Home Archivio delle voci  
  Giardini della memoria   Memoria over 90   Catturare le storie                  
Ecofox
imaGo online
ENGLISH
CONTATTI
PUBBLICAZIONI
CREDITS
ATTIVITA'
DATABASE
database
 

 

 
02 / MEMORIA OVER 90
 
IL RITORNO
Meliffi Anna, detta Anita, nasce a Urbania il 27 novembre 1917. La sua è una famiglia mezzadrile che vive in località Cepliccione, a tre chilometri e più dal centro di Urbania. Anna è la più piccola di quattro femmine e la quinta di sei figli. “La mia pora mamma ha fatto nove figli, dopo due sono morti”. “Il babbo era buono, però bisognava starlo a sentire e dargli del voi”. La domenica, “prima di andare via ci faceva fare l’erba per le bestie, per i maiali” e “ci faceva lavorare fino a mezzogiorno”.
Il podere di Cepliccione era grande ma rendeva poco. Il lavoro si iniziava alle quattro, le cinque di mattina e andava avanti fino alle dieci di sera. Quando la famiglia si trasferisce in località Gualdi, Anna inizia ad andare a scuola e a aiutare la famiglia nel lavoro dei campi e con le bestie.
La scuola era distante due chilometri dal fondo, racconta Anna. Prima di andarci e anche dopo, il mio compito era “parare i maiali”. Quando c’era la neve si stava a casa. Le strade erano tutte di fango. La scuola “era un po’ dura” e ho avuto una sola maestra che “a me mi voleva bene”. “Toccava portargli la legna, portargli sempre qualcosa, dei regali. Se ti volevi riscaldare dovevi portare la legna fina, quella grossa. Quello mi ricordo”. “Ci insegnava le canzoni del fascismo e ci faceva fare la ginnastica. Con la gonna nera e la maglia bianca” giù per la strada. A noi il fascismo “ci andava bene”, anche se a casa non se ne parlava.. Quando comandava Mussolini “se non era meglio di oggi?” Perché “oggi, vedi che lavoro?” “Tutto un ammazza ammazza, tutto un rubaticcio”. Però i contadini, in quel periodo, non comandavano niente. “I contadini erano sempre contadini. Loro non comandavano niente. Tutti i padroni comandavano e i fascistoni”. Le fedi bisognava dargliele, quella falsa mi ha “macchiato tutto il dito”.
Da ragazzina c’era poca roba da mangiare. “Mangiavi con una mela, un capo d’uva, una noce, con le ciliegie”. Si mangiava anche la polenta e il pane di polenta. Quando si facevano le parti “era fatica”, anche perché “tu avevi finito a fare le parti in giro e già” il primo “aveva finito”.
Di vestiti ce n’erano pochi. La sera bisognava lavarli per rimetterli la mattina. Le scarpe scarseggiavano. D’inverno si portavano gli zoccoli.
Nella casa di Anna c’era il telaio con cui si faceva la biancheria per la casa e anche i pantaloni per gli uomini. Era la mamma a tessere e Anna ha imparato a farlo sin da bambina. Nel fondo si coltivavano sia la canapa sia il lino, poi si raccoglievano, “si mettevano a macerare nel fiume o nei fossi. Quando erano macerati, quando era ora, si levavano, si facevano asciugare ben bene, si battevano con un palo della treggia”, poi dopo “si filava”, “si facevano le matasse” e si imbiancava. Il telaio, a volte, si “lavorava giorno e notte”. Sempre d’inverno, perché d’estate si andava nei campi.
