Home Archivio delle voci  
  Giardini della memoria   Memoria over 90   Catturare le storie                  
Ecofox
imaGo online
ENGLISH
CONTATTI
PUBBLICAZIONI
CREDITS
ATTIVITA'
DATABASE
database
 

 

 
02 / MEMORIA OVER 90
 
PER LA STRADA NON SI TROVAVA UN BASTONE
Mencarelli Gaetano nasce il 27 luglio 1912 a Fratterosa. Ricorda che “in famiglia eravamo nove figli con i genitori. Cinque femmine e quattro maschi. Io ero il terzultimo. Eravamo mezzadri e il podere era di undici, dodici ettari, in più c’erano vaccine, maiali, galline e pecore. Eravamo un branco di figli ma il pane non è mai mancato […]. In quei tempi lontani, non era come oggi, il contadino non aveva quattrini, il padrone non voleva spendere” e il terreno rendeva solo “il mangiare per casa e poco più”.
“Il soprannome della mia famiglia” spiega Gaetano “era Governatore, perché raccontava il mio babbo che nei tempi dei nonni, dei bisnonni suoi, c’era della gente che stava a vedere e hanno veduto fumare il forno per cuocere il pane” Sono rimasti a guardare a quando è stata una certa ora, sono andati lì e gliene hanno rubato parecchio. Da qui il soprannome, a significare che era una famiglia che dava da mangiare agli altri”.
“In famiglia si andava d’accordo perché i genitori ci tenevano e soprattutto perché il babbo e la mamma erano pienamente d’accordo e andavano benone. Il babbo gran severo non era, però quando aveva detto una parola doveva essere quella. Non come oggi che tutti fanno come gli pare. Da mio padre non l’ho mai prese, però un giorno andavamo in campagna. Eravamo lungo la strada e mio padre si era dimenticato una cosa. Mi ha detto: “Gaetano vammela a prendere”, gli ho detto: “non ci vado”. C’era mio fratello, mi è arrivato uno schiaffone che non avrei pagato manco i milioni”.
“La vita non era bella. Quella volta si faceva la vita un po’ da cani. Si mangiava minestra, pastasciutta poche volte e la polenta, ma quella era migliore, magari condita con poco. Noi, infatti, la polenta l’abbiamo mangiata anche con il mosto bollito, poi la si metteva nella spianatoia dove si faceva una buchino o due. Se no, mangiavamo le cipolle e le erbe di campo, che quella volta si trovavano, non come oggi.
Della guerra del ’15-’18 Gaetano ricorda che” era di età un mio fratello. Ma è stato rivedibile e sicché l’hanno richiamato dopo finita la guerra”.
Invece di spagnola, nel ’18-19, in casa di Gaetano non è morto nessuno. Però ricorda che vedeva “la colonna delle candele accese che accompagnava i morti e, delle volte, noi altri ragazzini ci divertivamo sulla finestra a guardare”.
Quando Gaetano ha sei anni, la famiglia cambia il podere e si trasferisce da Fratterosa a Torre San Marco “Era tutto un padrone. Quaggiù dove stavamo a Fratterosa era un terreno per la maggior parte tutta creta”, “dove siamo andati là, c’era più uva, c’erano più frutti, c’era più ogni cosa”.
“Fino a sei o sette anni” racconta Gaetano “non ho lavorato per niente. Dopo c’erano le pecore, i maiali, si mandavano giù a mangiare l’erba. La ghianda facevano da per loro perché c’erano le querce intorno casa. Ci si arrangiava all’inizio un po’ alla meglio. Si stava fuori. Si portava via una fetta di pane nella tasca. Si giocava per la strada con la terra, oppure sotto la quercia vicino a casa. Se c’erano dei piccoli ruscelletti, allora si facevano delle dighe con il terreno. E poi si faceva un buchino appena con un bastoncino e si metteva una piccola cannuccia. Questo succedeva quando era sull’autunno o sulla primavera, durante l’inverno no. Da fuori tornavamo a casa tutti impolverati e non potevamo lavarci perché l’acqua quando c’era e quando non c’era; così ci si dava una sfregata ai piedi. Non avevamo il pozzo e si andava a prendere l’acqua a Rio Freddo che c’era una fonticina nella scarpata del Rio, che c’era una piccola sorgente. Era lontano un buon chilometro e di solito il rifornimento idrico era compito delle donne che ci andavano a piedi o con il biroccio con le bestie”.
