavo che faceva bene perché andava a guadagnare di più. “Ci scrivevamo”, spiega, “in più io sono andata là tre volte. Ci sono andata con il treno e era la prima volta che lo prendevo”. “Di solito ci stavo quindici giorni” e “andavo a fare la spesa”. “Mio marito non è mai venuto con me in quelle occasioni, perché non potevamo lasciare la terra sola”.
“Mi sarebbe piaciuto trasferirmi in Svizzera”, confessa, “ma a mio marito non l’ho mai chiesto, perché sapevo che non avrebbe voluto”.
In Svizzera, racconta la figlia di Maria, “dovevamo comprare la casa e allora abbiamo detto “andiamo a Marotta che è bello””. “Quando abbiamo fatto la casa qui era tutta terra, non c’era neanche una casa”.
Dopo la morte del marito, Maria, si è trasferita a Marotta con la figlia. Erano gli anni ’90.
Al cinema, Maria non c’è mai andata e nemmeno il marito, però, aggiunge “a Roma ci sono andata dalle dieci o quindici volte, perché c’era una signora che c’ha la casa attaccata qui, mi portava sempre con lei. Mi ha portato lassù a San Pietro, ma in tanti posti mi ha portato”. “La prima volta ci sono andata trent’anni fa. Poi sono andata a Venezia, a Loreto e a Assisi”.
Maria si ricorda la fine della mezzadria e è dispiaciuta che non ci sono più i contadini. “Perché adesso chi la fa la terra? Chi è che pianta il grano?” “I contadini ci sono rimasti quelli che stanno nel suo”.
Anche oggi, però, non si vive bene, perché il pane sta aumentando, così “non ho mai goduto”.
“Qualche volta”, conclude Maria, “mi viene il desiderio di andare a Pergola, ma non posso sempre chiedere a mia figlia”.
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Dati intervista |
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Cognome Nome |
Massi Maria |
Mestiere svolto |
Contadina |
Data di nascita |
11 luglio 1916 |
Data intervista |
25/09/2007 |
Luogo di nascita |
Monterolo
Pergola (PU) |
Durata intervista |
90 min |
Temi principali |
Famiglia, Lavoro, Matrimonio, Affettività, Politica, Guerra,
Emigrazione |

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