“I soldi non c’erano”. Quei pochi soldi che avanzavano si mettevano in banca. Una volta, racconta Anna, la Banca del babbo ha fallito. “Quel poco che ci aveva, porettino, non ha preso niente”. Lui e la mamma “piangevano come i monelli”. “Io mi ricordo quello e basta”. I servizi si pagavano spesso con i cottimi, quando si riscuoteva il grano. I soldi si usavano per comprare “l’olio, il sale”, “un vestitino più buono” alla Fiera delle donne, una fiera che cadeva la domenica dopo di quella di San Luca, il 18 ottobre, la fiera del bestiame. Era detta Fiera delle donne perché si comprava tutto il necessario per l’inverno. A Urbania ci si andava di rado. “Se dovevi andare a comperare un paio di scarpe, se avevi bisogno di qualcosa si”. “Sai dove ci mandavano quando non c’era niente? A cogliere la ghianda” per i maiali. Quando c’erano le fiere lontane ci andavano gli uomini, con le bestie. Arrivavano fino a Sant’Angelo e a Urbino. “Quando stavamo ai Gualdi, il poro babbo portava via le bestie, andava a Sant’Angelo, mi toccava partite anche a me. A piedi”. Avevamo una “bella stallata” di bestie. C’era anche il fattore che controllava.
Quando passava il prete “si facevano le pulizie”, “si mettevano le coperte più belle” e “l’aspettavamo sulla porta”.
Il lavoro della mietitura si faceva “a mano quella volta”. “Prima toccava mietere a mano. Dopo c’erano le falciatrici, lo tagliavano e noi lo legavamo. Dopo c’era la metilega che lo legava. Andava meglio. E dopo sono arrivati i trattori che mietevano”. “I contadini si prestavano l’opera e lavoravano tutti. Quando si andava a lavorare da qualcuno, ci si avvertiva di sera. Le battiture davano un gran da fare e si batteva fino a tre giorni, delle volte”. C’era tanta gente. “Eravamo sempre o quattro cinque” donne a lavorare. “I padroni mangiavano a casa, comodi. Gli operai lavoravano e gli buttavamo” la tovaglia “per terra. Così era quella volta”. Con il padrone ogni tanto c’erano delle discussioni: in più bisognava portarli le regalie. “Toccava dargli i capponi, toccava dargli le uova, toccava darli le galline, le pollastre”. “Dopo quando c’erano i gallinacci, i tacchini li voleva” e anche “la ricotta”.
D’inverno, a casa di Anna, si facevano le veglie. “Venivano a giocare gli uomini e noi altri filavamo”. In campagna si raccontavano le storie. “Dicevano che c’era la strega”, “il lupo” e raccontavano di fatture. C’era la Gianna che le toglieva le fatture. A Carnevale, in campagna, si ballava e a Anna piaceva molto. Si ballava il valzer, la polca e il tango. I genitori però non volevano. A volte, “veniva via la mamma”, “perché badava alle figlie”. Prima non mi dava fastidio, “dopo si”, “perché dopo volevo andare via sola, dopo”. A volte andavo con mio fratello, ma lui mi teneva meno d’occhio. Quella volta si ballava solo a Carnevale e poi “a mezzanotte toccava partire”.
La famiglia di Anna era molto religiosa. Tutti i giorni si diceva il rosario. D’inverno in casa, d’estate nei campi.
I rapporti con i cittadini di Urbania non c’erano, ma “se non c’erano i contadini”, sottolinea Anna - loro non mangiavano”. “I contadini, loro guadagnavano”.
Ai Gualdi, Anna conosce Pino. “Facevo l’amore con lui. Quattro anni”. “Dopo nel tempo di guerra è andato via. Era andato a Tripoli. Allora lui non scriveva più a nessuno e l’ultima lettera che mi ha dato, mi ha scritto, mi ha detto, vai, fai come vuoi, se ti capita il ragazzo fallo, perché io non ritorno più”. “Allora io mi sono fidanzata e quando lui è ritornato io ero sposata”. “Lui alla mamma gliel’aveva detto. Se l’Anita non era sposata io la sposavo”. “Ne ho trovato un altro perché avevo paura” di rimanere zitella. “Mio marito era un vicino di casa”. “Era sempre lì, ho detto meglio approfittarne”. Però “mi piaceva di più quell’altro”. “Il primo amore non si scorda più”, anche se con mio marito “ci siamo voluti bene”. A lui però “gli piaceva dormire”, non era tanto portato “per le faccende”. Faceva “i sonnarini un po’ lunghi” quando c’era da fare “e mi faceva arrabbiare un po’, si”.