“Sono andato a scuola fino alla terza elementare, promosso in quarta. Quella volta l’ignoranza c’era e se lasciavi andare non ti diceva niente nessuno. I primi ad andare a scuola siamo stati io e la pora suora. C’erano tutti gli altri addietro che non ci sono andati. Quella volta andavo a Torre San Marco. Ho imparato più io nella terza promosso in quarta che questi che fanno le medie oggi. Perché la scuola era più severa e se non filavi dritto… cosa facevano? Mettevi le mani così sopra il banco e poi con una riga di legno ti picchiavano. Legno quadrato poi, mica rotondo?. Io ero tranquillo, dico la verità. Non mi è mai capitato […]. Mi insegnavano l’aritmetica, l’italiano un pochino e la geografia”.
Ricorda Gaetano che a quei tempi allevavano i bachi da seta anche a casa sua. I bachi si tenevano dentro casa e “noi dormivamo con i bachi. Eravamo undici persone e c’erano due camere e una cucina; le donne (dormivano) in camera con i genitori, mentre i maschi in un’altra”.” Era un lavoro impegnativo quello dei bachi” commenta Gaetano “si raccoglieva il gelso e gli ultimi giorni bisognava stare tutti sempre lì. Si lavorava ma rendevano poco. Se andava bene qualche cosa si prendeva, ma se girava quell’aria dal sud, il garbino, era un’aria che toccava buttarli via tutti […]. I bozzoli venivano venduti a Fossombrone. Ci andava il babbo, la mamma e, se non c’era il padrone, c’era il fattore”. I bachi venivano venduti a oncia e si compravano un oncia, un oncia e mezzo.
“I vestiti li facevamo fare” spiega Gaetano “funzionava che compravano la stoffa e poi si portava al sarto. Per le scarpe, invece, si andava dal calzolaio, anche se quella volta si portavano gli zoccoli di legno con sopra il tomaio […]. Per pagare, chi aveva il fondo che vendeva qualche cosa di più, poteva pagare anche continuamente, ma noi, che eravamo molti in famiglia, facevamo i debiti e restituivamo i soldi piano piano. Non usavamo il grano perché ci serviva per mangiare”.
“Avevamo anche il telaio in casa” continua Gaetano “che mia mamma e le mie sorelle filavano la sera d’inverno, dalle sette a mezzanotte, l’una. Con il telaio si faceva la biancheria per la casa e il corredo per donne”.
“La superstizione c’era e mio padre e mia madre ci credevano molto” ricorda Gaetano “così, quando ci si accorgeva che le bestie avevano ricevuto una fattura, si andava dallo stregone che metteva l’acqua nel bicchiere con tre, quattro gocce d’olio. Poi, se l’olio si spariva, c’era il malocchio, invece se restava la goccia intera non c’era”. Mio padre, infatti, raccontava che quando da Fratterosa andò per la prima volta a Torre, si accorse che il suo vicino aveva l’occhio cattivo. A un certo punto, infatti, le bestie smisero di mangiare e di bere, e quel poro mio padre dovette andare dallo stregone per fargliela togliere”.
“Si credeva anche ai fantasmi quella volta” continua. “dicevano che ce n’erano tanti per la strada del cimitero e mio fratello, una notte, credette di averne visto uno che aveva preso la fisionomia di una capretta”.
Prima della guerra molti contadini andavano a lavorare a Roma “Con la falce fienaia, a falciare i prati”. Partivano alla fine di aprile, i primi di maggio, stavano via trenta, quaranta giorni e riuscivano a portare a casa qualche soldo. “Anche il povero mio padre, poretto, c’era stato, aveva guadagnato duecento lire ma l’ha prestati a un signore e non l’ha più ricevuti indietro”.
“Io invece, la prima volta che ho preso il treno” ricorda Gaetano “ero ragazzo, avrò avuto tredici, quattordici anni. Eravamo andati a Fano con mio fratello a portare giù una bestia alla stazione e, da lì, quando siamo ritornati, abbiamo preso il treno da Fano a Marotta. Dopo abbiamo preso la corriera fino a San Michele, poi siamo venuti a piedi”.