Il fidanzamento di Anna dura due anni. I due si sposano nel novembre del 1942 perché Anna è incinta. Il giorno del matrimonio “siamo venuti giù a piedi, siamo venuti alla Messa qui a Urbania, a San Francesco”. “Solo c’è stato da ridere perché c’erano delle pecore. Quelle pecore sai cosa hanno fatto?” “Sono venute tutte incontro e hanno chiuso la strada”.
Dopo il matrimonio Anna va a vivere nella casa del marito. Lì, racconta, c’era tanto da faticare e non si diceva il rosario d’estate perché alla sera eravamo troppo stanchi. C’era la campagna, le bestie, e in più bisognava fare il formaggio. Eravamo “una decina e più prima che arrivassero i bambini”; “dopo siamo arrivati fino a diciotto persone”. Il suocero Anna non l’ha mai conosciuto. Era morto di polmonite molti anni prima.
La famiglia viene decimata nel gennaio 1944, il giorno del bombardamento. Anna è a casa e sente il rumore delle bombe. “Sono morti tutti”, “cinque sono morti”. “Sono partiti per andare alla messa la mattina”. “Io sono rimasta a casa perché c’era la bambina piccola”. “La suocera, un cognato, la cognata e due figli. Cinque sono morti. “Dopo è morta la mamma, mio fratello. Dopo il nipote”. Otto persone ho perso. L’ho saputo subito. “Dopo tutti sfollati, chi di qua, chi di là”, sono venuti tutti in campagna dal paese. “Dopo io sono fuggita ai Gualdi dalla mia mamma che non c’era più nessuno. Ho preso la bambina e sono partita. Vado lassù dove era mamma”. “Mio babbo era venuto a casa. La mamma non c’era. Mi sono immaginata”.
Il marito è in guerra e Anna, rimasta sola, deve rimboccarsi le maniche e tirare avanti la famiglia. Per tutta la guerra è lei il capofamiglia e porta avanti il podere con grande coraggio. “Mi dicevano, ma come fai? Come fai?”. “Ho pianto tanto. Ma quando piangi molto, dopo finisci di piangere”. Per avere aiuto nei campi, Anna ospita degli sfollati da Urbania. Queste famiglie rimangono da lei più di un anno e il padrone dà loro il salario da operaio. Per avere braccia buone, Anna adotta anche quattro orfani, tre maschi e una femmina. “Il più piccolo aveva quattro anni” ma erano “tutti piccoli”. Sono rimasti in casa fino a che non si sono sposati.
Durante la guerra, i partigiani “stavano lì. Abitavano lì la sera, di notte”. Una volta erano sette, otto, di fuori, tutti italiani. “I cavalli ci avevano”. Sono entrati in casa e “comandavano loro”. Noi avevamo paura perché se lo sapevano i tedeschi, “ti bruciavano la casa”. “Andavano da una casa all’altra” di notte, “prendevano il formaggio, le uova e ripartivano”. “Una volta gli ho detto, le uova non ci sono. Hanno girato e le hanno ritrovate”. Invece “i tedeschi hanno portato via un maiale”. Dopo i maiali rimasti, li abbiamo nascosti.
Il marito di Anna torna alla fine della guerra. “È stato in Germania, ha tribolato”. “Se vedi la foto quanto era magro in Germania. Era uno scheletro”. “Non scriveva a nessuno quella volta”. Non si sapeva se era vivo o morto. Il giorno che è tornato “è stata una festa e un pianto”. La seconda figlia “non lo voleva”, perché quando era andato via aveva quattro o cinque mesi e non lo riconosceva.
Dopo “tutti e quattro a casa, abbiamo dovuto andare avanti”. Anche i cognati sono ritornati dalla guerra. Allora le donne badavano “al mangiare, ai figliuoli, a mungere le pecore, a fare il formaggio” e gli uomini facevano tutti gli altri lavori.
La politica non ha mai interessato la famiglia di Anna anche perché “in campagna se ne sapevano poche di cose”. Suo marito, però, era comunista “perché lui era per i contadini”. “Lui è stato sempre per i contadini e per il poretto”. Lo stesso i fratelli e anche lei, perché ogni volta che c’erano le elezioni, Anna andava dal marito a chiedergli consiglio. “Lui diceva sempre, non votare per i signori che noi siamo sempre stati contadini. Abbiamo avuto la miseria. Io voto per i poretti, non per i signori”.
Quando il marito si divide dai fratelli, Anna tiene gli orfani e si sposta con la famiglia in un podere all’Ermellina, sempre con un contratto di mezzadria. Tre anni hanno tenuto il podere, racconta Anna, e dopo, con la buonuscita, hanno comperato una casa e Urbania, dove tuttora Anna vive. “I soldi della buonuscita non sono stati sufficienti però, perché la casa costava cinque milioni, allora abbiamo fatto i debiti”. “Mio marito amministrava i soldi di famiglia, però lui la casa se l’è goduta poco perché nel 1987 è morto”.
Una volta trasferiti a Urbania il marito è “andato a lavorare fuori, con il padrone, nelle aziende”. Anna è andata a Riccione a fare la cameriera. Dovevo fare le camere. “Dopo queste camere a me mi davano fastidio perché non c’ero abituata” e “dopo sono andata in Svizzera”. “Era il 1979 la prima volta e ci sono andata per tre anni”. “Andavamo nel Cantone francese a potare la vite”. Si guadagnava “poca roba”. C’era “un’amica con me”, “eravamo due” di Urbania. “Prendevamo il treno laggiù a Pesaro”, dopo al confine bisognava passare la visita. “Ho smesso perché dopo la figliuola aveva un figliuolo piccinino, era incinta di un altro” e “ho fatto la nonna”.
“Prima di lasciare il podere non ero mai andata fuori Urbania e la prima volta avevo cinquantasei, cinquantasette anni”, racconta Anna. “Con mio marito tre o quattro volte siamo partiti”. Siamo stati a Roma e anche a Loreto.
La luce elettrica è stata “una bella roba”, racconta Anna. Prima c’era il lume a petrolio e “si riempiva la cucina di fumo”. “Quando è arrivato il frigo stavo all’Ermellina”. Prima i cibi si conservavano “dentro i pozzi”. “Sono stata la prima a comperare sia radio sia la televisione”. Alla radio si ascoltavano le previsioni del tempo. La televisione “non ce l’aveva nessuno”. Si guardava Sanremo. “Dava gusto le canzoni” “Erano belle quelle volte le canzoni”. “Quella volta era tutto differente”. “Adesso non guardo più niente”.
Anna ha avuto tre figlie e le ha partorite tutte e tre a casa. Quando si partoriva, ricorda, “dovevi stare per almeno venti giorni a letto. E poi non potevi mangiare come gli altri e mangiavi il brodo di gallina”. “Per quaranta giorni non facevo niente”. “La levatrice veniva tutti i giorni a controllare prima del parto. Per la prima figlia ho aspettato nove giorni”. Però si lavorava fino all’ultimo. “A mungere le pecore” con quella “pancia grossa”. Una volta, era il periodo di Pasqua, stavo facendo la crescia brusca”, ho detto “a me mi tocca fuggire, mi erano presi i dolori. Poco dopo è nata”. Le prime due figlie si sono sposate all’Ermellina, l’ultima a Urbania. La figlia grande si è sposata a Fermignano. Il genero faceva l’autista. “Dopo è morto porino anche troppo presto”. La seconda a Acqualagna e la famiglia di lui “ci hanno le macchine per fare le maglie”. L’ultima si è sposata con uno di Monterone di Sestino, che fa l’insegnante a Sassocorvaro.
Oggi Anna ha sei nipoti. Il più grande, Massimiliano, ha 38 anni.