Nel 1932 una sorella di Gaetano ha deciso di farsi suora. Aveva dei pretendenti ma nessuna intenzione di sposarsi, la famiglia l’ha presa bene. È andata prima a Rimini, poi diversi anni in America.
Nel 1933, la famiglia Mencarelli cambia di nuovo il podere “I poderi si cambiavano” spiega Gaetano “er migliorare, per andare a stare sempre meglio. Sono venuto via da Torre San Marco che avevo diciannove, venti anni. Siamo ritornati a Fratterosa ma ci siamo stati poco. Ci saremo stati cinque o sei anni. Siamo ritornati qui vicino al paese. Da qui, era un terreno un po’ sabbioso, restava molto asciutto, ho preso, sono andato alla Torre. Quello era un podere, un terreno di frescura, lì rendeva molto di più. Abbiamo fatto perfino centotrenta, centoquaranta quintali di grano e invece qui, dove ero, sessanta, settanta”.
Di Mussolini Gaetano ha sentito parlare per la prima volta a sette-otto anni. “Però i genitori dai figliuoli piccoli non si facevano sentire perché tante volte per una parola che scappava dalla bocca c’era l’accusa di essere sovversivi”. Quando ci si riuniva a tavola in famiglia si parlava di lavoro “e un po’ di stupidate” cioè “di quello che capitava […]. Quella volta non usava parlare di politica. La politica severa è arrivata con Mussolini. Perché lì li hanno chiamati a votare. Mentre che votavano c’era uno che stava sopra a vedere per chi si votava. Mussolini era ignorante, se fosse stato una persona perbene non avrebbe fatto la guerra […]. Al tempo del fascismo la miseria era tanta, un bel po’, e Mussolini per i contadini qualcosina ha fatto, ma ha fatto più per i padroni. Se ai contadini gli ha dato cinque, ai padroni gli ha dato venti. Da noi non ci sono stati scontri con i padroni a quei tempi, però alcuni mezzadri sono stati mandati via dalla terra. Noi abbiamo avuto sempre buoni rapporti, anche perché io ero molto bravo e il mio lavoro veniva riconosciuto”.
“Però, durante il fascismo, mio fratello è andato a combattere i fascisti in Spagna e la è morto. Dico la verità. Abbiamo avuto un fratello in Francia. Era tanti anni che era in Francia. Del ’37 io mi sono sposato. Gli avevo scritto se ritornava a casa che io mi sposavo. Ma lui aveva fatto una domanda per andare via a combattere contro i fascisti in Spagna. Nel frattempo lì, che doveva venire a casa, passa il camion, li hanno caricati e portati via. Li hanno portati in Spagna. Mio fratello era andato per lavoro all’estero. E là si vede che gli ha preso quell’idea. Dopo la morte sua, poretto, siamo stati controllati dalla questura per diversi anni. Ci controllavano perché era un sovversivo. Sono stati anche a casa, ma poi li in paese, a Fratterosa, a Torre San Marco, domandavano tutti della nostra famiglia. Però nessuno gli ha potuto dire male. Nessuno gli ha potuto dire male e allora è passata bene, se no chissà come andava”.
Gaetano si sposa il 26 novembre 1937, nella chiesa di San Giorgio a Fratterosa, con Zaira Mencarini. Anche lei era di Fratterosa e faceva la contadina, ma quella volta, commenta Gaetano, “chi era contadino era ricco”. Il fidanzamento dura due anni e mezzo anche se Gaetano la conosceva da molto tempo. “La decisione”, ricorda, “è stata questa. Un giorno, andando al mercato a San Lorenzo, una fiera di San Lorenzo, ritornando a casa c’era mia sorella che era amica con questa donna. E dai dai, guarda guarda, insomma tanto gli occhi vogliono la parte loro, mi sono accorto che non era male. Parlava con mia sorella e io sempre zitto. Quella volta è passata così. L’ultima domenica di maggio però, c’è stata la fiera di Torre. Io sono andato a piedi e c’era anche lei. Al ritorno, io l’ho seguita, lei era con i genitori e l’ho accompagnata fino a casa. E così è venuto l’incontro preciso. Non mi ha detto niente nessuno, devono essere stati contenti. Dopo il matrimonio abbiamo fatto un piccolo rinfresco e da lì abbiamo fatto il viaggio. Indovina dove siamo arrivati? Perfino a Senigallia. Per un solo giorno e con la corriera, perché non c’erano i soldi”.
“A Zaira” ricorda Gaetano “piaceva tanto ballare, ma non ci siamo mai andati perché a me non piaceva. Oltretutto una volta, quando eravamo fidanzati, siamo stati più di un mese senza parlarci perché lei era andata a ballare nel giorno di Carnevale in paese e io l’avevo vista. Non è stata gelosia, io “la gelosia non ce l’ho mai avuta, ma lei ballava e io dovevo stare a vedere?”. I viaggi, invece, l’abbiamo fatti solo a Pesaro e a Roma”.
“Quando è scoppiata la guerra” racconta Gaetano “a quel povero mio padre gli hanno detto: “Segnatevi nel fascio perché con quello che avete avuto è meglio”. Ma lui non ha voluto sapere niente. C’era mio fratello quello più grande che non ha voluto sapere niente. Poi dopo c’ero io, quegli altri erano più piccoli di me, e sicché ci sono andato io dal segretario politico, lì a Fratterosa, a parlare. Mi ha detto: “Bisogna segnarsi nella Milizia Sicurezza Nazionale”. Gli ho detto: “Stia a sentire” Checchino si chiamava “Stia a sentire. Lei è Segretario politico. Io sono un povero ignorante. Io se è fascista mi segni, se è Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale non voglio sapere niente”. Gli ho detto: “Fate come volete”. Quando è ritornata indietro la risposta c’era scritto “Sarà accettato nel Partito Fascista se entra nella Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale”. Sono ritornato nell’ufficio del segretario e gli ho detto: “Sia come sia, io non mi ci segno. Io preferisco partire con l’esercito” “.
Gaetano non ha fatto il permanente. È stato richiamato nel 35 a Padova, congedato dopo la guerra d’Africa, nel ’39 richiamato a Padova, nel ’42 richiamato a Padova e di lì ha fatto tre anni consecutivi senza tornare a casa. Del ’39 gli hanno dato una licenza illimitata “e sono stato a casa una annata buona e dopo, nel ’42, il 6 gennaio, mi arriva la cartolina, dovevo partire subito. E sono partito il giorno dopo e per tre anni non sono tornato. Da Padova ci hanno mandato in Sardegna, dalla Sardegna in Corsica, dalla Corsica in Sardegna, dalla Sardegna a Napoli, da Napoli Bari e da Bari a casa. Non sono stato al fronte per una combinazione. Perché alcuni miei compagni ci andavano e quasi quasi ci volevo andare anche io. Poveri figliuoli, l’hanno mandati in Russia. Io, invece, non ho mai sparato e non ho sentito nessuno. “Ho sentito una volta due apparecchi tedeschi che bombardavano Aiaccio e Porto e basta”.
Dopo l’8 settembre Gaetano rimane nell’esercito. Non fugge perché “dove andavo, c’era il mare” e rimane bloccato in Corsica. “Ma siamo stati poco, dopo siamo ritornati in Sardegna, da lì ci hanno mandato a Cagliari, da Cagliari giù a Napoli, da Napoli a Bari a fare servizio. Facevano servizio così da militari come guardie. Dopo sono venuto a casa. Nel ’44, a dicembre, quattro o cinque giorni prima di Natale”.
“Prima dell’armistizio riuscivo a scrivere” racconta Gaetano “dopo no. Sono stato diciotto mesi senza avere notizia della famiglia. Un giorno vedo che c’era posta ma mi era ritornato indietro quella che avevo mandato io”.
Dopo la guerra Gaetano ha fatto sempre il contadino, fino a sessant’anni. In tutta la sua vita ha cambiato cinque poderi. “Quando è morto mio padre, mio fratello, che non era sposato, è venuto a vivere con me e con la mia famiglia”. Durante i lavori della mietitura, i contadini si scambiavano l’opera, cioè facevano i lavori assieme. Di sicuro il mese di luglio era il più faticoso “perché, quando a radunare, quando la trebbiatura, quanto quello, quanto quell’altro” si lavorava un sacco. “Dopo c’era in più la falciatura, si mieteva quella volta con la falcetta. Si mieteva poi si passava a falciare con la falciafienaia. Le donne venivano a raccogliere le spighe. Venivano a gratis pur di mangiare e di raccogliere la spiga dopo. “Quella volta” commenta Gaetano, “la povertà era parecchia. Quella volta un bastone per la strada non si trovava. C’era chi lo raccoglieva. Quelli del paese venivano a raccogliere l’erba per i conigli, per cuocere e li si lasciavano stare. C’era anche chi veniva a chiedere l’elemosina. C’era una di Barchi, quella lì tutti gli anni (veniva) ”.