Anna ha sempre creduto nelle fatture e ci crede anche oggi. Racconta che sua figlia, quando era piccola, stava sempre male e “diceva delle robe che non avevano senso”. “Gli avevano fatto il malocchio”. Io sapevo chi gliel’aveva fatto. “Sai chi era? Era la mamma del mio ragazzo”. Sono andata a chiamare una donna, le ho portato un vestitino. “Ce l’aveva la fattura. Gliel’avevano fatta”. “Quella donna me l’aveva detto che era una di poco lontano di casa. Mica lo faceva apposta? Non è che lo faceva apposta” “Quando la vedeva” mia figlia “sembrava che gli faceva ombra”. “Dal medico c’è stata” però “non sapeva niente il medico”. Non ci si rivolgeva né al prete né al dottore “perché non sapevano niente”. Dopo gliel’ha guastata. “Tolta la fattura è stata bene”. Si facevano le fatture anche al bestiame, racconta Anna. Era “la gente invidiosa”. “Quando eravamo all’Ermellina, c’erano nella stalla le mucche e queste mucche non mangiavano più”. Per vedere se uno ci aveva il malocchio, racconta Anna, “mettevi l’acqua in un piatto, prendevi l’olio e lo buttavi giù piano piano piano, a goccine. La prima goccina che ci mettevi se c’era la fattura, si guastava tutto. Faceva tutti raggi le prime gocce”. “Lo facevi tre volte”. “La seconda volta di meno, la terza volta di meno, la quarta volta rimaneva l’olio” intatta. “Tre volte toccava farlo e era guastata”. “Anche a mio nipote gli hanno fatto la fattura da piccolo”. “Ho provato con quelle gocce sopra di lui. Sulla testina sua, sopra un panno. Ha fatto quel verso quello. La prima goccia ha fatto tutti i raggi”, “la seconda goccia di meno, la terza di meno. Tre volte”. La quarta non l’ha fatto più. “Dopo ha cominciato a rifare la vita di prima. Mangiava”. Però questo procedimento era solo per le cose leggere. “Mia cognata mi ha insegnato a guastare le fatture, racconta Anna. Quando si guastavano le fatture “gli facevi il nome del padre, gli facevi la croce così nel piatto, dopo c’era da dire qualche padre nostro e basta”. Quindi le fatture le potevano guarire solo le donne “che credevano”. Credere è importante, dice Anna, perché “il Signore tanto si vede che qualcosa ha fatto”. “Credo tutto. Andavo alla messa, andavo anche alla benedizione. Andavo nel mese di maggio”. Ci andavo ma “toccava sempre a correre”.
Le guaritrici c’erano a Urbania. Passavano a casa “con la fettuccia” quando avevi mal di stomaco e guarivano. “Lo facevano per prendere la paga”. “Passavano da loro”, non venivano chiamate.
Il mondo di oggi, “non mi piace mica tanto” perché “si vede roba fatta malamente tutti i giorni. Chi ammazza”, “ammazza la mamma, ammazza il babbo, prende i soldi, ammazza la moglie, ammazza tutti”. Per le ragazze “era meglio quella volta”. Perché oggi “c’è troppo scandalo” e sono “tutte mezze nude”.
“Due anni fa ho avuto paura”, racconta Anna. “Mi ha bussato una donna spacciandosi per un Assistente Sociale del Comune, voleva farmi firmare un documento. Gli ho detto “aspetta che arriva la mia figliuola” , “il mio genero, il mio nipote”. Appena gli ho detto in quel modo ha preso la porta e è fuggita come un cane. Se non c’era nessuno guarda che…”.

 

Dati intervista
   
< ELENCO NOMI
< ELENCO LUOGHI
Cognome Nome
Meliffi Anna
Mestiere svolto
Contadina
Data di nascita
27 novembre 1917
Data intervista
13/06/2007
Luogo di nascita
Urbania (PU)
Durata intervista
120 min.
Temi principali
Lavoro, Matrimoni, Famiglia, Affettività, Guerra,
Riti e Costumi

Guarda il video

Installa Adobe Flash Player 9


Piazza Tre Martiri, 43 - 47921 Rimini / tel. 0541.434059 - 0541.434023 / fax 0541.434060