“Dopo è venuto che il padrone vendeva il fondo, lo volevo comprare io ma non l’ho comprato perché il padrone non è stato di parola. È successo che avevamo combinato un tot, quando è stato sull’atto pratico di fare la scrittura lui voleva la metà dell’uva, voleva il maiale, sicché io perdevo più di un milione. Invece prima mi aveva detto: “Da oggi in poi è tutta roba sua”e questo mi conveniva perché ci avevo otto, dodici bestie, ci avevo la maiala. Però, quando ho visto che non rispettava i patti gli ho risposto: “Faccia come gli pare che io non voglio sapere niente. Vendetelo a chi vi pare. Prima fate un ragionamento poi un altro. Io mica ci ho i soldi da buttare via”. Alla fine l’ha comprato uno di Sant’Ippolito che stava a Milano e poi l’ha venduto a uno di Roma. Questo lo faceva da per lui il terreno ma mi ha detto: “Se voi volete stare qui, io non voglio niente, basta che mi tenete pulito intorno a casa”. E sicché, dal ’75 sono stato fino al ’93, senza spendere una lira. Dopo abbiamo comprato qui”.
Gaetano e Zaira hanno avuto quattro figli. Il più grande è nato nel ’37 ed è morto a quattordici anni di leucemia. La seconda è nata nel novembre 1938 e i due gemelli sono nati il 2 luglio del ’52, un maschio e una femmina. Uno dei due gemelli si chiama Depineto. Questo nome, ricorda Gaetano che gliel’ha dato la sorella. Depineto era infatti un aviatore del tempo del fascismo. Le due figlie si chiamano invece Maria Adelaide e Andreina. Andreina, però, in comune si chiama Aurea, perché “il prete Aurea non gliel’ha voluto mettere […]. Sono stato un padre buono. Non ho mai dato uno schiaffo a nessuno. Io non li ho mai toccati. Mi bastava lo sguardo”.
I figli di Gaetano non lo hanno aiutato in campagna e lui non ha mai voluto “Perché è un lavoraccio il contadino. Oggi, se uno c’ha molta terra va bene, se no, se c’hai da avere dieci o dodici ettari di terra, è meglio niente”. Depineto ha fatto la terza media, dopo due anni il meccanico, poi ha iniziato a lavorare. Alla sorella, invece, un calzolaio dava i tomai da cucine “e così eravamo io e la povera Zaira in campagna”.
“Io sono stato sempre religioso” confessa Gaetano “sono sempre andato alla messa e anche tutta la mia famiglia, da quando ero piccolo, ma quella volta la religione era per tutti, quella volta là era tutto diverso” mentre oggi i preti non fanno il loro dovere […]. Il rosario i miei genitori ce lo facevano dire dopo cena. Quando loro sono morti, ho durato un po’ anche io, dopo mio fratello, quello che era più grande di me, ha preso una piccola pensione, ha comprato la televisione, ed è sparito il rosario”.
“La mia famiglia” commenta Gaetano “era numerosa ma abbiamo avuto sempre la salute, quei tempi là. Dopo però, con l’andare del tempo, hanno incominciato a morire. La prima sorella è morta del ’51. Mio padre del ’48, mia madre del ’49, un mio figlio del ’51, la sorella del ’51, un’altra del ’54 e un’altra del ’66, mio fratello del ’70, mia sorella suora del ’83-84 e mio fratello è morto del ‘67-’68.” Oggi mi è rimasta una sola sorella in vita che ha 92 anni.
“Il mondo di oggi” conclude “è molto migliore, ma come educazione, come tante altre cose, siamo indietro molto più di prima”. Per lui la causa è la troppa libertà “un pochino di freno ci vorrebbe”.

 

Dati intervista
   
< ELENCO NOMI
< ELENCO LUOGHI
Cognome Nome
Mencarelli Gaetano
Mestiere svolto
Contadino
Data di nascita
27/07/1912
Data intervista
13 luglio 2007
Luogo di nascita
Fratterosa (PU)
Durata intervista
90 min
Temi principali
Lavoro, Matrimonio, Famiglia, Politica, Affettività, Guerra

Guarda il video

Installa Adobe Flash Player 9


Piazza Tre Martiri, 43 - 47921 Rimini / tel. 0541.434059 - 0541.434023 / fax 0541.434060